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Premio Hystrio 2016, vince Cue Press

Nel giro di pochissimi anni Cue Press, ideata e fondata da Mattia Visani alla fine del 2012, si è solidamente affermata nel panorama nazionale dell’editoria teatrale, la prima in assoluto per la diffusione nelle modalità ebook e stampa digitale ondemand. Con quasi 50 titoli all’attivo e altrettanti di «prossime uscite», Cue Press si sta specializzando sempre di più da una parte nel ‘recupero’ di volumi ‘storici’ fuori edizione o di non facile reperibilità, ma fondamentali per lo studio del teatro del Novecento, dall’altra nella pubblicazione di nuovi testi teatrali di giovani autori, italiani e stranieri, diventando un punto di riferimento imprescindibile per la nuova drammaturgia europea. Oggi si guarda alle sue principali ‘collane’ editoriali (I testi, I saggi, Gli artisti) per orientarsi in un teatro fatto di tante e autorevoli voci di attori, drammaturghi e studiosi, che possono trovare in Cue Press un possibile, necessario spazio di incontro. Nella sua originalissima maniera di muoversi, in un mercato prevalentemente di nicchia, con intelligenza unita a una buona dose di follia, Mattia Visani è riuscito a trasformare un progetto editoriale in impresa produttiva, una passione per il teatro in cultura attiva. C come Coraggiosa, U come Utile, E come Efficace: questa è Cue Press, alla quale viene assegnato il Premio Hystrio-altre muse.

La giuria del Premio Hystrio

hystrio2016

Cue Press, la ribalta digitale del teatro di Nicola Arrigoni

Sta portando avanti una piccola e grande rivoluzione, sta cambiando l’editoria teatrale divisa fra l’urgenza dell’attualità e la possibilità di dare corpo a instant book che leghino pagina scritta e spettacolo, ma anche con un’attenzione alla memoria, che in campo editoriale vuol dire rimettere in circolo libri ormai introvabili. Sembra essere questa in estrema sintesi la ‘rivoluzione’ che sta portando avanti la casa editrice Cue Press di Mattia Visani, autore della UbuLibri di Franco Quadri che ha deciso di dare vita alla prima casa editrice digitale dedicata alle arti dello spettacolo. Quest’intuizione si sta rivelando feconda, intuizione che Visani definisce come «un laboratorio di idee per costruire modelli nuovi per l’editoria e moderne modalità di produzione culturale. A fronte di una materialità che va assottigliandosi sempre di più, non pensiamo il libro come ‘oggetto’ ma come ‘progetto’. Sfruttando l’agilità del digitale, proponiamo il meglio della produzione viva di settore, in vista di un pubblico che esiste ed è reattivo, ma non raggiunto – e forse non più raggiungibile – dai metodi dell’editoria tradizionale».
In questo senso Cue Press rappresenta un’autentica novità. E allora accade che mentre al Carcano è in scena Due donne che ballano di Josep Maria Beneti Jomet con Maria Paiato, Arianna Scommegnadirette da Veronica Cruciani sia possibile avere da subito un confronto diretto con il testo dell’autore catalano, la storia intensa, vera, dura del rapporto fra due donne: un’anziana signora e la sua badante. Ma la stessa cosa è accaduta con Sweet Europa di Davide Carnevali, uscito mentre a Roma faceva discutere l’allestimento firmato da Fabrizio Arcuri e realizzato dall’Accademia degli Artefatti. È questa una tattica inaugurata con Visita al padredi Roland Schimmelpfenning, uscito in contemporanea con l’allestimento prodotto dal Picciolo Teatro di Milano e diretto da Carmelo Rifici nel gennaio 2014. Tutto ciò per dire che con Due donne che ballano – fresco fresco di ‘stampa’ si fa per dire – Cue Press intende dare un supporto concreto e facilmente accessibile: sia per il mezzo ebook, formato pdf e versione stampata on demand alla drammaturgia in scena, finendo con affiancarsi alla vita stessa degli allestimenti e con prezzi di copertina abbordabili, meno di un libretto di sala, osserverebbero cloro che ricordano come i programmi di sala in alcuni casi fossero – un tempo . pubblicazione degne di essere conservate. E sempre per rimanere nella più stretta attualità non si può non citare l’uscita del volume Lino Musella e Paolo Mazzarelli, Strategie fatali, «ovvero tre storie che si intrecciano, sette attori, sedici personaggi, riuniti in un’unica multiforme indagine, all’interno di un’unica cornice, quella di un teatro. A scontrarsi sono le ‘strategie’ del presente (il terrore, la pornografia, la comunicazione mediatica) con alcune questioni eterne ed esistenziali (la presenza del male, l’illusione e la realtà del vivere, ancora il Teatro). L’opera è liberamente ispirata a Otello di Shakespeare e a Les strategies fatales di Jean Baudrillard», si legge nelle note di accompagnamento al volume. E il libro arriva a poche settimane di distanza dalla riconoscimento assegnato dal trimestrale Hystrio a Lino Musella, nell’ambito dei Premi Anct 2015; ancora una volta un motivo di cronaca che rende tempestiva e mirata l’azione editoriale di Cue Press.
E fin dalla sua fondazione Cue Press e Mattia Visani hanno mostrato di avere le idee chiare e di intuire con determinatezza le potenzialità del digitale: «Cue Press nasce, infatti, con la decisa intenzione di sfruttare l’agilità e l’economia del digitale per permettere il recupero di testi fondamentali non più disponibili, rilanciandoli sulla base delle nuove economie offerte dal digitale – continua Mattia Visani – . Il progetto di recupero andrà di pari passo con la proposta di novità di altrettanto valore, in vista di un pubblico che esiste ed è reattivo, ma non è più raggiunto — e forse raggiungibile — dai metodi dell’editoria tradizionale. L’intento è quello di coniugare il contributo e la memoria di artisti e studiosi di assoluto rilievo, garantendo una altissima qualità del prodotto e il massimo dell’offerta tecnologica. Il progetto è orientato alla scalabilità, in termini economici, e alla riproducibilità verso rami del sapere sempre nuovi». Con questa consapevolezza Cue Press sta portando aventi un’azione di politica editoriale e comunicativa che al fianco dei testi di Tindaro Granataraccolti nel volume Familiae, propone – anche questa una novità fresca di clic – I mille volti di Salomè di Cesare Molinari in cui lo storico del teatro ripercorre e analizza il mito di Salomé, il primo spogliarello della storia inventato niente meno che dai Padri della Chiesa e che nel corso di due millenni ha vissuto storie diverse, diventando simbolo di valori anche contraddittori: devozione filiale, intrigo politico e perfino fede cristiana. Il libro ripercorre la tappe di questa ‘danza’ attraverso i secoli, ne ripercorre i volti: cento inserti illustrati e più di trecento opere citate, tra quadri, affreschi, incisioni, disegni, fotografie, film e spettacoli. Il volume di Cesare Molinari è l’ultimo di una serie di saggi che la casa editrice ha proposto fin dalla sua nascita come i volumi La Calandria di Franco Ruffini, piuttosto che La Parola Alta di Paolo Puppa dedicato al teatro di D’Annunzio e di Pirandello, o al saggio di Nicola Savarese, Teatri romani, solo per fare qualche titolo.
Nell’immediatezza dell’editare, nella possibilità di ovviare a diversi formati editoriali con il cartaceo come lusso, Cue Press si offre come ‘ribalta digitale’ delle arti performative con un’attenzione non scontata alla saggistica e alla volontà – diritti editoriali permettendo – di recuperare la memoria della saggistica teatrale di recuperare una riflessione sulle arti performative legate ad autori e ricerche dell’accademia italiana, ma che per autorevolezza e intuito hanno felicemente superato le mura dell’università per farsi patrimonio comune, un patrimonio di idee e parole che spesso risulta difficilmente reperibile e che Cue Press – complice la rivoluzione digitale e la sua liquida accessibilità – mette in circolo. In questo senso l’azione editoriale inventata da Visani si fa non semplice prodotto editoriale, ma opportunità per diffondere online idee, punti di vista, provocazioni come quelle sempre intelligenti e dotte di Marco Martinelli che firma Farsi luogo ovvero 101 varchi per entrare nel teatro, per andare a toccare le verità sondabili e illuminanti che stanno dietro l’arte della scena e dell’attore: nella consapevolezza che come scrive Martinelli: «che la vita e l’arte non sono separabili, mai: che la ferita inferta a un essere umano è come sfregiare la Cappella Sistina. Non è questione di galateo e buone maniere. È il punto, il punto infuocato dentro di noi!». Proprio le parole scritte ma vocate all’oralità di Martinelli che con Farsi luogo compone un poemetto in prosa di idee e vite teatrali aiutano a ben inquadrare lo spirito che muove la ribalta digitale di Cue Press, ovvero ‘farsi luogo’ per costruire uno spazio di riflessione, documentazione, circolazione di idee legate alle arti performative: teatro e danza che nell’epoca ‘ella riproduzione seriale, della comunicazione sempre mediata sono spazi e tempi del confronto diretto fra corpi e anime che si incontrano. E non è poca cosa.

PAC – Magazine di Arte e Cultura, 16 dicembre 2015

Cue Press, il teatro in ebook e su carta di Anna Bandettini

Le case editrici di spettacolo sono rare ma tenaci. Basterebbe citare la Ubulibri di Franco Quadri che ha resistito indomita fino alla morte del suo fondatore e che ci ha fatto conoscere i migliori testi della drammaturgia contemporanea. Oppure la Casa Usher con il grande lavoro che sta compiendo su Grotowski con tutti gli scritti del maestro polacco tradotti e a cura di Carla Pollastrelli.
Si distingue ora la Cue Press per lo sguardo lungo in avanti ma anche l’interesse storico dei suoi titoli e per la velocità di azione, perchè Cue pubblica sia in digitale che su carta a scelta del lettore. La dirige Mattia Visani, cresciuto al Teatro Stabile di Torino come attore e regista.
Tra i libri della Cue io ho molto amato la ristampa di Teatri romani di Nicola Savarese che ci fa sentire e conoscere ‘da vicino’ le forme di spettacolo antiche, e in particolare quelle forme da cui ebbe origine il teatro inteso come esibizione ludica più che come rito legato alla religione e/o alla polis.
Il libro di Savarese si inserisce in un catalogo già ricco di studi storici importanti. Tra gli autori: Fabrizio Cruciani, Eugenia Casini Ropa, Marco De Marinis, Clelia Falletti, Raimondo Guarino, Gerardo Guccini,Fausto Malcovati, Lorenzo Mango, Laura Mariani, Ferruccio Marotti, Claudio Meldolesi, Cesare Molinari, Franco Ruffini, Mirella Schino, Ferdinando Taviani, Alessandro Tinterri, Ludovico Zorzi.

Tra le pubblicazioni più recenti: Familiae con tre testi di Tindaro Granata, Antropolaroid, Invidiatemi come io ho invidiato voi, Geppetto e Geppetto, quest’ultimo destinato a diventare il nuovo spettacolo dell’attore/autore siciliano.
Così viene presentato il testo: «1 papà + 1 papà = un figlio?» ovvero, il sogno di avere un figlio da parte di una coppia di omosessuali, messo a duro confronto con lo sguardo degli altri e di una società condizionata e impaurita dalla sfida grande che comporta l’amare”.
Il testo è curato da Damiano Pignedoli, con una postfazione di Carmelo Rifici.

Repubblica.it, 14 dicembre 2015

Premio Nico Garrone 2015 a Cue Press

Per aver intercettato con intelligenza e sensibilità il bisogno di innovazione dell’editoria teatrale, convertendola in formati ‘virtuali’ moderni. Tale iniziativa ha permesso a libri preziosi – usciti ormai dai cataloghi sempre più divoranti e frettolosi del cartaceo – di tornare ‘in scena’, ovvero in lettura per appassionati e studenti. Dai testi miliari di Appia e Craig alla solida saggistica di studiosi come Franco Ruffini e Nicola Savarese. Percorsi e meditazioni di-su-e-intorno al teatro che si nutrono anche dell’oggi, con una scelta oculata di autori da (ri)scoprire, primo fra tutti lo spettinato e caustico argentino Rafael Spregelburd, la voce poetica e modulata di Elena Bucci, le albe svelate da Martinelli e Montanari e quel Totò e Vicè di Franco Scaldati, paesaggio di ombre e di altrove che proprio qui a Radicondoli ebbe con Enzo Vetrano e Stefano Randisi una rappresentazione suggestiva e piena di echi presso il piccolo cimitero del paese.

L’imbeccata, il suggerimento, la battuta d’entrata – come suggerisce il nome inglese «cue» scelto dall’intraprendente ribalta digitale capitanata da Mattia Visani – diventa così la parola d’ordine per entrare nei magici meccanismi del teatro, per riflessione o alito poetico. Un viaggio immateriale ed elettrizzante che sa farsi anche cicerone in territori diversi come con le guide teatrali in altre città, da Parigi a Tunisi, passando per Milano. Editoria elettronica ed elettrizzante per far comparire nel cassetto (dello schermo) quel libro sognato invano da troppo tempo.

ANCT – Associazione Nazionale Critici di Teatro

Premio Nico Garrone

Recensione de La supplica di Giulio Fogliata

Non è difficile, al giorno d’ oggi, incappare nella lettura, o nella visione, di commedie del Seicento.
Rimane tuttavia raro cogliere da vicino quali fossero lo spirito e genio ma anche le cure e le preoccupazioni di quelli che furono i protagonisti della commedia dell’arte; ce ne fornisce un prezioso esempio Nicolò Barbieri, attore nato a Vercelli nel 1576, nel saggio La supplica.
Il discorso famigliare a quelli che trattano de’ comici riassume le argomentazioni fondamentali in difesa della commedia dell’arte e degli attori, cercando di scagionarli da quel pregiudizio, diffuso fino al XIX secolo, che li ritrae come scostumati e viziosi.  
Niccolò Barbieri, inoltre, non si limita alla difesa della professione dei comici; si interroga anche sul valore dell’arte dell’attore e del significato della sua professione nel contesto culturale dell’epoca.
Il tutto è sviluppato in un linguaggio dolce e accomodante: il linguaggio di Beltrame, la maschera inventata dallo stesso Barbieri.
A colmare la distanza storico-culturale tra noi e l’autore interviene la ricca e informata introduzione di Ferdinando Taviani (La Spezia, 1942).
Dopo aver definito la figura del Barbieri, il curatorestudia l’inserirsi del trattato del Barbieri nella polemica, viva in quegli anni, relativa al teatro e alla commedia dell’arte. Si chiede poi,  come mai la professione del comico stenti a trovare il proprio equilibrio all’interno della società. Pur essendoci, al tempo del Barbieri, una già matura concezione del teatro come pausa, come svago della mente e dello spettacolo come metafora.
La Supplica, spiega Tavani, «non è solo la risposta di un comico che reagisce alle ingiurie e difende una professione aggredita dai pulpiti e denigrata nei trattati di morale, e che – oltre ad essere un importante documento della vita e della poetica dei comici dell’arte nei primi decenni del diciassettesimo secolo – è anche la preziosa testimonianza di un primo tentativo di recepire, accanto al tempo dello spettacolo, il luogo del teatro nella città, di collocare il momento esecutivo dell’arte scenica nell’ambito delle attività culturali, di sistemare l’intero complesso dell’organizzazione teatrale in un insieme ordinato capace di nobilitarla.»
Il testo, curato da Tavani è stato pubblicato da il Polifilo nel 1971. È oggi disponibile in formato e-book e cartaceo da Cue Press.

Rivista!unaspecie, 26 giugno 2015

Killed by the hand that feeds you: Rafael Spregelburd’s »Spam« by Joseph Pearson

Rafael Spregelburd is telling me the story of David Hume’s chicken. It was first recounted by the philosopher Bertrand Russell, and later retold in a different form by Nassim Nicholas Taleb. The chicken believes the hand that feeds him loves him. »They feed me, they like me, I love them! « The chicken is, of course, being fattened up for dinner, and that same hand that feeds, and loves him, eventually kills him.
»For the chicken this is a catastrophe, he would never have been able to understand this occurrence. And why? Because he never distrusted the information he was given. The real information is that you are going to be eaten at Christmas. We never know what other people have planned for us«, Rafael Spregelburd warns, on the problem of induction.
He is, by now, a familiar face in Germany, and an international presence, also on the festival circuit. Based in Buenos Aires, the Argentine director, filmmaker, and actor (he performs in his own productions), has directed works by Harold Pinter and Marius von Mayenburg, among others. He first started showing his work with the Schaubühne’s F.I.N.D. Festival in 2004, and for F.I.N.D. #15 he will perform his new piece »Spam«.
Spregelburd’s theatre does not lend itself to easy explanation, and this is perhaps the point. He describes himself to me as »a garbage collector, of bits and pieces of things. Usually, they are not ideas; they are images. The difference between the two is substantial. An image is a mystery. You are not sure why it attracts your attention; it is itself. It is a prompt of meaning. Images have this power«.
The first question many critics, or audience members, ask of a play is: what does it mean? For Spregelburd, a prolific reader of physics, in particular on the subject of chaos theory, the question of multiple causality is much more interesting. In his theatre creations, he explores inhabitual systems with which to organize information, rather than giving fixed explanations of meaning. How this works in practice requires some untangling, but his methods become clearer as we discuss »Spam«.
An enormous mass of information awaits the viewer, as we plunge into the Spam mailbox. »The play is hellish, a collection of images, that nobody should ever have put together«, says Spregelburd, »It’s the feeling I have in daily life, overwhelmed by disturbance, by Facebook, emails, by spam«. The bombardment is »an automatized net of associations«, »pits of bastard information«, or »pots of crap«, as he describes them. In the play, it is as if a series of mouse clicks brings us from the European banking crisis, to the end-days of the Mayan calendar (the play was written in 2012), to a radioactive conspiracy launched by the set designers of the James Bond film Dr. No.
All this »fake information in the play«, he says, »is linked to other moments in the play. This allows you to create a maze, a labyrinth of connections, which has the aspect of real life. It’s not of course. It’s fake«.
His design connects with other concerns in chaos theory that intrigue him: a »jump in categories of thinking, a step into the blind void which takes you somewhere else. Instead of reconfirming something you know already, you allow for intersecting reference fields, which were never likely to cross«. Spregelburd asks me to compare arriving at conclusions by surprising routes to Archimedes’ discovery in the bath.
One might think that »Spam« would be something of an uncomfortable and demanding bath, given its heady theoretical concerns, but a trademark of Spregelburd’s work is his interested in popular culture. Let’s say the water is warmer than expected. Spregelburd says, »I always insist that I need to work with popular issues of perceiving reality, which make my work, say, different from a play by Heiner Müller, in that there’s a combination of high and low culture. There’s as much you can learn from a bad football match as from a book on physics«.
Nor is »Spam« expected to be a cacophonous stream of white noise. It has a plot, and a poignant one at that: it is about a man named Mario Monti who has lost his memory and uses the internet as a tool to discover who he is. When he googles himself, he discovers he might just be the former Italian President. »He reaches a false conclusion about who he is. A person who has lost his memory reconstructs who he is by the internet; this is what the play is about«.
This brings us to yet another supposition derived from chaos theory, which is what Spregelburd calls »reflectaphors«, the process of creating resonances between scattered pieces of information.
»One box echoes the other one. This is taken also from chaos theory. Reflectaphor is the idea that one word is made by reflection, rather than by metaphor, which simply implies a substitution of an object A by another object B based on their resemblance. It is very interesting when I read what mathematicians and physicists have to say about metaphors. They tend to say, and I agree, that metaphor has been the alibi of occidental culture to tell a story by means of substitution. At a certain point in culture, this has lead to a dead end. Every time I say something, I am praying that I’m going to be able to read between the lines. In this play, we use new processes to think beyond meaning and message. With reflectaphors, different parts of the structure mirror each other, and you can think not only about similitudes, but also about differences between images that make up the plot«.
As an example of his method, Spregelburd provides the sinking of the Italian cruise liner Costa Concordia in January 2012 as an emblem »of the decadence of Italy. Italy could be taken as the symbol of the decadence of the Western Empire. You can enumerate all the garbage, located now off the Isola del Giglio. And it’s like a poem: it has no meaning in itself, but it connects in different ways to other apocalyptic ideas beating gently in the heart of the play. The sinking of the cruiser was a big deal in popular culture: people made ring tones out of the communications between the captain and the coast guard. Reality becomes pop. It’s very quickly eaten up by the marginal, by fringe cultures, and reincorporated with a sarcastic view. This is not something I feel proud of: but I combine – with a certain art – bits of this re-chewed information, which is somehow given back to a society for it to reflect on itself«.
There is a barrage of images, reference fields, »reflectaphors«, a multiplicity of explanation, but Spregelburd does not expect this will be difficult for the audience to assimilate. »Spam« is not a complex text«, he says, »You don’t even need to be educated to follow the play. Eventually I think it becomes very clear; it deals systematically with two or three different explanations for the same fact: a situation that happens to us all the time in real life, but is nonetheless still something forbidden in theatre. »Spam« is a play that asks you to distrust information. It makes you experience the feeling of distrusting information. Because information is a way of keeping people down«.
We wouldn’t want to end up like Hume’s chicken now, would we?

schaubuehne.de, 17 aprile 2015

Sweet Home Europa. Intervista a Davide Carnevali di Andrea Pocosgnich

Durante i suoi studi a Barcellona ha avuto la possibilità di leggere autori come Martin Crimp, Caryl Churchill, Elfriede Jelinek, tradotti in catalano quando ancora non erano diffuse versioni in italiano. Se parlassimo di materie scientifiche, Davide Carnevali sarebbe uno di quei cervelli in fuga spesso raccontati sui nostri giornali. Invece è uno scrittore e teorico del teatro che dall’Italia se n’è andato già durante gli studi universitari costruendosi in Europa un curriculum e una carriera quasi sconosciuti qui da noi. Eppure ha vinto già due volte il Premio Riccione, ovvero il maggior riconoscimento per la letteratura teatrale italiana. Ha trentaquattro anni e un dottorato in tasca, le sue opere sono state rappresentate in numerosi contesti internazionali e sono tradotte in sei lingue. I suoi natali sono milanesi ma vive e lavora tra Barcellona e Berlino.
Il tuo testo arriva in un momento di crisi e di messa in discussione dei valori europei. Come è nata la scrittura di Sweet Home Europa?
In realtà non è nuovissimo, l’ho scritto tra il 2009 e il 2010. Non si parlava ancora di crisi in questi termini, ma già si capiva che qualcosa non andava, era il periodo dei rifiuti al trattato europeo e mi interessava capire cosa stessimo costruendo come unità sociale e politica prima che economica. Ero a Berlino al festival Theatertreffen, dove avevo vinto un premio con il precedente lavoro, Variazioni sul modello di Kraepelin; il festival come istituzione decise di seguirmi e presentai Sweet Home Europa al Festival Internazionale di Letteratura di Berlino. Già scrivevo con un respiro europeo, perché sapevo che avrei debuttato prima fuori dall’Italia. La Germania continua a essere per me il primo punto di riferimento, appena finisco di scrivere un testo le prime persone a leggerlo sono la mia traduttrice tedesca e quella francese.
In Sweet Home Europa ci sono 3 personaggi: un uomo, un altro uomo e una donna. I due uomini rappresentano dei paesi che si incontrano per creare relazioni e accordi. Dato che tra i due uomini ci sono dei rapporti di forza evidenti dobbiamo pensare a Stati veri e propri?
C’è la volontà di lasciare la questione in sospeso. Non sono personaggi, sono tre persone che interpretano eventualmente molti personaggi…
Potrebbero essere anche più attori?
In teoria sì, io l’ho pensato per un minimo di tre persone, ma nulla vieta di farlo con più attori.
L’idea infatti è quella di rappresentare una storia universale e particolare allo stesso tempo. Nel caso dell’Altro Uomo, ad esempio, all’inizio pensi che sia la stessa persona che si trova in contesti diversi, poi invece capisci che è una questione di generazioni che si susseguono. La Storia tende a ripetersi sostanzialmente in modo identico, epoca dopo epoca. Gli scontri culturali che ci sono adesso ci sono stati anche nel passato: l’Europa è un continente che si popola per migrazioni. Mi interessava molto questo problema.
Però nel testo le problematiche non si concretizzano su un piano di realtà, la questione non è affrontata direttamente, ma suggerita. Cosa ti aspetti che arrivi al pubblico italiano?
Io non scrivo teatro, io scrivo per il teatro. È letteratura drammatica. Lo spettacolo è un’altra cosa. La mia è una sorta di partitura e tendo a lasciarla il più libera possibile dal punto di vista della messinscena e del montaggio, ma cerco di guidarla dal punto di vista del linguaggio attraverso alcune direttive. Mi interessa che arrivi una certa atmosfera, un certo senso di estraneità. Il mio obiettivo è lavorare con lo spettatore e portarlo fuori da una visione egemonica della realtà basata sulla cronologia lineare, sulla relazione causa ed effetto, sulla visione di un mondo perfettamente dominabile dall’uomo. Con questa visione ci perdiamo molte cose della vita, non solo rispetto alla comunicazione. Naturalmente vorrei che il pubblico rifletta divertendosi.
Infatti l’ironia è determinante nella sua scrittura, arriva spiazzando il lettore. Come hai lavorato su questa peculiarità?
Molte cose rischiano di farsi didascaliche e pedanti se non le metti in bocca a un branzino che parla [è una scena dello spettacolo, ndr.]. Ho lavorato sui testi sacri e la tradizione miracolistica, dunque dietro a certi momenti che possono apparire demenziali c’è un significato simbolico, un codice preciso. Cerco di scrivere costruendo diversi strati e livelli che corrispondano a diversi pubblici.
Un’altra caratteristica è rappresentata dalle storie che i personaggi si raccontano, ognuno è portatore di una tradizione orale. Come si relaziona questo discorso con la Storia dei popoli?
Mi interessa la costruzione della Storia come costruzione della memoria storica, come qualcosa di artificiale. Tendiamo a ricreare il nostro passato a partire dalla sua narrazione, ma il passato non è la memoria, è una sua interpretazione logica. È una questione su cui ho avuto modo di riflettere molto proprio in paesi come la Spagna, la Germania o l’Argentina dove il dibattito  è sempre centrale.
Come appare l’Italia vista da fuori con gli occhi di un autore neanche trentacinquenne?
Non è un possibile mercato, non è un paese con un sistema teatrale interessante. Ha delle cose interessanti, il problema è che non sono valorizzate o sono nascoste, non escono o non hanno i mezzi per svilupparsi come invece li avrebbero in altri paesi.
Quali sono i problemi di uno scrittore italiano di teatro che lavora maggiormente all’estero?
Negli altri paesi ad esempio un grande lavoro viene svolto dagli istituti di cultura, per la Germania il Goethe Institut ha un ruolo importante nella diffusione della cultura tedesca: per un autore tedesco è molto più facile farsi tradurre, rappresentare e viaggiare perché l’istituto sovvenziona la partecipazione ai festival. Ecco, io da italiano mi sono scontrato tantissime volte con questo problema, perché con gli istituti italiani di cultura ho sempre avuto difficoltà a trovare finanziamenti. Spesso mi sono trovato nella situazione in cui ero l’autore italiano invitato a un festival e non potevo viaggiare perché l’Istituto Italiano di Cultura non aveva i fondi. Alcune volte sono stato aiutato dal Goethe Institut, grazie alle connessioni del mio agente a Berlino, oppure dagli istituti spagnoli o francesi.

Teatro e Critica, 9 aprile 2015

Ribalta digitale. Nuove esperienze di lettura di Rossella Consoli

In Italia l’avvento del digitale, dalla sua nascita, ha scatenato dubbi e reazioni di perplessità nei lettori più ‘conservatori’ e negli ‘affezionati alla carta’: al suo odore, all’ingiallimento delle pagine col tempo, all’oggetto libro, insomma; quelli abituati alla compra-vendita dal vivo, nelle librerie, circondati da scaffali strabordanti, per intederci.
Ma quanto sappiamo dell’editoria digitale?
Ecco una piccola panoramica che vuole posare lo sguardo su alcuni dati salienti, per comprendere una realtà emergente e farsi un’idea editoriale.
Alla diffusione del computer e al successivo avvento di internet, avvenuto negli anni Novanta, forse non si era consapevoli dei rivolgimenti che questa tecnologia avrebbe portato, ma per rendere l’idea basta pensare ai cambiamenti che in una decina d’anni hanno travolto il modo di fruire e produrre informazioni: nel 2000, infatti, il 75% delle informazioni erano su formato analogico, nel 2013, invece, solo il 2% di queste NON erano state decodificate da un calcolatore.
Il diverso modo di fruire le informazioni ha portato alla necessità, da parte di tutti i tipi di ‘azienda’, di attraversare differenti canali per offrire nuovi contenuti in forme innovative. L’editoria non si è tirata indietro in questa realtà fatta di contenuti virtuali e formati elettronici: ha dato il via a sperimentazioni che potessero vivere e sopravvivere in un mercato competitivo. Ecco che arriviamo al protagonista degli ultimi anni, che ha generato una serie infinita di figli e nipoti: l’ebook.
A oggi i dati dell’AIE (Associazione Italiana Editori) parlano chiaro: il fatturato editoriale nel 2014 ha avuto un calo del 5,3%, i settori in positivo sono l’editoria per ragazzi e gli ebook, che arrivano a toccare il 3% del mercato trade.
Cresce del 32%, secondo i dati Istat, la lettura degli ebook, toccando 7 milioni d’italiani che ne hanno letto durante l’anno.
Cosa vogliono dire tutti questi numeri, dati, percentuali?
Che lo zoccolo duro di lettori forti (quelli che acquistano un centinaio di libri all’anno) non è cambiato; per molti lettori l’esperienza del digitale è assimilabile a quella cartacea, soprattutto permette un grosso risparmio: includendo gli ebook, i lettori possono acquistare 200 titoli all’anno allo stesso prezzo dei 100 solo cartacei.
Si sono persi i lettori occasionali, ma l’editoria per ragazzi è il settore che più resiste alla crisi: i giovani lettori aumentano, facendo sorgere domande sulle motivazioni che portano poi a un calo di lettura nell’età adulta. Marco Polillo, presidente dell’AIE, dichiara:
«I dati ci restituiscono una fotografia impietosa, ma lasciano intravedere una speranza: quella delle famiglie con bambini che leggono e che credono al valore della lettura. Il mondo e il mercato del libro va quindi oltre questi segni meno: c’è il digitale che pur con piccoli numeri si sta imponendo e permette di sperimentare nuove esperienze di lettura, ci sono le iniziative di promozione che in tutta Italia ci restituiscono uno scenario diverso, fatto di esperienze positive. Il nostro mondo sta cambiando pelle. È il momento in cui l’editore investe sul lungo periodo, con tenacia».
Sperimentare, dunque, potrebbe essere la parola chiave affinché si salvaguardi l’editoria.
Ed ecco che entra in gioco l’esperienza del digitale che offre modelli fluidi di ricezione, che moltiplica le modalità e le prospettive di lettura attraverso la tecnologia. L’editore così offrirebbe contenuti curati e originali, declinati a seconda di esigenze specifiche, così il campo di vendita si sposterebbe sul virtuale affidandosi ai magnati della vendita online, o creando a loro volta nuove piattaforme, in grado non solo di vendere ma di condividere le informazioni, volorizzandole e trovando un nuovo mezzo di diffusione e di attrattiva.
IfBookThen, conferenza internazionale di narrativa organizzata da Bookrepublic, nell’edizione 2014 ha sottolineato come al momento ci siano più ‘storie’ che libri e come la tecnologia permetta di fruirne, attraverso diverse forme che al di fuori del cartaceo trovano nuovi modelli di lettura o di coinvolgimento del lettore. Mobnotate, ad esempio, sfrutta l’analisi del testo che si sta leggendo per consigliare altri ebooks che potrebbero piacere al lettore; Socialbook è un social reading, in cui i lettori commentano i testi insieme agli altri utenti condividendo l’esperienza di lettura.
Stanno aumentando le case editrici che fanno del digitale il proprio cavallo di battaglia unendo alle abilità editoriali le competenze informatico-tecnologiche.

La Cue Press offre nuove forme e aggiunge nuovi contenuti alla lettura, molto adatti alle arti dello spettacolo, facendo sì che il digitale diventi un’esperienza peculiare che permetta di esaudire curiosità attraverso approfondimenti audio, video e altro ancora, in una visione in cui il libro non è percepito come semplice oggetto ma come pro-getto di produzione culturale.
Per una lettura di un quadro più ampio, in cui diverse prospettive possono intrecciarsi, si è cercato il punto di vista dell’editore, tra i protagonisti dei processi finora descritti, così abbiamo chiesto la parola a Mattia Visani, fondatore della Cue Press:
La Cue Press è la prima casa editrice digitale, in Italia, dedicata interamente alle arti dello spettacolo. Come come hanno reagito gli autori a una forma diversa da quella cartacea?
Tutti con grandissimo entusiasmo, qualunque fosse la loro età, perché la percezione della crisi in cui versa l’editoria di settore è grande, e molti ormai hanno capito che servono modelli nuovi. Per quanto ci riguarda, vecchio e nuovo convivono in maniera produttiva e felice: riedizioni e nuove proposte,  digitale e cartaceo.
Quali sono secondo te le caratteristiche principali di un ebook reader?
L’ebook rivoluzionerà, e in parte lo sta già facendo, le abitudini di milioni di lettori. Gli ebook reader permettono di gestire contenuti ipertestuali di vario genere, muovendosi sempre più dal testo alla rete.Gli e-reader di domani non saranno come quelli attualmente in commercio: saranno sottili come fogli di carta, pieghevoli, di inchiostro elettronico a colori e con un browser integrato, costeranno 15 euro e in una tavoletta ci saranno 300 libri… si capisce subito che non c’è partita… «Reinventeranno la carta!» mi ha detto Nando Taviani mentre gli parlavo dell’e-reader del futuro. Ormai lo cito sempre. Ripeto: facciamo bellissimi libri di carta a prezzi contenuti e non ci interessa creare inutili (quanto sterili) contrapposizioni. Ci interessa piuttosto, arrivare a un’utenza non raggiunta (e ormai non raggiungibile) dai vecchi modelli di distribuzione editoriale, se si può chiamare distribuzione…
Credi che il digitale possa rappresentare una possibile ‘soluzione’ alla crisi editoriale italiana?
La verità è che ormai il concetto di crisi è riduttivo e addirittura ‘rassicurante’ per alcuni, perché nasconde tentativi editoriali velleitari e raffazzonati: mancanza di prospettiva, insipienza, spreco di denaro pubblico, ecc. Più che una ‘soluzione’ il digitale è certamente una risposta alla crisi, la soluzione è un’altra ma non te la dico…
Che peso ha l’editoria digitale per le case editrici indipendenti?
Non mi limiterei ad associare l’editoria digitale a quella ‘indipendente’. In generale, l’editoria digitale offre la leggerezza del supporto alla progettualità culturale… cosa del tutto nuova…  fatte le dovute eccezioni… Molti editori infatti – anche non ‘indipendenti’ – stampano libri che ‘muoiono’ in magazzino… libri che non hanno bisogno di essere venduti… Dunque, una cosa è certa: l’editoria di settore in Italia, secondo i modelli a cui siamo abituati, non funziona. Ma confidiamo (e molto) nel futuro.

Rivista!unaspecie, 6 marzo 2015

Schimmelpfennig va in Visita al padre di Fabio Francione

Si recupera il primo titolo uscito nella collana di drammaturgia ‘I testi’ della Cue Press di Mattia Visani: Visita al padre del drammaturgo tedesco Roland Schimmelpfennig. Tra gli ultimi numeri ci sono Totò e Vicé del compianto Franco Scaldati e La donna che legge di Renato Gabrielli, quest’ultimo attualmente fino all’8 febbraio in scena al Teatro Out Off di Milano. Al di là di ogni intento recensorio del magnifico Visita il padre di Schimmelpfennig, già inviato di frontiera a Istanbul prima di diventare cantore di una generazione europea che non si relaziona più con i genitori, la collana della Cue, edita in ebook e in print on demand, dà la stura ad alcuni fenomeni editoriali che porteranno una rivoluzione nel concetto di vendita e confezione di libro. Per ora tale fenomeno è confinato in zone limitrofe e di genere della grande distribuzione. Non a caso di tutto ciò il prossimo 3 febbraio (ore 18) si discuterà presso la Scuola Civica P. Grassi di Milano nel convegno e-dramatic theatre. Drammaturgia contemporanea e editoria digitale.

Il Cittadino, 29 gennaio 2015

Renato Gabrielli alla ricerca di un’inutile salvezza di Laura Timpanaro

È stata una prima molto applaudita e affollata quella de La donna che legge al Teatro Out Off di Milano.
Una scrittura sofisticata, quella di Renato Gabrielli, che arriva da due suggestioni letterarie molto diverse fra loro: l’Ulisse di James Joyce, in particolare il capitolo Nausicaa, e il saggio di Francesca Serra Le brave ragazze non leggono romanzi. Da lì Gabrielli è partito per costruire la storia di un triangolo amoroso in cui eros, tanathos e voyerismo si intrecciano e si intersecano con un raffinato gioco di dissolvenze.
La vicenda, ambientata ai nostri giorni in una città di provincia italiana bagnata dal mare, scaturisce dalle pulsioni e perversioni di un uomo maturo, Mirco, che, dotato di «talento senza vocazione per l’attività forense e di vocazione senza talento per l’attività poetica», abbandonata la toga per dedicarsi alla professione di poeta dilettante, si invaghisce di Giada, una ragazza incontrata durante una delle sue quotidiane passeggiate sulla spiaggia, e osservata intenta a leggere.
Mirco sente il bisogno di continuare ad osservarla, di indovinarne pensieri e desideri mentre è assorta nella lettura. Un bisogno così urgente da essere disposto a sacrificare i risparmi di una vita per poterlo soddisfare.
Per mettersi in contatto con la ragazza ed avanzare la proposta economica (denaro in cambio del diritto di osservarla un’ora al giorno, in spiaggia, intenta a leggere) si serve della mediazione di Federica, la donna con cui anni prima ha avuto un’importante relazione, e che è ancora innamorata di lui.
Tre individui, insomma, «alla continua ricerca dell’altro per la propria sopravvivenza», come scrive Lorenzo Loris nelle note di regia.
Giada, l’oggetto del desiderio voyeuristico di Mirco, accetta la proposta, perché sogna di lasciare la provincia, di scappare da un paese sonnolento e moribondo, e dalla prospettiva di una tranquilla ed asfissiante vita coniugale.
Il testo propone incursioni nei territori dell’angoscia, dell’insofferenza, dell’amore incondizionato che sopravvive alla morte. Federica continuerà infatti ad amare Mirco e a proteggerlo da se stesso, anche se inutilmente. Lui riuscirà a realizzare il proprio desiderio di non esistere e di ritrovare una sorta di ‘pace’ incontrando la morte dopo pochi mesi dai suoi ultimi contatti con Giada. Lei, infine, dopo un anno passato in Irlanda, finirà con lo sposare un ricco imprenditore della città di provincia in cui è nata e cresciuta, da cui ha tentato la fuga, e da cui verrà infine inghiottita.
La drammaturgia raffinata e coraggiosa di Renato Gabrielli riesce a scandagliare l’Italia contemporanea ed indagarne tendenze meno affrontate, come il nichilismo latente del protagonista, raccontando sì l’insofferenza di una generazione, ma fuori dai soliti cliché dei giovani senza lavoro e senza speranza, e rinunciando in maniera netta ad un qualsivoglia ‘lieto fine’.
La regia di Loris riesce a tradurre in scena il meccanismo delicato del copione: gli attori entrano ed escono dai propri personaggi, alternando i punti di vista nella narrazione con un’ottima capacità di sintesi, puntando sull’essenzialità della scena: un tavolo e poche sedie azzurre a richiamare un mare che, vista la situazione dei personaggi e quella più generale della nostra società, pare più realisticamente rivelarsi come una palude.
Ottime le interpretazioni dei tre protagonisti. Istrionico Massimiliano Speziani, capace di rendere tutte le sfumature psicologiche del personaggio con un perfetto uso del corpo. Cinzia Spanò, nei panni di Federica, mostra di avere buoni tempi comici e un’aderenza perfetta al ruolo di donna in carriera, all’apparenza fredda ma in realtà profondamente innamorata. Infine Alessia Giangiuliani, nel ruolo di Giada, realizza un ritratto fresco e realistico dell’insofferenza giovanile.
Lo spettacolo sarà in scena a Milano fino all’8 febbraio. E in parallelo, per tutto il periodo, sarà anche possibile acquistare il testo di Gabrielli, appena pubblicato dalla casa editrice digitale Cue Press, a soli 2,40 insieme al biglietto dello spettacolo.

Klp teatro, 19 gennaio 2015

La donna che legge, su Rai Radio 3

Il primo approfondimento teatrale della puntata ci consegna la nuova regia di Lorenzo Loris da un testo di Renato Gabrielli La donna che legge interpretato da Massimiliano Speziani, Cinzia Spanò e Alessia Giangiuliani.
In una città di provincia italiana, sul mare, un maturo avvocato ritiratosi dalla professione e poeta dilettante si invaghisce di una giovane lettrice intravista sulla spiaggia. Si mette in contatto con lei tramite una ex collega, con cui anni prima ha avuto un’importante relazione; propone alla ragazza di risolvere i suoi problemi economici in cambio del permesso di contemplarla mentre si dedica alla lettura, in circostanze che col procedere del racconto si fanno sempre più intime. Un testo, quello di Gabrielli, costruito su una struttura drammaturgica del tutto nuova, frutto di anni dedicati alla ricerca di una scrittura fuori dagli schemi. Coraggiosa e spiazzante, che non si preoccupa di dover rispettare delle regole narrative, molto spesso ormai consunte e desuete, ma anzi, facendosene beffa, le rinnova scardinandole alla radice, le sperimenta e ci propone un modo nuovo e singolare di raccontare una storia, mettendo al centro sempre l’attore, il suo corpo, il palcoscenico e nient’altro.

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Piazza Verdi, 17 gennaio 2015

Siamo asini o pedanti? di Maria Dolores Pesce

Probabilmente programmato da tempo ma, per una di quelle casuali coincidenze od interferenze del destino che, anche loro malgrado, assumono il significato di una testimonianza feconda, esce per l’editore Cue Press di Imola, quasi contestualmente alla morte di uno dei protagonisti di quella stagione, questo testo di fine anni Ottanta del secolo scorso, una delle drammaturgie di ‘snodo’ del percorso  del Teatro delle Albe di Ravenna, diventato con il tempo uno dei suoi simboli.
Un testo che ha esordito nel 1989, anno topico di una rottura nella storia del mondo o addirittura, secondo qualcuno, della fine della storia stessa, ma capace di una straordinaria e paradossale attualità che ha le sue radici essenziali nella capacità profetica del teatro delle Albe, in grado di vedere nel presente di allora il suo oltre di oggi, mai però in termini di apodittica affermazione ma in termini di dubbio che scava e smaschera, che accende ed alimenta il motore della vera conoscenza che tutto sospende, soprattutto la finta sapienza.
Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonno, e i loro primi amici senegalesi, partendo da storie diverse se ne erano fatti portatori dando vita allora a questo eterodosso organismo teatrale che è giunto sin qui mutando sempre senza mai cambiare. Eretici e comunque dubbiosi sempre, amici di Giordano Bruno e Philip K. Dick e nemici di chi rifiuta di specchiarsi nel diverso da sé, cioè nel doppio che inevitabilmente lo accompagna.
Come lascia intendere l’interessante prefazione di Oliviero Ponte di Pino, che correda il volume, un testo politico e dunque polittico (con due t) ovvero politttttttico (con sette t) in quanto riporta la politica alla sua vera natura che è lo stare dentro (e non sopra) ed il vedere oltre. Palestra di recitazione e conoscenza per Ermanna, momento di ribaltamento per la scrittura polisegnica di Marco, è un testo con molti padri e soprattutto moltissimi figli, già arrivati o attesi. Una ‘farsa filosofica’ infine che non adatta o adotta l’attualità, ma a cui l’attualità, anche quella più tragicamente vicina, si adatta per essere meglio compresa.

dramma.it, 13 gennaio 2015

Cue Press, l’editoria digitale è un business da primo premio di Federico Spadoni

I migliori per sostenibilità del progetto, carattere innovativo e fattibilità. Così Cue Press si aggiudica il premio Impresa Creativa, il concorso orientato a sviluppare e favorire la nascita di startup. Tra le dieci idee imprenditoriali selezionate al termine di un percorso formativo di sviluppo, il progetto imolese pensato da Mattia Visani è stato selezionato fra i tre modelli di business più innovativi, ottenendo il premio di cinquemila euro.
Di Cue Press si è già parlato. In inglese significa «battuta d’entrata, attacco, suggerimento, imbeccata». E come tale entra nel mondo dell’editoria teatrale cercando di sconvolgerla. Nasce alla fine del 2012. Visani, ultimo autore della Ubulibri di Franco Quadri, la fonda prima come associazione culturale, per mutarla poi nella prima casa editrice digitale italiana interamente dedicata alle arti dello spettacolo.
Di recente ha inaugurato il sito internet www.cuepress.com, che vede impegnati una decina di collaboratori.
«Più che un progetto avviato, possiamo dire che è operativo – spiega Visani –, speriamo di trovare sul territorio un terreno fertile per avviarlo nella maniera e nelle dimensioni che ci aspettiamo».
L’auspicio poggia sui riscontri più che positivi ottenuti fin dai primi momenti, con il riconoscimento del premio Hystrio Anct (associazione nazionale critici di teatro) che ha portato l’idea in finale e la prima pubblicazione in Italia di Visita al padre di Roland Schimmelpfennig a concorrere al premio Ubu come migliore novità straniera.
Libri digitali, ebook e formati cartacei on dernand, con distribuzione in 50 Paesi. Sono queste le prospettive che hanno sbaragliato un settore di nicchia; vale a dire quello dell’editoria dedicata alle arti e allo spettacolo che, spiega Visani, «soffriva di un grande vuoto che noi abbiamo cercato di colmare». Come? «Sulla base delle nuove tecnologie e dei nuovi modelli editoriali, consci del fatto che i vecchi sistemi di settore non funzionavano più». Colpa anche del sistema stesso, sostiene l’editore, se si è arrivati a un punto di collasso: «Era troppo forte il legame con modelli stantii e lontani dalle nuove forme. Che si è sommato a una crisi distributiva, economica e di idee». «Noi almeno – sostiene convinto Visani – la crisi di idee possiamo tentare di colmarla».
Anticipa quindi le prossime idee: «Ci muoveremo anche verso cinema e la musicologia. Siamo primi in Italia ad applicare nuovi modelli editoriali legati a nuove tecnologie a un’editoria di settore. Naturalmente ci rivolgiamo in prima battuta al teatro perché il mio percorso è nato in questa disciplina».
Così come la distribuzione, nel progetto di Cue Press, ha in serbo importanti novità, sulle quali però Visani mantiene il più stretto riserbo. «Sono canali di vendita assolutamente nuovi, forse saremo i primi in europa, coinvolgendo anche grandi teatri». Infine, «ci muoveremo anche anche su testi multilingue».
Ormai superato il libro, inteso come oggetto. Benvenuti – se ancora non ve ne foste accorti – nell’era digitale, e allibro come ‘pro-getto’, per raggiungere il lettore alla velocità di un clic.

La Voce, 4 dicembre 2014

Impresa Creativa, alla Cue Press il primo premio di Enrico Agnessi

Vincere un premio per l’innovazione pubblicando libri su Cechov e Stanislavskij? Possibile, se ci si chiama Cue Press, la prima casa editrice digitale (all 100% made in Imola) interamente dedicata alle arti dello spettacolo. La realtà nata a fine 2012 da un’idea di Mattia Visani, trentacinquenne attore e scrittore teatrale, si è infatti assicurata nei giorni scorsi il concorso intitolato Impresa Creativa, stracciando una trentina di rivali da tutta la regione. In via Aspromonte, questa la sede di Cue Press, arriva un riconoscimento in denaro di cinque mila euro lordi. E un’iniezione di fiducia per guardare al futuro con rinnovato ottimismo.
Ma di cosa si occupa l’impresa imolese? Produce libri elettronici e cartacei (con stampa digitale su richiesta), acquistabili sul web nei negozi virtuali o direttamente dal sito dell’editore. La distribuzione arriva in più di cinquanta Paesi in tutto il mondo. Cinque i formati per la lettura: iBooks (una versione dedicata alla piattaforma di Apple); ePub (standard internazionale, fruibile da ogni tipo di dispositivo per la lettura); Mobi (per Amazon Kindle); Pdf; versione cartacea, da ricevere a casa in pochi giorni. Tra i tanti autori pubblicati, da ricordare le opere dei mostri sacri del teatro come Gordon Craig e Vsevolod Mejerchol’d, ma anche quelle dedicate agli imolesi d’adozione Enzo Vetrano e Stefano Randisi. Ed è proprio questo mix di classico e moderno, di cultura e tecnologia, ad aver convinto la giuria del premio Impresa Creativa.
«Fa piacere che qualcuno si sia accorto di una realtà come questa – commenta Visani –. Il nostro è un laboratorio di idee: vogliamo costruire modelli per nuovi l’editoria e modalità di produzione culturale moderne. La materialità va assottigliandosi sempre di più e non pensiamo il libro come ‘oggetto’, ma come ‘progetto’. Sfruttando l’agilità del digitale, proponiamo il meglio della produzione viva di settore, in vista di un pubblico che esiste ed è reattivo ma non raggiunto, e forse non più raggiungibile, dai metodi dell’editoria tradizionale». Sette i titoli già acquisiti da Cue Press, ai quali vanno aggiunti i circa sessanta che andranno ad arricchire una lista pensata per l’università, gli appassionati di teatro e gli addetti ai lavori. «Definirlo un catalogo di tutto rispetto è dire poco – avverte Visani – al suo interno c’è quanto di meglio sia stato prodotto in quaranta anni di studi teatrali». Il tutto, «lavorando a pieno regime e senza budget», ricorda il fondatore di Cue Press, aiutato a portare avanti il suo progetto da una rete composta da una decina di collaboratori sparsi tra l’Italia e l’Inghilterra. Prezioso anche il contributo delle istituzioni locali, della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna e della Banca di Imola. Oltre che di Legacoop. Con queste basi – e in attesa di allargare la produzione anche a libri sul cinema – Cue Press potrà andare lontano. Prossimo appuntamento in agenda, il 15 dicembre. In quella data si conosceranno infatti i nomi dei vincitori dei prestigiosi premi Ubu, vero e proprio punto di riferimento per il teatro Italiano. Cue Press concorre con Visita al padre di Roland Schimmelpfenrug, pubblicato a gennaio di quest’anno e prodotto dal Piccolo di Milano.

Il Resto del Carlino, 3 dicembre 2014

Totò e Vicè di Franco Scaldati di Paolo Randazzo

Quando l’anno scorso, il 13 giugno 2013, Franco Scaldati è venuto a mancare, fatta la tara all’ipocrisia di chi, dopo averlo lasciato una vita senza un teatro, voleva magari dedicargli una strada o una piazzetta a Palermo, tutti coloro che gli sono stati vicino negli anni e hanno amato la sua arte si sono chiesti invece se e come il suo teatro avrebbe mai potuto continuare a vivere. Pensando al teatro di Scaldati infatti è davvero difficile, se non proprio impossibile, separare dai testi l’emozione della scena, la ruvida profondità della sua voce, i silenzi abissali, il ritmo metafisico e straniante della sua regia: come poter far vivere tutto questo senza più l’autore a dargli anima? Come rendere possibile la fruizione del suo teatro trovandosi separate testualità e autenticità della perfomance? Come evitare che venga tradita la poesia di questi testi? È da inquadrarsi in questa prospettiva problematica il libro Totò e Vicè curato dalla critica ennese Filippa Ilardo che è stato presentato per la prima volta in Sicilia, domenica 28 settembre, a Messina nel contesto del SabirFest. Si tratta di un libro in formato digitale edito dalla casa editrice emiliana Cue Press che propone quella che una volta si sarebbe detta l’edizione critica di un testo d’ autore, nel caso specifico di Totò e Vicé di Scaldati. Un testo portato in scena per la prima volta nel 1993 a Gibellina, poi nel ’95 al Biondo di Palermo e infine nel 2011, con uno strepitoso successo di critica e pubblico, da Vetrano e Randisi. Da sottolineare l’interessante lavoro di questa giovane casa editrice che sta cercando di ripubblicare in formato digitale numerosi classici del teatro (italiano e straniero) novecentesco: testi preziosi, intorno ai quali la riflessione critica e l’operatività artistica sono tutt’altro che esaurite, ma che sono ormai introvabili nelle librerie. Oltre al testo di Scaldati, il libro contiene un approfondimento critico della stessa Ilardo, due interviste a storici collaboratori del drammaturgo palermitano (gli attori Gaspare Cucinella e Melino Imparato) e ancora un intervento di Dario Tomasello. «Nella drammaturgia di Scaldati le parole sono geroglifici – spiega la curatrice -, intrecciano l’elemento fonicoacustico con quello plastico-visivo, il piano della scrittura con quello della rappresentazione, ma, soprattutto, instaurano un legame profondo con la terra e con i luoghi. È da questo contatto col sottosuolo che nasce il dialetto, assorto, cadenzato, lirico, ma anche terragno, arso, viscerale di Scaldati».

dramma.it, 10 ottobre 2014

L’orgoglio delle idee del Brecht regista di Fabio Francione

Ristampa in ebook con nuova prefazione a cura di Marco De Marinis di uno dei libri che ha portato all’attenzione del pubblico la capacità di lavoro sui testi non solo teorica di Brecht. Infatti Brecht regista. Memorie dal Berliner Ensemble, oltre a reggersi sulla riproposizione del diario che Hans Bunge (assistente di Brecht nella messinscena del Cerchio di gesso del Caucaso) redasse tra il 1953 e il 1954 e testimonianze di attori che lavorarono con lui, si sostiene sulla magnifica sapienza teatrale di Claudio Meldolesi (il più pro- fondo conoscitore dei meccanismi della regia teatrale) e la collaborazione di Laura Olivi, dramaturg al Residenztheater di Monaco di Baviera. Il Brecht che viene fuori è un artista e intellettuale che non rinuncia alle proprie idee. Il taccuino di lavoro è fitto di ripensamenti, di un estremo interesse al dialogo e di saper comprendere che il limite dello scrittore, come del drammaturgo, è quello di lasciar liberi i personaggi creati e di non sapere dove andranno e cosa faranno.

il Cittadino, 24 settembre 2014

Parigi. La città dei teatri, su Rai Radio 3

In Parigi. La citta dei teatri l’autrice, Valentina Fago, ha applicato il genere testuale della ‘guida turistica’ alla materia teatrale in un percorso attraverso i luoghi dove si consuma il rapporto con la cultura materiale, nello spazio vivo della comunità.
I teatri sono anche spazi e architetture capaci di svelare tracce di civiltà passate, luoghi meravigliosi per passare una serata e lasciarci raccontare, attraverso la storia rappresentata sul palco, la vita stessa della città.
Il teatro e la città: un luogo continuo e dinamico, energicamente legato all’epoca e al tessuto urbano in cui si inserisce.
Chissà quante volte, visitando una capitale europea, sarete andati a scorrere la locandina delle rappresentazioni del giorno e Parigi, la città che non dorme mai, la capitale dalle mille luci che gli inglesi definirono alla fine dell’Ottocento «city of lights», La Ville Lumiére pluricelebrata nelle canzoni di Yves Montand, di Charles Trenet, di Edith Piaf, di Charles Aznavour, sublimata prima della grande guerra nel cinema di Jean Renoir e di Marcel Carné e, più tardi, nella nouvelle vague di Truffaut e Godard. vi può offrire un’esperienza tra le vie della città e i suoi teatri.

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Radio 3 Suite, 24 settembre 2014

Il trionfo dell’asinità: dalla prefazione di Siamo asini o pedanti? di Oliviero Ponte di Pino

È disponibile (ovvero acquistabile e scaricabile in ebook) Siamo asini o pedanti? di Marco Martinelli. Lo pubblica, con una dedica a Mandiaye N’Diaye, un sorprendente corredo multimediale e una prefazione di Oliviero Ponte di Pino, di cui pubblichiamo un brano.
Come i primi apologhi composti da Marco Martinelli, Siamo asini o pedanti? evita ogni facile e consolatoria certezza. Rifiuta chiavi immediatamente utilizzabili, risposte univoche. A livello comunicativo, esplora e mescola diversi livelli di realtà e alterna varie forme di comunicazione: la fantascienza (come dice la didascalia iniziale, la pièce è ambientata a «Ravenna felice, anno… più in là»), il realismo, la favola natalizia che diventa sogno e incubo, l’apologo filosofico, la satira e la tragedia, il teatro, il circo, il cantastorie… Il finale è volutamente aperto, sospeso, quasi a troncare lo sviluppo narrativo ed escludere una facile ‘morale della favola’. Siamo per certi aspetti vicini al teatro postdrammatico teorizzato da Hans-Thies Lehmann.
La ricchezza delle invenzioni, la forma aperta, frammentata, intarsiata d’innesti, fanno di Siamo asini o pedanti? un potente nucleo generativo, da cui partono linee di forza che verranno riprese e rilanciate negli anni successivi. Accanto a quelle già suggerite, c’è per esempio la ‘non-scuola, una pedagogia basata sul cortocircuito tra sapienza e stoltezza: «Non andavamo a insegnare», spiegherà Martinelli. «Il teatro non si insegna. Andavamo a giocare, a sudare insieme. Come giocano i bambini su un campetto da calcio, senza schemi né divise, per il puro piacere del gioco, come capita ormai di vederli solamente in Africa, a piedi nudi sulla sabbia, o nel sud d’Italia: al nord è raro, i più sono irregimentati a copiare il calcio dei ‘grandi’, soldi e televisione. In quel piacere ci sono una purezza e un sentimento del mondo che nessun campionato miliardario può dare. La felicità del corpo vivo, la corsa, le cadute, la terra sotto i piedi, il sole, i corpi accaldati dei compagni, l’essere insieme, orda, squadra, coro, comunità, la sfera-mondo che volteggia e per magia finisce dentro la rete. Scuola e teatro sono stranieri l’uno all’altra, e il loro accoppiamento è naturalmente mostruoso. Il teatro è una palestra di umanità selvatica e ribaltata, di eccessi e misura, dove si diventa quello che non si è; la scuola è il grande teatro della gerarchia e dell’imparare per tempo a essere società».
Dopo l’asino, sarà il turno di altri animali, a cominciare dagli Uccelli di Aristofane per arrivare alla muta di cani ululanti stipati nel sottopalco dell’Isola di Alcina (2000). Le Albe porteranno in scena nel 2000 il Padre Ubu e la Madre Ubu, creati da Alfred Jarry quando era ancora studente al liceo di Rennes: simbolo della stupidità e dell’arroganza del potere, ma anche incarnazione di una potenza sovversiva e liberatoria, Ubu segnerà a lungo il percorso del gruppo, ancora una volta dalla Romagna all’Africa.
Come drammaturgo, Marco continuerà a lanciare sguardi sull’Italia, tra grottesco e denuncia, con I Refrattari (1992) e più di recente con Pantani (2013). Come (anti)pedagogo inventerà nel 2011 Eresia della felicità, un ciclo di spettacoli – o meglio un format – che mobilita le energie di decine e decine di «bambini pieni di grazia, adolescenti sgraziati in bilico tra l’età dell’oro e l’età del grigio (per questo, forse, ancor più commoventi)», arruolati per «una creazione quotidiana sotto l’insegna della non-scuola del Teatro delle Albe. Gli adolescenti in maglietta gialla imbracceranno i versi crepitanti di Vladimir Majakovskij, scritti quando lui pure era un giovane ribelle, e sentiva la tempesta nell’aria». Rivisitando Pinocchio (2014), altri adolescenti si ritroveranno trasformati in asini. Senza dimenticare Bottom e la sua metamorfosi asinina nel Sogno di una notte di mezza estate (2002).
Quell’asino parlante e mutante continua a ragliare e scalciare. Dà forma a inedite potenzialità. Partorisce e dissemina le sue creature. Come spiega Coribante, uno dei personaggi della Cabala del cavallo pegaseo di Giordano Bruno, «Multa igitur asinorum genera: aureo, archetipo, indumentale, celeste, intelligenziale, angelico, animale, profetico, umano, bestiale, gentile, etico, civile ed economico; vel essenziale, subsistenziale, metafisico, fisico, ipostatico, nozionale, matematico, logico e morale; vel superno, medio ed inferno; vel intelligibile, sensibile e fantastico; vel ideale, naturale e nozionale; vel ante multa, in multis et post multa».

ateatro.it, 19 settembre 2014

Tutti i palchi portano a Parigi di Camilla Tagliabue

Parigi val bene una messa in scena: con le sue centinaia di sale, le sue decine di teatri pubblici e privati, i suoi numerosi festival ed eventi, la Ville Lumiére può, a buon diritto, essere considerata una delle capitali mondiali dello spettacolo dal vivo. Non a caso, la minuta casa editrice Cue Press ha deciso di lanciare una collana di Guide Teatrali, curata da Andrea Porcheddu, iniziando proprio da Parigi. La città dei teatri, a firma di Valentina Fago. Tra prontuario turistico e bigino storico-geografico, questo gustoso libro di viaggio mappa l’intero circuito teatrale metropolitano, ramificato capillarmente in tutti i quartieri, e riporta numeri utili, informazioni di servizio e chicche per giramondo dei palcoscenici: dai calendari delle stagioni ai costi dei biglietti, dalle kermesse estive alle letture indispensabili, da orari e indirizzi alle dritte enogastronomiche per il dopo recita… Oltre a un breve excursus storico, la guida è articolata in capitoli-arrondissement: si parte dal centro con «la maison de Molière», ovvero la Comédie Française e la sua compagnia di sessanta attori permanenti, strutturata ancora secondo l’antica e aristocratica gerarchia, e si arriva al T2G Gennevilliers nelle banlieue, zigzagando per gli stabili nazionali, i café-concert, i cabaret, l’Opéra e l’Odéon, il Théâtre des Bouffes du Nord e la Cartoucherie, i circhi e gli spazi underground, i centri di drammaturgia contemporanea e il Lévi-Strauss, dove assistere a canti e balli dei pigmei del Congo o alle marionette vietnamite. Ma non è tutto oro quel che luccica, neppure nella brulicante Ville Lumiére: la Francia è stata, infatti, tra i primi Paesi a decentralizzare l’offerta, portando il teatro in periferia. Tuttavia, chiosa Stanislas Nordey nel suo prezioso contributo critico, l’operazione «non è riuscita, in sessanta anni, a toccare le fasce sociali basse e medio-basse. E questo lo reputo un fallimento».

Il Fatto Quotidiano, 20 agosto 2014

L’editoria digitale sbarca in Sicilia di Diego Vincenti

Ci sono voluti circa trent’anni. Non pochi. Ma spesso il teatro è così, mette negli scatoloni in soffitta opere che ancora molto avrebbero da dire. Non solo agli spettatori. Trent’anni si diceva, per vedere pubblicati per la prima volta alcuni lavori di Enzo Vetrano e Stefano Randisi concepiti fra il 1982 e 1987. Ovvero Il Principe di Palagonìa, Mata Hari a Palermo e L’isola dei Beati, così intrisi della terra d’origine dei due attori da essere stati giustamente raccolti in una ‘trilogia siciliana’. Idea della Cue Press, editrice digitale (ma non solo), che ha pensato bene di riprendere in mano quel periodo folle ed esilarante collocabile nel primo decennio di vita della coppia (insieme dal 1976). Prima della fondazione dei Diablogues (1995), ancor più dalla recente e fortunatissima ricerca sui classici. Una Sicilia peraltro solo «ricordata», visto che all’epoca Vetrano e Randisi l’avevano già lasciata da anni. Luogo della memoria declinato in sketch, suggestioni, spunti cesellati in tre diverse cornici: il racconto storico, quello fantascientifico e addirittura una spy story. Insomma, al solito ci si confronta con un ventaglio di linguaggi teatrali, sempre in bilico fra realismo e parodia. Lettura salutare. Che riappacifica con il teatro. Ma Vetrano e Randisi tornano indirettamente in un’altra pubblicazione, sempre per i tipi della Cue Press. Ovvero l’edizione riveduta e integrale di Totò e Vicé, il poetico testo di Franco Scaldati divenuto cavallo di battaglia dei due artisti palermitani. Per un libro che oltre a offrirsi come ulteriore materiale di studio, pare un sentito omaggio al poeta siciliano. Grazie anche ai due saggi che chiudono il volume, firmati rispettivamente da Dario Tomasello e dalla curatrice Filippa Ilardo. A testimonianza della vivacità della Cue Press, giovane casa editrice fondata da Mattia Visani, che nel proprio catalogo può già vantare lavori di Gerardo Guccini, Giuseppe Liotta, Fausto Malcovati, Claudio Meldolesi, oltre a opere dei grandi teorici del passato e testi drammaturgie!

Hystrio, n. 3/2014

Libri di carta addio? Intervista (digitale) a un giovane editore di Daniela Arcudi

Sarà l’inevitabile supporto di studio del nostro immediato futuro, non c’è dubbio. L’e-book è lo strumento più agile da portare in giro e non solo, oltre che supporto ideale per lo studio di ogni genere e grado.
Il libro cartaceo, però, potrebbe comunque continuare a trovare un suo mercato, soprattutto se guardiamo a prodotti di eccellenza coltivati da alcune case editrici di valore che producono, ad esempio, piccoli gioiellini per l’infanzia, convinti che sia proprio ai nativi digitali che occorra pur sempre offrire un’alternativa a quello che sarà per loro già uno strumento d’abitudine, quotidiano: prodotti anche di alto livello che potranno offrire un’ulteriore fonte di arricchimento per il linguaggio dei più piccoli, potenziando processi cognitivi diversi rispetto a quelli stimolati dal digitale.
Perché del libro cartaceo ci potrebbe pur sempre essere voglia.
Ma osserviamo qualche cifra. Il rapporto sull’editoria italiana redatto ad ottobre dall’Associazione Italiana Editori ci racconta che nel 2012 (‘annus horribilis’ per il settore) la produzione editoriale, in Italia, è stata di 61.000 titoli, con 220 milioni di copie stampate e una diminuizione generale del prezzo medio di un libro.
In questo quadro sono raddoppiati i titoli digitali: a maggio 2013 erano 60.589 (ossia l’8,3% dei titoli in commercio). Nel 2012 la lettura di e-book è cresciuta, riaggiungendo complessivamente il 3% della popolazione con più di 14 anni, e interessando 1,6 milioni di italiani.
Il rapporto dell’AIE ci dice anche che crescono le case editrici (hanno raggiunto quota 5074 nel 2012); tra di loro c’è anche Cue Press – Editoria Digitale per il Teatro, prima casa editrice di argomento teatrale ad operare principalmente nell’ambito del digitale, nata proprio a fine 2012 a Imola.
Ad un anno di distanza e due libri editi, chiediamo a Mattia Visani, direttore editoriale, di tracciare un bilancio di questi mesi di attività e degli sviluppi futuri.
Avete festeggiato il mese scorso il primo compleanno. Traccia un bilancio di questo anno di vita: gioie e dolori.
Cue Press è nata ufficialmente il 5 ottobre del 2012, anche se stiamo lavorando al progetto da circa un anno e mezzo.
Guardando a questo percorso con distacco, è difficile distinguere in maniera così netta ‘gioie e dolori’, perché la sensazione di costruire qualcosa di solido e di valore è davvero entusiasmante. Ti ripaga delle ristrettezze in cui si è costretti a muoversi, delle giornate ininterrotte di lavoro, delle notti insonni e dall’assenza forzata dal palcoscenico, attività che in questo momento riesco a coltivare solo privatamente o nei ritagli di tempo.
Dato per assodato che l’Italia non sia Paese di forti lettori e viva di congeniti ritardi, il boom degli e-book non c’è ancora stato. L’immediato futuro potrebbe però svilupparsi su due binari paralleli: gli e-book sono perfetti per lo studio, mentre a livello di ‘piacere’ il cartaceo potrebbe ancora avere delle cose da dire. 
La tua affermazione ha già un sapore ‘nostalgico’ e mi pare che, negandolo, affermi quanto ormai appartiene alla coscienza di tutti: che il futuro del libro sarà nel digitale.
Per quel che riguarda il mercato librario, personalmente, credo che il cartaceo scomparirà. Ciò non vuol dire che non esisteranno più libri di carta. Esiste infatti una memoria storica fatta di archivi cartacei. La carta non scomparirà tout court, ma semplicemente uscirà dall’uso. Per quel che concerne il mercato statunitense e quello anglosassone, i dati parlano di un sensibile avvicinamento tra il digitale e la carta. In alcuni casi di un sorpasso del digitale. Credo sia soltanto una questione di tempo.
Perché la generazione dei nativi digitali è ancora piccola…
L’editoria digitale è allo stadio di sviluppo 0.8. Il futuro del digitale non sarà l’epub, il Kobo o il Kindle (tanto per citare gli esempi più celebri), formati e tecnologie con scarse possibilità in termini strettamente editoriali, e molto rudimentali rispetto a quello che stiamo sperimentando.
Proprio qualche giorno fa, la Sony ha ritirato dal mercato statunitense il suo e-reader… Si guarda al futuro. E le prospettive, in questo campo, sono davvero vaste ed entusiasmanti.
Ecco invece un dato che vale la pena sottolineare: presto anche nella scuola primaria cominceranno le adozioni di libri digitali. Questo significa che nel giro di dieci anni una generazione di web nativi leggerà quasi esclusivamente in digitale e, molto tempo prima, questo tipo di lettura sarà un’abitudine consolidata tra diverse generazioni di lettori.
Molti identificano il libro come un piacere legato anche al suo lato tattile, alla nostra abitudine di sfogliarne le pagine e ‘vederlo’, insomma al suo aspetto fisico ed estetico in senso più ampio. Per questo il libro cartaceo continua a piacere agli italiani. Ma perché cartaceo e digitale devono per forza farsi la guerra?
Credo che entrare in ambito ‘sensoriale’ sia molto pericoloso, anche se considerazioni come le tue sono, oggi, molto tranquillizzanti per i lettori.
Io credo che sia solamente una questione di abitudine, e che anche i ‘sensi’ siano veicolati e condizionati dalle abitudini. Ciò è testimoniato dalla storia dei supporti, prima ancora che dalla storia del costume: dalla tavoletta di argilla, passando per i segnali di fumo e Gutenberg, fino all’ipertesto per tornare al tablet: «Reinventeranno la carta» mi ha detto Nando Taviani (autore del nostro catalogo) mentre gli parlavo dell’ereader del futuro. Certo siamo tutti molto legati alle vecchie abitudini.
La potenzialità del digitale, torno di nuovo alle tue parole, è già negli occhi e nella fantasia di tutti.
Per fare un paragone grossolano, l’avvento imperante della tv non ha però ucciso la radio… Gli e-book avranno comunque grandi potenzialità in ambito specialistico, rendendosi ottimi strumenti per lo studio, ad ogni livello. 
In questo ambito, anche in Italia, sono stati realizzati tentativi davvero rilevanti. Su queste basi struttureremo presto la nostra offerta tecnologica.
Sul piano aziendale, per la prima volta dopo molto tempo, il digitale permette di costruire una progettualità sana, sostenibile, mentre l’economia del cartaceo (fatta eccezione per alcuni grandi editori) è in larga parte costruita sul debito. Insomma, le solite vecchie abitudini.
Cosa c’è dietro questo nuovo tipo di editoria? Raccontaci un po’ come avviene, nella pratica, il lavoro.
Non è semplice rispondere a questa domanda perché ogni libro ha le proprie specificità. In generale esistono due tipologie fondamentali di documenti: quelli che hanno alle spalle un file di testo editabile (.doc, .rtf, ecc.) e quelli che non sono riconducibili a questo genere di formati, libri cioè che appartengono a un’epoca pre-tecnologica. Il ‘recupero’ dei migliori testi che appartengono a questo universo, è uno degli aspetti per cui si distingue la nostra offerta.
A ciò si aggiungono le nuove proposte editoriali, che appartengono alla seconda tipologia di documenti. In questo caso il lavoro è molto meno impegnativo, anche se ugualmente attento e ponderato (lontano quindi dal pressappochismo con cui spesso si identifica il mondo del web), molto più simile nei tempi e nel processo a quello dell’editoria tradizionale. Fermo restando una diversa destinazione e strumenti differenti.
Su questi presupposti stiamo organizzando quattro collane: saggi, drammaturgie, guide turistico-teatrali (serie diretta da Andrea Porcheddu) e testi brevi.
L’idea è quella di muoverci anche verso altri ambiti della conoscenza (cinema, fumetto e altro). Il progetto è orientato, infatti, oltre che alla scalabilità anche alla riproducibilità.
Come fate a sopravvivere? Chi vi supporta?
Lo sforzo di partenza è grande e non ancora supportato dal mercato del libro digitale, che in Italia non supera il 5%. Fortunatamente stiamo trovando il sostegno di persone, aziende ed istituzioni che devono essere ringraziate. Penso al Comune di Imola, alla Banca di Imola, alla Fondazione della Cassa di Risparmio di Ravenna e a Con.Ami, che hanno reso possibile questa nascita. Non posso dimenticare la Biblioteca di Imola, la Staffette e soprattutto Chialab, che sta costruendo la nostra identità grafica e tecnica.
Il Dams di Bologna è stato un importante interlocutore, tra gli altri, Marco De Marinis, Massimo Marino e Gerardo Guccini, la persona che più di tutte ha creduto in questo progetto. Voglio ringraziare anche Marco Martinelli e il Teatro delle Albe, da sempre attenti a quanto di importante avviene sul territorio regionale e tra le giovani generazioni.
Poi ci sono collaboratori e amici ormai ‘storici’ come Marco Ugolini, Alice Moro, Anna Cox, Sergio Lo Gatto e altri che hanno appena cominciato a dare il loro contributo. Tutte persone di grandi qualità professionali che lavorano con me a un comune progetto. Questo, insieme al nostro patrimonio culturale, è il capitale di Cue.
Al momento avete alle spalle due pubblicazioni: “La danza e l’agitprop” di Eugenia Casini Ropa e, quest’estate, “Brecht regista” di Claudio Meldolesi e Laura Olivi. Cosa avete in mente per le prossime pubblicazioni?
Sarebbe un lungo elenco. Posso solo dire che tra poco cominceremo con veri e propri annunci e molte persone rimarranno a bocca aperta.
La Cue Press si prefigge anche di ripubblicare testi non più disponibili o di difficile reperibilità. Dicci una ‘chicca’ che vorresti riproporre.
Sarebbero tanti i testi e gli autori da ricordare. Insieme a quelli di Franco Scaldati, Cruciani e Meldolesi, un testo simbolico è sicuramente “Il teatro e la città” di Ludovico Zorzi, che Einaudi pubblicò nel 1977.

Klp teatro, 21 novembre 2013

Cue Press: edizioni digitali per il teatro di Leonardo Bettocchi

È nato a Imola il primo progetto italiano di editoria digitale dedicato al teatro, Cue Press. A dargli vita è stato Mattia Visani, attore diplomato al teatro Stabile di Torino ed autore teatrale pubblicato dalla prestigiosa Ubulibri di Franco Quadri, che circa un anno fa ha deciso di ‘varcare la linea’ e diventare egli stesso editore.
Sabato 25 maggio, alle ore 11, sarà alla Biblioteca comunale di Imola per presentare al pubblico la sua casa editrice, interverrà assieme a lui Gerardo Guccini, docente di Discipline dello spettacolo al Dams di Bologna. In occasione della presentazione verrà proiettato e mostrato al pubblico il primo libro digitale pubblicato: La danza e l’agitprop di Eugenia Casini Ropa.
Cue Press ha il sostegno del Comune di Imola, della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, di Banca di Imola e di Con.Ami, come partner Chia Lab.
Abbiamo incontrato Mattia Visani per farci spiegare meglio in cosa consiste il suo progetto.
Cos’è Cue Press?
Cue Press è la prima casa editrice teatrale ad operare principalmente in ambito digitale, dico principalmente perché il cartaceo non sarà eliminato del tutto, verrà rispolverato per la pubblicazione di alcuni materiali di eccellenza. La nostra linea editoriale si muove su di un doppio binario, da un lato riproponiamo titoli difficilmente o non più disponibili, sia opere di critica che testi teatrali, dall’altro offriamo alla lettura nuove opere di studiosi e autori contemporanei.
Come è nata l’idea?
L’idea nasce da una considerazione semplice legata al mercato del libro: l’editoria così come l’abbiamo conosciuta fin ad oggi non è più sostenibile, il futuro passa dalle nuove tecnologie digitali. Più o meno un anno fa abbiamo cominciato a lavorare al progetto, raccogliendo autori e titoli per valutare le possibilità di costruire un’attività editoriale, e queste risposte sono state incredibilmente positive.
Cosa ha di diverso un libro elettronico rispetto ad un libro tradizionale?
I nuovi formati tecnologici non riproducono l’impostazione rigida legata alla pagina tradizionale, non sono delle versioni anastatiche di testi cartacei, ma sono fluidi e si adattano alla cornice di lettura, vere e proprie riedizioni. Un ebook offre molte più possibilità di gestione ed organizzazione dei contenuti da parte dell’utente: si può scegliere il carattere del testo, ci sono strumenti per sottolineare, scrivere note, si può avviare una ricerca su internet oppure una ricerca dentro al testo, ad esempio cercando quante volte compare una parola e dove. Le possibilità sono davvero tante, senza contare che gli stessi contenuti possono essere ampliati, laddove ce ne sia la necessità, inserendo fotografie, filmati, prefazioni, interviste o altro ancora.
L’innovazione sta nelle possibilità del digitale possibilità offerte dal mezzo?
Con Cue Press vogliamo cambiare l’editoria tradizionale ridefinendo anche il rapporto tra autore ed editore nella direzione di un lavoro comune e di un comune profitto. Quanto detto trova una perfetta correlazione nella gestione dei diritti d’autore che proponiamo. Puntiamo a garantire diritti d’autore molto alti a fronte di minimi garantiti iniziali molto bassi se non nulli. Fare solo l’edizione ebook dovrebbe implicare costi di acquisizione molto bassi, a maggior ragione perché il progetto si propone un intento culturale meritorio, ovvero andare a recuperare o tenere in vita testi altrimenti destinati a divenire irreperibili.
Quali sono i titoli in catalogo?
Il primo titolo ad essere stato pubblicato è uno studio di Eugenia Casini Ropa, La danza e l’agitprop. Il prossimo ad uscire sarà, a partire da giugno, Brecht regista di Claudio Meldolesi e Laura Olivi. Il testo originale sarà integrato con nuove immagini e brani di interviste che la stessa Olivi fece agli attori del Berliner Ensemble e che non erano entrati nella prima edizione per motivi di spazio, scelte che l’editoria tradizionale era costretta ad imporsi.
Al momento abbiamo una quarantina di testi in catalogo, tra questi le opere di studiosi del calibro di Eugenia Casini Ropa, Fabrizio Cruciani, Marco De Marinis, Gerardo Guccini, Hans Drumbl, Lorenzo Mango, Fausto Malcovati, Ferruccio Marotti, Claudio Meldolesi, Cesare Molinari, Franco Ruffini, Nicola Savarese, Mirella Schino, Ferdinando Taviani, Ludovico Zorzi. Per quel che riguarda le opere di drammaturgia voglio ricordare i nomi di Marco Martinelli, Franco Scaldati, Marie Ndiaye, Sandro Lombardi, Enzo Vetrano e Stefano Randisi, Elena Bucci e Marco Sgrosso.
C’è inoltre in cantiere un un progetto, di cui Andrea Porcheddu è ideatore e curatore, che prevede la realizzazione di una serie di guide turistiche legate dedicate alla vita teatrale di alcune città del mondo come Buenos Aires, Tunisi, Hong Kong, Parigi, Londra e tante altre ancora. L’impostazione è quella di una tradizionale guida turistica, naturalmente con una struttura adattata al formato digitale.
Dove si possono acquistare i vostri libri?
I nostri libri si possono scaricare dal nostro sito e dai maggiori store online. Attualmente ogni testo è presentato in tre formati: la nostra versione di punta gira sulla piattaforma iOS (Apple) e si trova su iTunes, poi c’è l’epub per tutti i tipi di utenza, distribuita su tutti i principali store online, come Ibs, Amazon, La Feltrinelli, Librerie Rizzoli, Ultima Books, Barnes & Noble, KoboBooks e altri. Infine per un’utenza meno esperta o non interessata agli sviluppi dei formati tecnologici proponiamo anche il pdf, almeno in questo momento. Dal 2014 non avremo più tre formati ma uno solo in html5, si tratterà di una nuova piattaforma che integrerà tutte le caratteristiche della nostra versione di punta più altre funzionalità.
Il libro di carta è spacciato?
Non credo di dire niente di straordinario affermando che il futuro dell’editoria è il digitale. Nel 2014 entreranno in adozione i primi libri digitali per le scuola primaria, ciò significa che nel giro di una decina d’anni tutta una generazione di web nativi leggerà solo ed esclusivamente libri elettronici e ancor prima di quella data diverse generazioni di lettori adulti saranno coinvolte in questo processo. C’è ancora chi guarda con sufficienza al fenomeno, ma ben presto dovrà ricredersi.

Leggi la Notizia, 23 maggio 2013

Teatro tecnologico di Massimo Marino

Eccolo il primo volume di una casa editrice giovane, che punta sul futuro per rilanciare la passione per una delle arti più antiche, il teatro.
La Cue Press (www.cuepress.com) nasce a Imola, da due laureati dell’Alma Mater, Mattia Visani, formatosi al Dams, e Stefano Tura, un master in editoria multimediale. Vogliono recuperare importanti studi storici, testi di autori italiani e stranieri, agili interventi di attualità. E per questo puntano totalmente sui formati digitali, che permettono di abbattere i costi di distribuzione e di realizzare opere ipertestuali, che incrociano le parole alle immagini e (presto) a file audio e a filmati, rendendo più concreta e avvincente la lettura.
Il progetto era stato annunciato l’estate scorsa, ma ci sono voluti alcuni mesi per far uscire il primo volume e avviare la lavorazione dei successivi. Cue Press apre le sue collane con uno storico studio di Eugenia Casini Ropa, professore emerito del Dams, a lungo titolare del primo corso universitario italiano di Storia della danza. Si tratta di La danza e l’agit prop che vide la luce la prima volta presso il Mulino nel 1988. Ora, questa storia della rivoluzione del corpo e del teatro politico agli inizi del Novecento, si può leggere su iPad e iPad mini, con alte possibilità di scorrimento, collegamento tra le parti e intertestualità, su altri lettori e pure in pdf, con minori possibilità dinamiche. Il testo è arricchito da un apparato iconografico imponente, che porta addentro a un’arte, la danza, che all’inizio del secolo scorso rompe i propri canoni e mette il corpo in relazione con la natura, alla ricerca di una verità, di un’espressione che ridia centralità al vissuto.
Il secondo volume, in preparazione, è un altro classico, firmato dal compianto Claudio Meldolesi (in collaborazione con Laura Olivi). Brecht regista ripercorre l’avventura finale del grande drammaturgo tedesco, quando a Berlino Est fonda il Berliner Ensemble, sperimentando un originale metodo di regia. Questa nuova uscita è arricchita da testimonianze degli attori che per motivi di spazio non erano entrate nella prima edizione. Sono in preparazione importanti studi da parecchio tempo indisponibili, con le illustri firme di Ludovico Zorzi, Fabrizio Cruciani, Cesare Molinari, Ferdinando Taviani, Marco De Marinis e altri tra i più valenti studiosi. Oltre a una collana con testi di Marco Martinelli, Franco Scaldati e altri autori, è in preparazione una serie di «guide turistiche del teatro» dedicate a città come Buenos Aires, Londra, Parigi, Tunisi, Hong Kong, Budapest. Nel nuovo anno sarà introdotta anche una piattaforma innovativa. Ci spiega Mattia Visani: «Stiamo collaborando con Chia Lab, una società che sta approntando un sistema per rendere ancora più dinamica e meno libresca la lettura. Permette di leggere direttamente gli ebook col browser, saltando la mediazione degli e-reader. Lavorano in collaborazione con importanti editori, e noi siamo orgogliosi di essere nell’impresa».
Nel digitale Cue Press crede molto: «Per ora sembra un rischio, perché il mercato in Italia è ancora ristretto. Ma il futuro sta qui. Non a caso importanti sostenitori, come la Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, la Banca di Imola o il Comune di Imola, hanno dato fiducia al nostro progetto».

Corriere della Sera, 27 aprile 2013

Tra materiale e immateriale. L’editoria digitale applicata al teatro di Sergio Lo Gatto

È un’impresa pionieristica, ad oggi, quella di Cue Press, casa editrice nata, dopo più di un anno, proprio in questo mese di marzo da un’idea di Mattia Visani con lo scopo di realizzare pubblicazioni di approfondimento intorno al teatro. Sull’onda delle statistiche che leggono il 2013 come l’anno di svolta per l’editoria digitale in Italia, il progetto di Cue Press prevede l’edizione in formato elettronico di importanti studi teatrali inediti o finiti fuori catalogo proprio a causa di un generale declino dell’editoria specialistica, relegata nelle aule di università e molto spesso neppure lì completamente valorizzata.
Tornano alla luce, rimessi a nuovo in una tecnologia d’avanguardia (curata dalla piattaforma Chialab) titoli di Casini Ropa, Cruciani, De Marinis, Marotti, Meldolesi, Molinari, Ruffini, Savarese, Schino, Taviani e Zorzi, ma il passo successivo sarà verso le drammaturgie contemporanee: Scaldati, Martinelli, a altri autori della scena italiana e straniera. Se la collana di studi teatrali mira a esplorare supporti dall’altissimo grado di interazione (notazione digitale, archivio, dizionari e glossari integrati), nel ricostruirvi attorno nuove possibilità di diffusione si vorrà imprimere al teatro dei testi una spinta, si incoraggerà l’architettura di una tradizione del presente che già vorrebbe vedersi affermata nella sua eroica elasticità. Non fissata, non storicizzata, ma aiutata nei mezzi e nelle aperture, magari attraverso un sistema di traduzione incrociata che già Cue Press ha in animo di immaginare. A far parlare il discorso su un piano pratico ci sono le statistiche, che testimoniano l’incremento – tramite le nuove piattaforme – delle vendite di e-book di fogliazione ridotta (testi brevi, piccoli manuali, saggi e raccolte di racconti), proprio quei formati che l’universo cartaceo ha più difficoltà ad affrontare, a causa dei costi vivi di stampa e distribuzione che spingono l’editore in un gioco che, di fatto, non vale la candela.
Che con l’avvento della tecnologia sarebbe cambiato il nostro modo di percepire la realtà ce l’aveva già insegnato un’intera generazione di filosofi, scrittori e pensatori, ma forse nessuno aveva davvero idea di quanto in fretta tutto potesse accadere.
Se negli ultimi anni certo giornalismo (non solo quello critico), rimasto quasi del tutto orfano delle sue pagine di carta sui periodici, ha avuto modo di ricostruirsi una casa e una famiglia nell’affollata piattaforma digitale, anche l’editoria ha intrapreso questa rischiosa ma in certi casi necessaria migrazione. Il passaggio dal supporto fisico a quello digitale lo abbiamo già visto accadere, nei decenni scorsi, nell’ambito musicale, dai vinili alle musicassette, dalle musicassette ai CD, dai CD agli MP3, un processo quasi fotosintetico in grado di rideterminare, passo dopo passo, i principi della dimensione spazio senza intaccare quelli della dimensione tempo e ora un’intera casa farcita di dischi conterrebbe comunque meno musica di un lettore digitale tascabile. Lo stesso processo applicato ai libri è già completamente in atto, gli scaffali elettronici sono una realtà, in altri paesi il mercato dell’e-book può già vantare un’estensione significativa e un sorprendente corpus di nuove idee e soluzioni già sperimentate e, spalancandosi le porte della creatività, la missione di chi tenti di abitare questo nuovo contesto si basa su una corsa ad annullare la concorrenza, a batterla sul tempo, adattando a questi nuovi formati proprio quei prodotti che l’editoria stava lasciando indietro. Più aumentano i numeri delle categorie generaliste, più quelle specifiche, dedicate a nicchie di lettori ristrette, si trovano a fronteggiare una difficoltà di sopravvivenza per la quale l’emergenza stessa arriva a offrire la soluzione d’ingegno.
Ai margini dei margini, il teatro si muove tuttavia con grande vigore, i suoi linguaggi si fanno strada spingendo sempre di più verso l’annullamento di tutte quelle categorie che nei decenni scorsi li avevano imprigionati e in certi casi la visione politica e sociale dell’espressione artistica vuole indietro il proprio campo d’azione, anche grazie al ritorno della parola scritta. Tutte istanze che, nella spinta feconda di molte contraddizioni, appartengono al teatro di oggi, un orizzonte che sta tornando ad affermarsi poggiando anche su una sponda editoriale (era di qualche mese fa un articolo di Graziano Graziani che raccontava di come certa drammaturgia stia facendo ritorno nelle collane di narrativa delle maggiori case italiane). Eppure, ancora una volta, il teatro apparentemente accetta con grande difficoltà ogni immediata storicizzazione che non si dimostri al passo con i tempi e che si permetta di fissarlo. Se da un lato il fatto di poter scrivere queste e altre parole su una rivista di carta rappresenta ancora il segno quasi poetico di un invito a resistere, sotto gli occhi di chi segue la scena si compie lo spettacolo della riduzione sistematica di spazi simili a questo. E d’altronde, anche quando le frasi raggiungono una pagina stampata, si pone il problema della loro diffusione, molto (troppo) spesso limitata a un circolo chiuso, al foyer di qualche teatro, a un giro d’indirizzario; l’opportunità che il teatro ha di parlare di se stesso è ormai questione di territorio, di quartieri culturali e, cruda realtà anche questa, di sostenibilità economica. Ed eccola di nuovo la tecnologia che ora promette di diffondere in maniera capillare e su rinnovati supporti quel sapere che – se applicato al teatro – è più un intuire e che vorremmo si trasformasse in materiale di approfondimento, nel segno di un ragionamento socchiuso e pronto a essere riaperto in ogni momento, addirittura contro l’usura del tempo.
Nell’immaginario comune degli «sfogliatori» comincia ad affacciarsi la prospettiva di un mondo parallelo, una realtà aumentata pronta a barattare la solidità del volume vero e proprio con capacità di produzione e di diffusione ancora insospettate, potenzialmente in continua crescita e di certo in linea con i passi da gigante compiuti anche in altri ambiti dall’intera società delle macchine. Il fatto che proprio ora stiano tornando di moda giradischi e vinili traccia una linea che divide non tanto le destinazioni d’uso quanto quasi i livelli di percezione. In altre parole, se si lascia che l’ingranaggio tecnologico giri le sue ruote, le domande dietro a esso resteranno le stesse: a fare il libro non è la carta, ma le parole che essa porta e la battaglia si sposta dunque apertamente sul fronte dei contenuti. Oltretutto, come gli studiosi di oggi si affrettano a teorizzare, i libri cartacei non smettono certo di essere letti o comprati: la convivenza di materiale e immateriale è qualcosa con cui è bene familiarizzare e, mentre è già una realtà il feticismo per i dispositivi portatili, il rapporto con la rivista o con il volume di carta migrerà verso un affascinante rito di archeologia del contatto.

Teatro e Critica, 21 marzo 2013

Cue Press, edizioni digitali verso un libro multimediale di Lorenzo Donati

Una casa editrice interamente digitale con un catalogo specialistico nel campo del teatro. Sembra fondarsi su una doppia scommessa il progetto Cue Press: da una parte cavalca le tendenze di espansione del mercato editoriale digitale, dall’altro pare voler invertire la rotta di un settore che sul mercato editoriale sostanzialmente non esiste. Nel guardare con estrema attenzione al tentativo, confidando nella sua riuscita, ne abbiamo parlato con l’ideatore e direttore editoriale Mattia Visani.
Visani, ci racconti Cue Press? Come nasce il progetto?
Cue Press nasce dalla mia frequentazione dell’ambiente teatrale. Io sono e continuo a considerarmi un attore che si è trovato a rendere conto della propria professione attraverso strumenti diversi. Il primo incontro con il mondo editoriale è avvenuto nel 2009, quando ho cominciato a scrivere il mio libro sul teatro di Vetrano e Randisi, che è stata l’ultima pubblicazione della Ubulibri di Franco Quadri (Diablogues Il teatro di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, ndr).
Limitatamente al mercato italiano, Cue Press sarà la prima casa editrice di argomento teatrale a operare principalmente nell’ambito del digitale, con tutte le nuove possibilità che la tecnologia mette a disposizione sul piano del rapporto tra di forma e contenuti.
Perché il digitale?
Si lavora a costi più bassi, lo strumento che si crea è molto agile e leggero, e anche la distribuzione ha i suoi vantaggi: i nostri e-book verranno distribuiti nella rete ormai classica, come Amazon, Itunes, Ibs e attraverso la vendita diretta dallo store online della casa editrice. Attualmente, parecchi materiali di altissimo valore culturale stanno scomparendo o sono già scomparsi, dal momento che il sistema economico dell’editoria tradizionale non contempla più la loro esistenza. Una delle principali linee editoriali di Cue Press prevede il recupero di questo genere di materiali. La cessazione della produzione editoriale della Ubulibri è stato il grimaldello di partenza, ciò che mi ha fatto scattare un desiderio concreto. Oltre al recupero di testi, presteremo anche grande attenzione alla nuova drammaturgia e all’approfondimento critico; avremo una collana di testi brevi a prezzi contenuti, e svilupperemo il progetto di una serie di guide teatrali delle città del mondo: New York, Tunisi, Buenos Aires, Hong Kong, Amsterdam, oltre ad alcune città italiane. L’intero progetto sarà curato da Andrea Porcheddu.
Stai lavorando avendo in mente qualche riferimento come modello? Progetti editoriali del passato e del presente, particolari collane ecc.
Effettivamente non abbiamo alle spalle esempi significativi, perché l’ambito in cui ci stiamo muovendo è davvero pionieristico. Siamo partiti piuttosto da un’intuizione. Il catalogo che stiamo costruendo si fonderà su un doppio binario: da un lato la riproposizione di grandi testi del passato e ora fuori catalogo, dall’altro le novità. In questo secondo ambito saranno individuate più collane: nuova drammaturgia, saggi e studi teatrali e una terza collana che, come dicevo, sarà molto più agile e divulgativa, forse l’unico ‘prestito’ dall’editoria contemporanea nell’ambito del digitale: una serie di materiali da consumare in maniera veloce e che non gravino troppo sul portafogli.
Ci dai qualche anticipazione dei libri che avrete in catalogo? Qualche titolo?
Opere imprescindibili come Jacques Copeau, o le aporie del teatro di Fabrizio Cruciani; Il teatro e la città di Ludovico Zorzi; Brecht regista di Claudio Meldolesi, corredato da interviste di prima mano ai suoi attori del Berliner Ensemble.
Insieme a questi ci saranno gli studi di Casini Ropa, De Marinis, Guccini, Drumbl, Mango, Marotti, Molinari, Ruffini, Savarese, Taviani; i testi di autori della scena come Martinelli, Scaldati, Bucci e Sgrosso, Vetrano e Randisi; alcuni scritti d’occasione di Sandro Lombardi. In molti casi di questi autori riproporremo le opere più importanti, oltre ad alcune novità.
Quali tempi vi state dando per essere effettivamente operativi?
Attualmente siamo impegnati nella redazione in senso stretto, la casa editrice sarà online nella primavera 2013 o poco dopo. Non ci interessa riproporre vecchi libri in formato pdf. Non pubblicheremo, cioè, delle copie anastatiche. Stiamo lavorando a vere e proprie riedizioni di opere fondamentali, il tutto con una nuova veste redazionale e ponendoci problemi specifici, in relazione alle dinamiche imposte dal nuovo mezzo tecnologico. Saranno molte le edizioni arricchite da nuove introduzioni e altri materiali inediti.
Nello specifico, il pdf è un formato chiuso che non risponde all’operatività dei nuovi strumenti di lettura e limita drasticamente le possibilità offerte dalle tecnologia digitale.
Quello che descrivi è un processo di aggiornamento estremamente prezioso, eppure ancora legato alla maniera classica di intendere l’editoria. Vorrei invece sapere qualcosa in più sui ‘rilanci’ di cui parli…
Quando l’editoria digitale si sarà realmente diffusa, in quel momento saremo un po’ tutti arrivati a considerare il libro in maniera diversa. Scomparirà l’idea di un prodotto chiuso e finito, il libro sarà un’opera aperta e in divenire. Cue Press è ben consapevole di operare in un ambito che, a ragion veduta, abbiamo definito pionieristico e in cui gli esiti sono ancora da immaginare. Si tratta di un settore in cui, almeno sul piano tecnologico, non esistono ancora dei veri e propri standard editoriali. Il grande ideale del nostro progetto, e di questo settore dell’editoria, è quello del ‘libro multimediale’. Una struttura aperta a innumerevoli sviluppi direzionali, da esplorare durante la lettura.
Per esempio?
Video, foto, interviste, brani recitati ad hoc o registrati da uno spettacolo ecc. sono materiali che, in una prospettiva futura, saranno strutturati all’interno della cornice del libro, accompagnando il percorso del lettore e costruendo relazioni e possibilità inattese. I confini del libro – per come li abbiamo sempre considerati – si amplieranno di molto. È una bella sfida. Stiamo parlando di futuro, di prospettive che saranno realizzate nel medio/lungo termine. Abbiamo tutti la percezione che la strada giusta sia questa, anche se nessuno ha ancora toccato con mano le reali potenzialità del digitale nell’editoria. Va anche detto che, in Italia, il mercato digitale è ancora inferiore rispetto a quello dell’editoria cartacea tradizionale, mentre in altri paesi il ‘sorpasso’ è già avvenuto. Noi stiamo lavorando con uno studio bolognese specializzato, Chia Lab, che offrirà alle nostre pubblicazioni il massimo della tecnologia attualmente disponibile.
Chi si occupa di teatro, oggi, dovrebbe avere ben chiaro di operare all’interno di una marginalità. Ancora di più chi si occupa di editoria teatrale, che attualmente vende meno della poesia. Che cosa ne pensa Cue Press?
Cue Press risponde prima di tutto abbattendo i costi, proponendo titoli a basso prezzo e stimolando la distribuzione e l’acquisto. Gli studi di cui parlavamo avranno costi che oscilleranno fra gli otto e i quindici euro. I testi brevi da un euro a otto. Questo speriamo sia un primo passo per iniziare a uscire dalla nicchia: non tanto da una marginalità, quindi, ma almeno dall’emarginazione a cui il teatro contemporaneo si è condannato con le sue stesse mani. Si tratta di ridare una prospettiva e una dignità culturale alla riflessione teatrale, di ricostruire la possibilità di dare a questa stessa riflessione un senso ‘alto’, spendendo al meglio le energie che lo nutrono.
Su che tipo di economie pensate di contare?
Pagheremo gli autori sulla base delle vendite, cosa non scontata nell’editoria tradizionale. Il nostro intento è trovare i principali riscontri economici facendo leva su quella che viene definita ‘economia reale’: fare in modo che gli acquisti sostengano il progetto, rivolgendoci alla rete di addetti del settore, alle università, alle biblioteche, con alcune delle quali è già attivo un dialogo. Ovviamente, soprattutto all’inizio, ci sarà bisogno di un sostegno concreto da parte di molti. Lo stiamo trovando soprattutto nel territorio Imolese – dove la casa editrice ha la sua sede – nell’amministrazione cittadina, nella Banca di Imola, nelle sue forze produttive e nei suoi istituti culturali (la Biblioteca, il Teatro). Ma anche altre città hanno risposto con attenzione ed entusiasmo.
Eri partito dicendo: io sono un attore. Chiudiamo tornando all’incipit..
I miei sentimenti mi spingono spesso a prendere le distanze verso quello che mi capita di vedere a teatro. Credo che oggi sia prioritario ripensare ai fondamenti della scena, per provare a rilanciarne la discussione e l’arte, su basi pragmatiche. Sento l’esigenza molto forte di ripartire da domande di senso, prima fra tutte: perché facciamo teatro?
…e Cue Press è una risposta…
La mia ‘misera’ consapevolezza teatrale mi spinge a pensare che viviamo in un periodo di assoluta mancanza di cultura e arte. Intendendo con questi termini una cultura sperimentata e vissuta, di cui i libri sono uno strumento importantissimo. Nella storia del teatro ci sono state tante figure di attori e attrici che si sono fermate a riflettere sugli strumenti della loro professione e sull’epoca del loro teatro, per provare a rintracciare e restituire qualche strumento del loro mestiere, per immaginare qualcosa di migliore.
La questione dell’epoca in cui un teatro vive è per noi cruciale. Cosa è veramente importante per il teatro di oggi, dal punto di vista di Cue Press?
Riportare al centro parole come qualità e professionalità. Occorre lavorare affinché la qualità torni a essere un discrimine.

Altre Velocità, 8 febbraio 2013

Cue Press, l’editoria teatrale diventa digitale guardando più al futuro che al presente di Diego Vincenti

La nicchia della nicchia ovvero: l’editoria teatrale veicolata in digitale. Più futuro che presente, almeno per il momento. Ma è proprio in quest’ottica che si muove chi insegue un’idea, l’impresa. A volte chi riesce ad anticipare i tempi. Si veda Cue Presso progetto in fasce che attende il debutto ufficiale a primavera del prossimo anno. Iniziativa progettata da Mattia Visani, con il contributo di Stefano Tura, attore il primo, agente letterario il secondo, entrambi formatisi all’Università di Bologna. Visani vuole trovare risposta alla crisi editoriale di un settore già fragile e ulteriormente provato dalla recente liquidazione della Ubulibri. Obiettivo: la costruzione, per quel che concerne il mercato italiano, della prima casa editrice di argomento teatrale che operi principalmente nell’ambito dell’editoria digitale. Segmento librano in crescita esponenziale ma che ancora attende definitiva consacrazione. Potenzialità e fruibilità sembrano spingere verso una sempre più capillare diffusione, ma la fetta di mercato al momento parla ancora d’altro, migliorando in parte nei numeri solo per quanto riguarda quotidiani e periodici. Questione (forse) d’abitudine. Certo è che lo strumento, fosse solo per l’economicità, si presta alle nuove iniziative. «L’idea della Cue Press nasce in maniera estemporanea da esperienze diverse – spiega Mattia Visani – e con l’unico capitale iniziale delle qualità e dei talenti delle persone coinvolte. Abbiamo riscontrato molto entusiasmo nei nostri interlocutori, le istituzioni locali di Imola ma anche teatri, biblioteche, musei. C’è un interesse effettivo delle realtà culturali e anche produttive del territorio, che speriamo si riesca a concretizzare in un sostegno economico. Le prospettive sono buone, ma non c’è ancora nulla di certo. Stiamo cercando sponsor sia nel pubblico che nel privato. Sperando che ci vengano riconosciute la spinta verso l’innovazione e l’attenzione per il futuro dell’editoria e l’occupazione giovanile. Per il resto puntiamo su un mercato che sta crescendo molto velocemente, in costante espansione, in cui vogliamo intervenire sia con le pubblicazioni che con la gestione dei diritti d’autore». La casa editrice che lavorerà sul recupero in ebook di saggi e testi fuori catalogo (o di difficile reperibilità), sulla pubblicazione di drammaturgie inedite e su brevi testi d’analisi dalle tematiche molto circoscritte, probabilmente la vendita fra 0,99 e 2.49 euro. Inseguendo nel concreto, quella agilità d’intervento critico (militante) cui si presta l’editoria digitale, in un formato che sta avendo ottimi riscontri nell’ambito del digitale. E mentre si lavora sulla raccolta di autori ed opere e sullo sviluppo specifico della parte tecnica, si pensa anche a un lancio internazionale attraverso la traduzione in diverse lingue dei volumi più importanti. Ambito su cui il progetto in prospettiva scommette molto. Si vedrà. Prima c’è da costruire un intero catalogo. Pagina dopo pagina. Il debutto è fissato a marzo 2013, in occasione delle celebrazioni per il trentesimo anniversario della morte di Ludovico Zorzi, di cui verrà ripubblicato II teatro e la città. Poi sarà la volta di Brecht regista, Memorie del Berliner Ensemble di Claudio Meldolesi, altra commemorazione. È solo l’inizio. Considerando che il nucleo di partenza della Cue Press annovera al momento gli studi di Giovanni Azzaroni. Fabrizio Cruciani, Eugenia Casini Ropa, Marco De Marinis, Hans Drumbl, Clelia Falletti, Raimondo Guarino, Gerardo Guccini, Cristina Jandelli, Giuseppe Liotta, Lorenzo Mango, Laura Mariani, Ferruccio Marotti, Stefano Mazzoni, Cesare Molinari, Marzia Pieri, Paolo Puppa, Franco Ruffini, Nicola Savarese, Mirella Schino, Ferdinando Taviani e Alessandro Tinterri. Per quanto riguarda invece le drammaturgie, si dovrebbero ripubblicare i testi drammatici di Marco Martinelli, Franco Scaldati (come il suo Totò e Vicé) , Enzo Vetrano e Stefano Randisi, Elena Bucci e Marco Sgrosso. E poi ancora, gli interventi critici di Massimo Marino e Andrea Porcheddu e alcuni scritti inediti di Sandro Lombardi. Insomma, una bella compagnia con cui iniziare a lavorare sul serio. Inoltre si segnala che Cue Press ha vinto, con voto unanime della giuria, il concorso Inculco – Innovazione e Cultura promosso da Librinnovando e che tramite l’intesa con Chia Lab – nota web agency bolognese www.chialab.it – Cue Press sarà nelle condizioni di seguire lo sviluppo tecnologico delle proprie pubblicazioni ben oltre il semplice formato ePub, che rappresenta oggi il formato più diffuso nell’ambito dell’editoria digitale. Chia Lab, oltre a curare la costruzione del sito, sta realizzando in esclusiva una delle più evolute piattaforme multimediali per la lettura su dispositivi tecnologici, che sarà visibile dalla fine del 2013.

Hystrio, n. 1/2013

Cue press, teatro online di Tatiana Tommasetta

Mattia, che cos’è la Cue Press e da dove nasce l’idea?
«Cue Press rappresenta, sul mercato italiano, la prima casa editrice di argomento teatrale ad operare principalmente nell’ambito del digitale. Il cartaceo sarà ‘rispolverato’ per alcuni materiali di eccellenza e laddove ci siano le condizioni per garantire la qualità del manufatto».
L’idea è nata osservando lo stato di crisi in cui versa l’editoria teatrale italiana: problemi di liquidità, difficoltà distributive… 
«Abbiamo pensato di sfruttare l’agilità e i minori costi garantiti dal digitale per strutturare un progetto di casa editrice e network teatrale: andare a recuperare in e-book titoli non più disponibili sul mercato (testi di studio ma anche opere drammaturgiche) e creare una comunità/magazine che ravvivi il dibattito all’interno del mondo del teatro. La casa editrice si muoverà inizialmente su due binari: da un lato il ripescaggio di opere di ampio respiro e la proposta di novità assolute, dall’altro la produzione di nuovi studi molto brevi e di argomento molto specifico, un formato che sta avendo un discreto successo nell’ambito del digitale. Una parte importante del progetto editoriale è legato alla traduzione, anche più di una lingua, dei testi proposti all’interno del nostro catalogo e alla loro distribuzione sul mercato estero. Viceversa, tradurremo e pubblicheremo opere straniere ancora inedite in Italia».
Come sta andando rispetto alle vostre aspettative? 
«Meglio di quanto potessimo sperare alla partenza. L’entusiasmo con cui il progetto è stato accolto da accademici, studenti, attori e registi, ma anche appassionati di teatro, ci dà la sensazione di stare facendo qualcosa di importante, oltre ad essere la benaugurante conferma circa la bontà dell’idea. A ciò si deve aggiungere l’entusiasmo che ha suscitato nelle istituzioni e la generosa risposta delle forze produttive del territorio: penso allo slancio dell’amministrazione imolese, penso agli assessori Galavotti e Bondi, alla Banca di Imola e alla Fondazione della Cassa di Risparmio di Ravenna e ad altre realtà legate al mondo della cultura come il teatro Stignani e la Bim, ma anche Ravenna Teatro e l’Alma Mater. Nel nostro catalogo, pubblicheremo alcuni tra i più importanti studiosi di teatro dal dopoguerra ad oggi e, in molti casi, presenteremo le loro opere maggiori e già attese. Il digitale permetterà inoltre di sviluppare una strategia internazionale che nel cartaceo era complessa, se non impossibile. L’intento è quello di coniugare il contributo e la memoria di artisti e studiosi di assoluto rilievo, garantendo una altissima qualità del prodotto. Infatti grazie all’intesa con Chia Lab, nota web agency bolognese, Cue Press sarà nelle condizioni di seguire lo sviluppo tecnologico delle proprie pubblicazioni ben oltre il semplice formato e-pub, che rappresenta oggi il formato più diffuso nell’ambito dell’editoria digitale».
Come si inserisce il vostro progetto nella crisi di mercato che l’Italia vive oggi e perché funziona? 
«Funziona perché risponde a esigenze primarie. Il fatto che ciò avvenga aprendo nuove strade è merito nostro e di chi ci ha sostenuto. È un progetto che tenta di ridefinire il rapporto tra autore ed editore, nella direzione di un ‘lavoro comune’ e di un ‘comune profitto’, che intende creare occupazione giovanile, mescolando una grande attenzione alla cultura (locale e nazionale), una forte spinta innovativa e tecnologica, insieme a una importante ricaduta sul territorio. A questo si aggiungerà una diffusione in ambito italiano ed europeo. Cultura, innovazione, e questione giovanile, si intrecciano qui in maniera molto stretta».
Cosa vi aspettate dal futuro? 
«Ovviamente che il mercato italiano si allinei a quello di altri paesi dove il digitale ha ormai superato il cartaceo. Contiamo di essere sempre nelle condizioni di proporre un’offerta tecnologica di alto livello, che renda la lettura ancora più entusiasmante. Significa trovare una forma adeguata ai contenuti di così alto valore, l’anima di Cue Press. Per questo speriamo di contare ancora sul sostegno del nostro territorio e soprattutto sull’entusiamo delle persone». La casa editrice sarà online da marzo 2013.

Corriere di Romagna, 10 dicembre 2102

Cue Press, nei libri digitali i tesori da (ri)scoprire di Mara Pitari

L’editoria teatrale debutta in formato digitale e rivoluziona il mercato del libro specialistico. E’ l’innovativo progetto di Mattia Vi sani e Stefano Tura, due giovani imolesi formatisi all’Alma Mater che hanno trasformato la propria passione per il teatro in una rivoluzione del settore, dando vita alla prima casa editrice di libri di argomento teatrale prodotti in formato elettronico. Si chiama Cue Press, è in cantiere dalla scorsa primavera e, accolta con entusiasmo da università e enti pubblici, vedrà la luce sotto forma di sito di e-commerce a marzo. Del fermento che c’è dietro, ne parla il fondatore Mattia Visani, 33 anni, attore e scrittore teatrale.
Cos’è Cue Press? 
«Un progetto editoriale che ha l’obiettivo di proporre in digitale i testi dei massimi autori teatrali, secondo un doppio binario: recuperando titoli non più disponibili o di difficile reperibilità, opere di critica ma anche testi teatrali, e proponendo nuove opere di autori di primo piano. Ci sarà anche una collana di testi brevi di natura divulgativa e a prezzi molto contenuti».
Qual è il vantaggio? 
«La facilità di lettura, l’immediata reperibilità di materiali di ottima qualità e altrimenti difficili da trovare e l’abbattimento dei costi. I testi saranno scaricabili direttamente dal sito, al quale sta lavorando l’agenzia Chia Lab, e costeranno soltanto da l a 15 euro».
L’editoria digitale esiste già da tempo, quali le novità? 
«Finora il digitale non è arrivato a toccare ambiti di eccellenza. In più in un periodo di enorme crisi dell’editoria nazionale, in cui molte opere fondamentali stanno scomparendo senza che nessuno se ne accorga, questa iniziativa ha un alto valore culturale e di conservazione. In catalogo abbiamo già quaranta titoli e stiamo ancora lavorando per ampliare l’offerta».
La carta sparirà? 
«Sarà rispolverata per alcuni materiali di eccellenza».
Alcuni autori in catalogo? 
«Pubblicheremo gli studi di Casini Ropa, De Marinis, Guccini, Drumbl, Mango, Marotti, Molinari, Ruffini, Savarese, Taviani e le opere di maestri scomparsi come Cruciani, Meldolesi e Zorzi».
Il progetto gode dell’ appoggio di molti enti e istituzioni…
«Sì, molto generosa è stata la risposta dell’amministrazione imolese, della Banca di Imola, della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna e di altre realtà legate al mondo della cultura come il Teatro Stignani e la Bim, ma anche Ravenna Teatro e Alma Mater».
Cue Press andrà oltre le frontiere del teatro? 
«Un passo alla volta, sarebbe bello arrivare a occuparci anche di cinema o illustrazione».

Il Resto del Carlino, 6 dicembre 2012

Palcoscenico digitale di Massimo Marino

Il futuro del libro è nell’editoria digitale. Ne sono certi Mattia Visani e Stefano Tura, due imolesi poco più che trentenni formatisi entrambi all’Alma Mater. Hanno appena fondato la Cue Press, una casa editrice teatrale che si affida ai supporti elettronici.
I primi contratti saranno firmati agli inizi di ottobre e le pubblicazioni vedranno la luce intorno al nuovo anno. Ma da mesi i due stanno sondando con notevole attivismo le possibilità dell’impresa, contattando studiosi e artisti per assicurarsi le loro opere. E hanno avuto molte risposte positive, da parte di nomi di accademici illustri come Marco De Marinis, Gerardo Guccini, Eugenia Casini Ropa, Hans Drumbl, Lorenzo Mango, Cesare Molinari, Ferruccio Marotti, Franco Ruffini, Ferdinando Taviani, e da scrittori e artisti di teatro come Marco Martinelli, Franco Scaldati, Sandro Lombardi, Vetrano e Randisi, Bucci e Sgrosso. «‘Cue’ – ci spiega Mattia Visani – in inglese significa battuta, attacco, suggerimento, ma suona in modo simile a ‘queue’ che significa coda, fila di persone. Il tutto per noi echeggia come un benaugurale: ‘Fate la calca!’».
Non sono per niente scoraggiati dal fatto che gli e-book in Italia rappresentino ancora una minima parte del mercato: «Siamo fiduciosi di allinearci presto al mercato anglosassone, dove per 100 libri cartacei venduti 114 sono quelli ordinati in formato digitale. Forse siamo incoscienti, ma ci sembra un progetto necessario, in questo momento di crisi culturale». In Italia l’editoria di questo settore vivacchia. Testi fondamentali, pubblicati in passato, sono ormai fuori catalogo. «Dopo la liquidazione della Ubulibri, seguita alla morte del fondatore Franco Quadri, ci troviamo di fronte a un vero e proprio vuoto».
E questo mentre le iscrizioni ai Dams crescono. «L’editoria digitale – continua Visani – permette di abbattere i costi di produzione e di garantire agli autori diritti più consistenti. Stiamo costruendo un team di ‘sviluppatori’ della parte tecnica e di traduttori per lanciare la casa pure a livello internazionale». Il cuore dell’idea sta nel rapporto tra la memoria, l’interrogazione del presente e la provocazione del futuro. «Gran parte del catalogo sarà costituita da studi di valore ormai non più disponibili sul mercato. Stiamo cercando di acquisire i diritti di testi storici fondamentali come gli studi di Molinari sul teatro greco, quelli di Savarese sullo spettacolo a Roma, di Drumbl sulla scena medievale, di Ruffini sul Rinascimento, di Taviani sulla Commedia dell’arte, fino ai volumi di Marotti su padri della regia quali Gordon Craig e Appia e a testi di maestri scomparsi come Fabrizio Cruciani e Claudio Meldolesi. Dovremmo ripubblicare anche le pièce di Marco Martinelli e Totò e Vicé di Franco Scaldati, sketch su due personaggi palermitani in bilico tra la vita e la morte, portati in scena da Vetrano e Randisi».
Ma non solo di recuperi vivrà Cue Press: «Il formato digitale si presta anche a pubblicare testi brevi. Pensiamo a una collana riservata ai critici militanti che racconti ciò che accade sulle nostre scene. Potrà ospitare analisi di spettacoli, inediti, interventi a convegni, scritti polemici, riflessioni su temi specifici. E quando avremo un catalogo, potremo pensare anche a stampare libri on demand».

Corriere della sera, 18 settembre 2012

Il progetto Cue Press di Mattia Visani

Cue Press è un nuovo progetto di casa editrice di libri di teatro che opererà principalmente in digitale. Sarà online a marzo 2013, in occasione delle celebrazioni del trentesimo anniversario della morte di Ludovico Zorzi, di cui pubblicherà la sua opera più importante II teatro e la città. Il progetto editoriale si muoverà successivamente su un doppio binario: recupero di opere di difficile reperibilità o non più disponibili sul mercato e nuove proposte di autori e studiosi di primo piano.
È assodato ormai che l’editoria teatrale italiana sia in profonda crisi: problemi di liquidità, difficoltà distributive e, colpo di grazia, l’entrata in liquidazione di Ubulibri.
Mi sento quasi in imbarazzo nel riflettere, insieme ai miei colleghi, sul ‘problema del costo della carta’, dal momento che il nostro progetto editoriale nasce su presupposti tesi ad eluderli, o superarli. Il problema investe in modo fondamentale il mondo dell’editoria, dalla stampa alla distribuzione, dal deposito alla vendita. Tuttavia la questione, per quanto pregnante, non è così strettamente legata al problema dei contenuti e alla prassi, come invece si vuole far credere. Questo vale tanto in ambito editoriale quanto, trovato il giusto corrispettivo, in altri ambiti della produzione e della conoscenza. Se si vedono pessimi spettacoli, infatti, non è certo colpa della mancanza di denaro, oppure (questo potrebbe essere il corrispettivo) di spazi teatrali. L’Alighieri non recita Amleto e di teatri ce n’è uno per parrocchia. Quello che dovrebbe essere difeso con le unghie e con i denti è la ‘qualità’ della carta, principio che instaura invece una dinamica elettiva: pochi ma buoni.
Detto questo, noi siamo passati al digitale.
Cue Press rappresenta, sul mercato italiano, la prima casa editrice di argomento teatrale a operare principalmente nell’ambito del digitale. Il cartaceo sarà ‘rispolverato’ per alcuni materiali di eccellenza. L’idea è quella di sfruttare l’agilità e i minori costi garantiti dal digitale per strutturare un progetto di casa editrice e network teatrale: andare a recuperare in e-book titoli non più disponibili sul mercato (testi di studio ma anche opere drammaturgiche) e creare una comunità! magazine che ravvivi il dibattito all’interno del mondo teatrale.
Oltre alla digitalizzazione di testi non più facilmente reperibili, c’è l’idea di una collana di testi brevi e di argomento specifico, che sarà venduta a prezzi molto bassi; un formato che sta avendo grande successo nell’ambito del digitale. Pubblicheremo saggi di studiosi del calibro di Casini Ropa, De Marinis, Drumbl, Guccini, Mango, Marotti, Molinari, Ruffini, Savarese, Taviani; le opere di maestri scomparsi come Cruciani, Meldolesi, Zorzi; i testi di autori della scena come Martinelli, Scaldati, Bucci e Sgrosso, Vetrano e Randisi.
Parte del lavoro sarà dedicato alla traduzione dei documenti e alla loro distribuzione sul mercato estero, operazione che il digitale permette di affrontare con maggiore facilità rispetto al passato.
Superato il problema della carta, speriamo di trovarci ad avere a che fare con i problemi del nostro paese.

Stratagemmi, n. 23/2012