«Jon Fosse. Triste, solitario e Nobel» (La Repubblica)

Anna Bandettini, «La Repubblica», 6 ottobre 2023

Il norvegese autore prolifico di opere teatrali e romanzi monstre ha vinto il massimo riconoscimento della letteratura. La notizia gli è arrivata mentre era in auto, come accadde a Dario Fo

Ha fama di scontroso, solitario, depresso, ex alcolista, di isolato tra i fiordi e le nebbie della sua Norvegia ma con le sue parole ha scaldato di emozioni, pensieri, profondità migliaia di spettatori nel mondo, Jon Fosse: una delle voci più innovative della scena internazionale e ora, a 64 anni, Premio Nobel della Letteratura 2023.
Poeta, saggista, scrittore (il suo monumentale Settologia, romanzo oversize è per il New York Times uno dei più grandi capolavori) e soprattutto grande autore di teatro, Fosse è stato tradotto in più di 40 paesi, con schiere di fan e i suoi testi rappresentati nelle sale dei cinque continenti, dalla Cina agli Usa.
Tanto che il suo Nobel (vale 11 milioni di corone svedesi, circa 1 milione di euro) è un po’ anche una festa per il teatro, il segno della vitalità di un’arte, la scrittura drammatica, solitamente considerata o elitaria, o inutile o futile e invece decisiva e addirittura primaria visto che il premio a Fosse segue quello di altri grandi drammaturghi, George Bernard Shaw (1925), Pirandello (’34), Eugene O’Neill (’36), Beckett (’69), Dario Fo (’97), Elfriede Jelinek (2004), Harold Pinter (2005), Peter Handke (2019).

Quel che è certo è che con il riconoscimento al «nuovo Ibsen» come è stato chiamato — con la motivazione che «le sue opere teatrali e di prosa innovative danno voce all’indicibile» — l’Accademia svedese di Stoccolma ha visto giusto e colto nel segno, anche nel segno dei tempi.
Perché parliamo di un gigante che ha fotografato le inquietudini e fluidità del mondo contemporaneo e ha attraversato, specie col teatro, le strade più buie dell’animo umano con personaggi che spesso non hanno nome, hanno un linguaggio secco e senza fronzoli, dialoghi apparentemente minimali, ma che scavano nelle angosce e nel fondo delle nostre relazioni e della nostra vita.
Storie come Melancholia, Insonni (editi da Fandango), e soprattutto gli amari testi di teatro, Qualcuno arriverà, Inverno, il bellissimo Io sono il vento, Caldo.
«Faccio il possibile per scrivere ciò che non si può dire, come dicevano Wittgenstein e Derrida», aveva dichiarato in una intervista a Repubblica nel 2016, in occasione del debutto mondiale nella rassegna «Quartieri dell’arte» di Viterbo della sua commedia Det er Ales (Lei è Alice).

Nato a Haugesund, sulla costa occidentale della Norvegia, un viso nordico, severo, fisico massiccio, laureato in letteratura comparata e in filosofia, Fosse ha cominciato a scrivere a 12 anni.
«Ho avuto una infanzia felice, mi piaceva il pallone, con l’adolescenza tutto è cambiato.
Ho cominciato a sentirmi estraneo, salvo che nello scrivere.
E ancora oggi la scrittura è il rifugio», ha detto.
L’esordio nell’83 con il romanzo Red, Black, seguono, tra i più celebri, Melancholia e Insonni, una favola moderna sulla disillusione di due piccoli protagonisti, fino al capolavoro Settologia, un romanzo di migliaia di pagine, sette parti, scritto nel 2019 e da noi martedì uscirà Io è un altro, i volumi III-V nella traduzione di Margherita Podestà Heir, con La nave di Teseo che ha già pubblicato (oltre al romanzo Mattino e sera) i volumi I e II sotto il titolo di L’altro nome: una storia fiume di due uomini che hanno lo stesso nome (forse sono lo stesso uomo) lungo un non-tempo, come spesso è nell’opera di Fosse, dove «passato e presen- te si muovono in un solo attimo, come fossero più vicini all’eternità», e sono parole sue.

Nonostante abbia smesso di scrivere testi drammatici, come autore di teatro Fosse è stato forse perfino più prolifico e amato.
Dal successo, nel 1999, di Qualcuno sta per venire, molte commedie sono tradotte, messe in scena (anche se più spesso da piccole compagnie) e pubblicate, dal volume Teatro (Editoria & Spettacolo, 2006), che raccoglie sei testi (tra cui Sogno d’autunno, Inverno), al bellissimo Io sono il vento (Titivillus). In italiano sono apparsi anche Saggi gnostici (a cura di Franco Perelli, Cue Press, 2018).

Sposato con figli, Fosse vive in prevalenza nella residenza di Grotten, a Oslo, concessagli dal Re per i meriti letterari e da lì si dice conduca una vita quasi claustrale, scossa dall’alcolismo da cui si è dichiarato guarito e dall’ansia cronica in parte risolta con l’avvicinamento alla fede cattolica.

La notizia del Nobel l’ha ricevuta in auto, come successe a Dario Fo, lui guidando nei pressi di Bergen, sulla costa occidentale della Norvegia.
«Negli ultimi dieci anni mi sono preparato con cautela al fatto che ciò potesse accadere. Ma credetemi, non mi aspettavo di ricevere il premio oggi, anche se avevo una chance», ha dichiarato ieri.
Vederlo dal vivo in Italia sarà difficile, ma in questa stagione sarà in scena con lo Stabile di Torino La ragazza sul divano con la regia di Valerio Binasco, un’altra vicenda di personaggi irrisolti, qui una donna, alla ricerca di una qualche ragione per vivere.
Quale? «Semplice: l’amore», aveva risposto in passato Fosse.
Crediamogli.