Il teatro e la città

Il teatro e la città

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Il Libro

La nuova edizione de Il teatro e la città offre al lettore un libro cardine della nuova storia del teatro. Una ampia introduzione, firmata da Stefano Mazzoni, delinea la biografia intellettuale di Ludovico Zorzi. L’apparato di note, che segue il testo einaudiano, è stato rivisto per questa edizione.
Il volume contiene tre saggi, dedicati a Ferrara, a Firenze e a Venezia: tre capitali dello spettacolo italiano tra il Quattro e il Settecento, indagate secondo un’ottica intersettoriale (figurazione, pubblico e scena), che può riassumersi nella formula che dà il titolo al libro. Il saggio ferrarese affronta un tema inconsueto, la ricognizione dei «semi» teatrali presenti nel ciclo di affreschi del Palazzo di Schifanoia. Emergono, dalla gremita enciclopedia visuale che orna le pareti della sala dei Mesi, le prime immagini della festa-spettacolo, destinate a fissarsi tra i codici del teatro moderno. Nella fitta rete dei rimandi (tra i quali spiccano la gestualità abbigliata dei figuranti che affollano le cavalcate e i cortei, o il riesame dei significati indotti nei «trionfi» mitologici, culminante nella reinterpretazione del trionfo di Vulcano), l’autore concentra il proprio interesse sull’immagine della città, quale essa appare negli sfondi degli scomparti dipinti: la triplicazione degli ordini, tipica del pensiero astrologico e del suo aprirsi all’umanesimo scientifico e civile, dà luogo a diverse categorie rappresentative, distinte nel triplice correlato della città reale, della città simbolica e della città immaginaria. L’esame dei particolari apre il discorso sul motivo, tipicamente italiano, della «scena di città» e della sua possibile archeologia (nel senso foucaultiano del termine).
La riflessione intorno alle idee sullo spazio elaborate nei vari centri della cultura rinascimentale prosegue e si allarga nel saggio su Firenze, che mette a contributo altri spunti, mutuandoli dai rapporti con la pittura e la trattatistica e da temi urbanistici e architettonici. La complessa figuratività dell’ambiente fiorentino viene sondata in un ampio excursus diacronico, che prende le mosse dalle esperienze prospettiche e meccaniche maturate nell’orbita del razionalismo brunelleschiano, fa il debito luogo alle sistemazioni manieristiche operate dal Vasari e si conclude con le monumentali coreografie prebarocche ideate dal Buontalenti e dai Parigi. L’indagine si sposta qui sulla nozione di luogo teatrale, inseguendone la multiforme fenomenologia, dalla chiesa alla sala al cortile al giardino, fino al suo dilatarsi all’insieme della città, il cui tessuto viario viene percepito, nell’occasione di ingressi e di cerimonie solenni, come uno spazio ludico collettivo. La piazza, come sfondo scenografico reale o topos riprodotto nella metafora della scena, assume in questa vicenda un ruolo esemplare, assurgendo a simbolo dell’intera città. L’immagine emblematica di Roma, già presente nel palcoscenico di Schifanoia nella sua duplice versione «romanza» e albertiana, si rivela costantemente operante nel sottofondo di aspirazioni e di intenzioni che anima le ricerche degli scenografi rinascimentali: dalla Ferrara come Roma dei festival plautini e terenziani promossi dalla corte estense si passa alla Firenze come Roma degli spettacoli prodotti nella cerchia medicea. L’ansia di paragonarsi al massimo centro della civilizzazione umanistica alimenterà, in un fitto catalogo di sperimentazioni e di innesti, la scenicità autocontemplativa e speculare del teatro inteso come parafrasi del potere del principe.
Il discorso sul teatro come luogo privilegiato del rapporto tra politica e pubblico ritorna nel terzo saggio, dedicato ai teatri di Venezia. Il trapasso dal «luogo» all’edificio determina un processo di accelerazione dei fenomeni specifici che caratterizzano il teatro come evento e riflesso sovrastrutturale della società moderna. A Venezia le esperienze prototipiche delle corti emiliane e toscane trovano, nella mentalità pragmatica dell’aristocrazia repubblicana, l’ambiente più favorevole al loro diffondersi in chiave economica e sociale. L’espandersi della vita del teatro porta con sé la nascita di un vigoroso professionismo, sostenuto dalla costante partecipazione del pubblico. Sulla folla di attori, di tecnici, ai spettatori emerge il teatro del Goldoni, che anticipa nel proprio microcosmo la vasta crisi della coscienza europea, in bilico tra ancien régime e ideali democratici.

L’Autore

Ludovico Zorzi, nato a Venezia il 2 agosto 1928, è scomparso a Firenze il 15 marzo 1983.
Già durante gli studi in lettere nell’Università di Padova, all’inizio degli anni Cinquanta, alternò la passione di studioso del teatro di Ruzante a un impegno crescente come animatore del Teatro dell’Università di Padova e all’attività di critico letterario e dello spettacolo in giornali di area veneta e in periodici nazionali.
Impiegato nel movimento culturale eporediese di «Comunità» dal 1956, fu dirigente del Centro culturale Olivetti di Ivrea al tempo della direzione di Adriano Olivetti, promuovendo nel corso degli anni Sessanta un’intensa e qualificata attività culturale.
Le mai interrotte ricerche sul teatro veneto del Rinascimento e la prima edizione integrale del Teatro di Ruzante (Einaudi 1967, premio Terenzio 1970) gli valsero la libera docenza nel 1968 e il primo incarico stabile di docente di storia del teatro nella Facoltà di magistero dell’Università di Torino dal 1970.
Continua fu, nel frattempo, la collaborazione per la messa in scena di opere di Ruzante e di Goldoni: dagli spettacoli con De Bosio a quelli degli anni Sessanta e Settanta con Squarzina e Parenti ai più recenti con il Gruppo della Rocca.
Docente di storia dello spettacolo nella Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze dal 1972, vi avviò una felice esperienza didattica e di ricerca tesa a coinvolgere altri istituti cittadini (come la Biblioteca Nazionale Centrale e l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento) e gli enti locali (attraverso l’allestimento di pionieristiche esposizioni) in un ampio progetto di ricostruzione dei monumenti e della civiltà teatrale e dello spettacolo fiorentini del Rinascimento.
Alla giovane disciplina di cui fu docente ─ per ultimo anche nell’Institut d’Etudes Théâtrales dell’Université de Paris III La Sorbonne Nouvelle nel 1982-1983 ─ seppe conferire un innovatore contributo di prospettive e di metodo, esercitato sui temi della Commedia dell’Arte, del luogo, della scena e della figurazione teatrali, nei saggi raccolti nei volumi enaudiani Il teatro e la città (1977, premio Viareggio 1978), Carpaccio e la rappresentazione di Sant’Orsola (1988) e L’attore, la Commedia, il drammaturgo (1990).
All’opera omnia è stato dedicato, postumo, il premio Pirandello 1983.

Descrizione prodotto

Il Libro

La nuova edizione de Il teatro e la città offre al lettore un libro cardine della nuova storia del teatro. Una ampia introduzione, firmata da Stefano Mazzoni, delinea la biografia intellettuale di Ludovico Zorzi. L’apparato di note, che segue il testo einaudiano, è stato rivisto per questa edizione.
Il volume contiene tre saggi, dedicati a Ferrara, a Firenze e a Venezia: tre capitali dello spettacolo italiano tra il Quattro e il Settecento, indagate secondo un’ottica intersettoriale (figurazione, pubblico e scena), che può riassumersi nella formula che dà il titolo al libro. Il saggio ferrarese affronta un tema inconsueto, la ricognizione dei «semi» teatrali presenti nel ciclo di affreschi del Palazzo di Schifanoia. Emergono, dalla gremita enciclopedia visuale che orna le pareti della sala dei Mesi, le prime immagini della festa-spettacolo, destinate a fissarsi tra i codici del teatro moderno. Nella fitta rete dei rimandi (tra i quali spiccano la gestualità abbigliata dei figuranti che affollano le cavalcate e i cortei, o il riesame dei significati indotti nei «trionfi» mitologici, culminante nella reinterpretazione del trionfo di Vulcano), l’autore concentra il proprio interesse sull’immagine della città, quale essa appare negli sfondi degli scomparti dipinti: la triplicazione degli ordini, tipica del pensiero astrologico e del suo aprirsi all’umanesimo scientifico e civile, dà luogo a diverse categorie rappresentative, distinte nel triplice correlato della città reale, della città simbolica e della città immaginaria. L’esame dei particolari apre il discorso sul motivo, tipicamente italiano, della «scena di città» e della sua possibile archeologia (nel senso foucaultiano del termine).
La riflessione intorno alle idee sullo spazio elaborate nei vari centri della cultura rinascimentale prosegue e si allarga nel saggio su Firenze, che mette a contributo altri spunti, mutuandoli dai rapporti con la pittura e la trattatistica e da temi urbanistici e architettonici. La complessa figuratività dell’ambiente fiorentino viene sondata in un ampio excursus diacronico, che prende le mosse dalle esperienze prospettiche e meccaniche maturate nell’orbita del razionalismo brunelleschiano, fa il debito luogo alle sistemazioni manieristiche operate dal Vasari e si conclude con le monumentali coreografie prebarocche ideate dal Buontalenti e dai Parigi. L’indagine si sposta qui sulla nozione di luogo teatrale, inseguendone la multiforme fenomenologia, dalla chiesa alla sala al cortile al giardino, fino al suo dilatarsi all’insieme della città, il cui tessuto viario viene percepito, nell’occasione di ingressi e di cerimonie solenni, come uno spazio ludico collettivo. La piazza, come sfondo scenografico reale o topos riprodotto nella metafora della scena, assume in questa vicenda un ruolo esemplare, assurgendo a simbolo dell’intera città. L’immagine emblematica di Roma, già presente nel palcoscenico di Schifanoia nella sua duplice versione «romanza» e albertiana, si rivela costantemente operante nel sottofondo di aspirazioni e di intenzioni che anima le ricerche degli scenografi rinascimentali: dalla Ferrara come Roma dei festival plautini e terenziani promossi dalla corte estense si passa alla Firenze come Roma degli spettacoli prodotti nella cerchia medicea. L’ansia di paragonarsi al massimo centro della civilizzazione umanistica alimenterà, in un fitto catalogo di sperimentazioni e di innesti, la scenicità autocontemplativa e speculare del teatro inteso come parafrasi del potere del principe.
Il discorso sul teatro come luogo privilegiato del rapporto tra politica e pubblico ritorna nel terzo saggio, dedicato ai teatri di Venezia. Il trapasso dal «luogo» all’edificio determina un processo di accelerazione dei fenomeni specifici che caratterizzano il teatro come evento e riflesso sovrastrutturale della società moderna. A Venezia le esperienze prototipiche delle corti emiliane e toscane trovano, nella mentalità pragmatica dell’aristocrazia repubblicana, l’ambiente più favorevole al loro diffondersi in chiave economica e sociale. L’espandersi della vita del teatro porta con sé la nascita di un vigoroso professionismo, sostenuto dalla costante partecipazione del pubblico. Sulla folla di attori, di tecnici, ai spettatori emerge il teatro del Goldoni, che anticipa nel proprio microcosmo la vasta crisi della coscienza europea, in bilico tra ancien régime e ideali democratici.

L’Autore

Ludovico Zorzi, nato a Venezia il 2 agosto 1928, è scomparso a Firenze il 15 marzo 1983.
Già durante gli studi in lettere nell’Università di Padova, all’inizio degli anni Cinquanta, alternò la passione di studioso del teatro di Ruzante a un impegno crescente come animatore del Teatro dell’Università di Padova e all’attività di critico letterario e dello spettacolo in giornali di area veneta e in periodici nazionali.
Impiegato nel movimento culturale eporediese di «Comunità» dal 1956, fu dirigente del Centro culturale Olivetti di Ivrea al tempo della direzione di Adriano Olivetti, promuovendo nel corso degli anni Sessanta un’intensa e qualificata attività culturale.
Le mai interrotte ricerche sul teatro veneto del Rinascimento e la prima edizione integrale del Teatro di Ruzante (Einaudi 1967, premio Terenzio 1970) gli valsero la libera docenza nel 1968 e il primo incarico stabile di docente di storia del teatro nella Facoltà di magistero dell’Università di Torino dal 1970.
Continua fu, nel frattempo, la collaborazione per la messa in scena di opere di Ruzante e di Goldoni: dagli spettacoli con De Bosio a quelli degli anni Sessanta e Settanta con Squarzina e Parenti ai più recenti con il Gruppo della Rocca.
Docente di storia dello spettacolo nella Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze dal 1972, vi avviò una felice esperienza didattica e di ricerca tesa a coinvolgere altri istituti cittadini (come la Biblioteca Nazionale Centrale e l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento) e gli enti locali (attraverso l’allestimento di pionieristiche esposizioni) in un ampio progetto di ricostruzione dei monumenti e della civiltà teatrale e dello spettacolo fiorentini del Rinascimento.
Alla giovane disciplina di cui fu docente ─ per ultimo anche nell’Institut d’Etudes Théâtrales dell’Université de Paris III La Sorbonne Nouvelle nel 1982-1983 ─ seppe conferire un innovatore contributo di prospettive e di metodo, esercitato sui temi della Commedia dell’Arte, del luogo, della scena e della figurazione teatrali, nei saggi raccolti nei volumi enaudiani Il teatro e la città (1977, premio Viareggio 1978), Carpaccio e la rappresentazione di Sant’Orsola (1988) e L’attore, la Commedia, il drammaturgo (1990).
All’opera omnia è stato dedicato, postumo, il premio Pirandello 1983.

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