La Calandria

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Il Libro

La Calandria di Bernardo Dovizi da Bibbiena fu rappresentata per la prima volta a Urbino il 6 febbraio 1513. Tutto contribuisce a fare di questo evento un archetipo di teatro, nei valori globali che il teatro assume nella civiltà del Rinascimento: dalla personalità dell’autore, maestro del comico nel Cortegiano, alla qualità della sua commedia, tra i primi e più duraturi capolavori della drammaturgia, alla scena prospettiva, attribuita a Girolamo Genga, alla emblematica figura dell’apparatore – Baldassar Castiglione – che realizzò anche gli intermezzi. Tutto sullo sfondo della corte di Urbino, crocevia tra la cultura lombardo-padana e quella toscano-romana. Dell’evento urbinate questo libro propone uno studio complessivo, attento alle emergenze teatrali delle diverse componenti, ma anche alle loro radici, che affondano spesso in altri ambiti della cultura. Apre il volume la ricostruzione del programma iconologico della Stufetta del Bibbiena, realizzata da Raffaello. Vi convivono il tempietto pagano e l’intimo, compiaciuto, spazio di riflessione: un luogo, la cui complessità aiuta a rintracciare nella commedia intrichi ben più profondi di quelli tra Calandro e Fessonio o tra Livio e Santilla. Le sensuali figure della Stufetta, stravolte in parodia nella commedia, riaffiorano negli intermezzi, autentica epitome del neoplatonismo. Sotto l’evasività dell’intrattenimento mondano. Le scene e l’apparato della sala intrecciano i loro aspetti di funzionalità al teatro con l’esegesi di Vitruvio con l’idea di città: stimoli mentali, più che modelli formali, all’iconografia. Il Bibbena, interrogato all’inizio attraverso le pareti della sua Stufetta si congeda, alla fine del volume, dagli affreschi delle Stanze vaticane, in cui lo ritrasse Raffaello. La complementarità di progetto e prassi, di realtà e utopia, nella cultura e nel teatro del Rinascimento è l’estrema risposta del suo sguardo alle domande di questo libro.

L’Autore

Franco Ruffini ha insegnato Discipline dello Spettacolo nelle Università di Bologna, Bari e Roma Tre. È stato uno dei fondatori dell’ISTA (International School of Theatre Anthropology), ideata e diretta da Eugenio Barba. Fa parte della redazione di «Teatro e Storia». Allo studio del Rinascimento (Teatri prima del teatro. Visioni dell’edificio e della scena tra Umanesimo e Rinascimento, Bulzoni, Roma 1983), ha affiancato quello del Novecento. Tra le sue pubblicazioni sull’argomento: I teatri di Artaud. Crudeltà, corpo-mente, Il Mulino, Bologna 1996; Stanislavskij. Dal lavoro dell’attore al lavoro su di sé, Laterza, Roma-Bari 2003;  Craig, Grotowski, Artaud. Teatro in stato d’invenzione, Laterza, Roma-Bari 2009; L’attore che vola. Boxe, acrobazia, scienza della scena, Bulzoni, Roma 2010.

Descrizione prodotto

Il Libro

La Calandria di Bernardo Dovizi da Bibbiena fu rappresentata per la prima volta a Urbino il 6 febbraio 1513. Tutto contribuisce a fare di questo evento un archetipo di teatro, nei valori globali che il teatro assume nella civiltà del Rinascimento: dalla personalità dell’autore, maestro del comico nel Cortegiano, alla qualità della sua commedia, tra i primi e più duraturi capolavori della drammaturgia, alla scena prospettiva, attribuita a Girolamo Genga, alla emblematica figura dell’apparatore – Baldassar Castiglione – che realizzò anche gli intermezzi. Tutto sullo sfondo della corte di Urbino, crocevia tra la cultura lombardo-padana e quella toscano-romana. Dell’evento urbinate questo libro propone uno studio complessivo, attento alle emergenze teatrali delle diverse componenti, ma anche alle loro radici, che affondano spesso in altri ambiti della cultura. Apre il volume la ricostruzione del programma iconologico della Stufetta del Bibbiena, realizzata da Raffaello. Vi convivono il tempietto pagano e l’intimo, compiaciuto, spazio di riflessione: un luogo, la cui complessità aiuta a rintracciare nella commedia intrichi ben più profondi di quelli tra Calandro e Fessonio o tra Livio e Santilla. Le sensuali figure della Stufetta, stravolte in parodia nella commedia, riaffiorano negli intermezzi, autentica epitome del neoplatonismo. Sotto l’evasività dell’intrattenimento mondano. Le scene e l’apparato della sala intrecciano i loro aspetti di funzionalità al teatro con l’esegesi di Vitruvio con l’idea di città: stimoli mentali, più che modelli formali, all’iconografia. Il Bibbena, interrogato all’inizio attraverso le pareti della sua Stufetta si congeda, alla fine del volume, dagli affreschi delle Stanze vaticane, in cui lo ritrasse Raffaello. La complementarità di progetto e prassi, di realtà e utopia, nella cultura e nel teatro del Rinascimento è l’estrema risposta del suo sguardo alle domande di questo libro.

L’Autore

Franco Ruffini ha insegnato Discipline dello Spettacolo nelle Università di Bologna, Bari e Roma Tre. È stato uno dei fondatori dell’ISTA (International School of Theatre Anthropology), ideata e diretta da Eugenio Barba. Fa parte della redazione di «Teatro e Storia». Allo studio del Rinascimento (Teatri prima del teatro. Visioni dell’edificio e della scena tra Umanesimo e Rinascimento, Bulzoni, Roma 1983), ha affiancato quello del Novecento. Tra le sue pubblicazioni sull’argomento: I teatri di Artaud. Crudeltà, corpo-mente, Il Mulino, Bologna 1996; Stanislavskij. Dal lavoro dell’attore al lavoro su di sé, Laterza, Roma-Bari 2003;  Craig, Grotowski, Artaud. Teatro in stato d’invenzione, Laterza, Roma-Bari 2009; L’attore che vola. Boxe, acrobazia, scienza della scena, Bulzoni, Roma 2010.

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