Elogio del disordine

Riflessioni sul comportamento dell’attore

Il tecnico, l’interprete si trasforma qui, sotto i nostri occhi, nelle pagine dei diari, nelle lezioni, negli scritti e nelle conferenze, in uno studioso, in un artista e in un intellettuale del teatro.

La sua attenzione teorica ritorna al Paradosso di Diderot, si alimenta di Hegel e di Nietzsche, di Jung (più che Freud) e di Artaud, mescolando, fino a confonderle, la teoria e la pratica dell’attore, in modo che, vicendevolmente, si svelino e si rinnovino.

In tal modo Jouvet, inoltrandosi nella vivisezione dell’attore, si è trovato a svolgere contemporaneamente anche un’autopsia: quella del cadavere del teatro, finito per mancanza di un senso, forte, che lo guidasse.

Ponendosi ai margini di questo corpo esanime, Jouvet gli ha dato nuova vita, con un tentativo di ricomposizione che non poteva che partire dal corpo dell’attore, dal suo comportamento, e ritornarvi.

Da qui il lavoro per la scena, dove le azioni fisiche – come le definiva Stanislavskij – si combinano con le motivazioni e le intenzioni, in modo da connotare espressivamente quel sentimento drammatico che è alla base di ogni accadimento teatrale.

Dai suoi scritti qui raccolti, per la prima volta tradotti e pubblicati in Italia, emerge la fisionomia, diversa da quella consacrata, di un attore che ha riformulato le ragioni e il senso proprio del fare teatro, per se stessi e in rapporto agli altri.

Prefazione e cura di Stefano De Matteis.

Louis Jouvet

Nato nel 1887 e deceduto nel 1951, è il collaboratore di Jacques Copeau, il regista che dà vita al Cartel con Baty, Dullin e Pitoeff, l’attore di Carné e Renoir, l’ispiratore di Giraudoux: troppo frettolosamente etichettato come l’interprete della borghesia francese, tanto che la sua mancanza di retorica recitativa è stata persino scambiata per ‘introspezione’.

Al di là di questi volti sedimentati e inattendibili, che per fortuna il tempo ha smussato se non cancellato, oggi ce ne appare un altro, finora più nascosto e, purtroppo, meno osservato e celebrato, sebbene sia quello che conta.

Nella sua ricerca, Jouvet si volge alla tradizione, soprattutto quella del mélo, ma sa anche far proprio il magistero di Copeau e, collocatosi tra questi due estremi, combatte il teatro, quello facile, di consumo, quello privo di senso, che non pone questioni sostanziali né a chi lo fa né a chi ne è spettatore.

A poco a poco Jouvet si individua in una sua peculiare fisionomia, diventando un maestro esigente, prima di tutto di se stesso, che controlla ogni azione e ogni reazione: da qui svolge uno studio del comportamento dell’attore che lo condurrà a definire una sorta di ‘antropologia’ del teatro.

Stefano De Matteis

Abilitato full professor dal dicembre 2013 si è occupato di rappresentazioni simboliche, pratiche performative e processi rituali.

Ha dedicato ricerche alla cultura popolare, alla religiosità e alla devozione: da Antropologia delle anime in pena (scritto con Marino Niola) fino alla Madonna degli esclusi (2011) e a Mezzogiorno di fede. Il rito tra esperienza, memoria e storia (2013).

Su Napoli ha scritto Lo specchio della vita edito dal il Mulino 1991 e Napoli in scena. Antropologia della città del teatro per Donzelli nel 2012.

Ha diretto la collana di antropologia Mnemosyne ed è stato tra i fondatori delle Opere di Ernesto de Martino dove ha curato la nuova edizione di Naturalismo e storicismo nell’etnologia.

Dal 1999 direttore editoriale de l’ancora del mediterraneo per la saggistica pubblicando antropologia, storia e scienze sociali, memorie e biografie, inchieste e non fiction.

Per l’edizione italiana delle opere di Victor Turner ha curato Dal rito al teatro, Antropologia della performance e Antropologia dell’esperienza (il Mulino 2014).

È autore di Ernesto de Martino tra magia e civiltà (in sei puntate per Radio 3, 2015).

Dirige il Laboratorio di antropologia culturale, sociale e audiovisivi Annabella Rossi dell’Università di Salerno.

Ha insegnato a Urbino e Salerno e nel 2015 è stato alla Columbia University di New York.