Anna Barsotti, Eduardo De Filippo o della comunicazione difficile

Giovanni Antonucci su «Teatro contemporaneo e cinema».

Anna Barsotti, ordinario di Discipline dello Spettacolo all’Università di Pisa, ha dedicato a Eduardo De Filippo una parte importante della sua attività, sia come autrice di alcune importanti monografie che come curatrice di una fortunata edizione della Cantata dei giorni dispari e della Cantata dei giorni pari. Ora ripubblica uno dei suoi saggi più significativi, Introduzione a Eduardo del 1992, accompagnandolo con alcune nuove pagine, dedicate da una parte alle edizioni e varianti del teatro eduardiano, dall’altra a un breve saggio, particolarmente interessante, che chiarisce il nuovo titolo, Leitmotiv della comunicazione difficile.

Chi non conosce le precedenti monografie, troverà un’analisi attenta e mai datata di tutta l’opera eduardiana, dalle prime farse scarpettiane ai capolavori del primo dopoguerra fino alle commedie-testamento degli ultimi anni. La Barsotti analizza l’evoluzione del teatro di Eduardo come una sorta di romanzo dove ogni commedia ha il suo posto e il suo significato, in un work in progress che è proprio di un autore-attore che vive ogni giorno la realtà del palcoscenico.

Il nuovo capitolo approfondisce il discorso, inserendo la sua drammaturgia in una linea che va da Pirandello, punto di riferimento fondamentale per Eduardo, ai due più illuminanti autori del teatro dell’assurdo, Beckett e Ionesco. De Filippo – sottolinea lucidamente la Barsotti – «marca il problema dei rapporti comunicativi fra individuo e società al punto da inventare per il suo protagonista un linguaggio privato (Sik-Sik, l’artefice magico) e a spingerlo fino alla solitudine estrema dell’afasia (Gli esami non finiscono mai); il filo rosso che collega le sue diverse commedie è lo stesso che attraversa, con il leitmotiv del difetto di dialogo, la drammaturgia europea del Novecento».

Tuttavia c’è una differenza importante in Eduardo. «Nei suoi testi le parole hanno ancora un senso, possono essere usate come armi di offesa e difesa, anche e soprattutto quando vengono a mancare: anzitutto grazie alla matrice partenopea dell’attore, al suo bagaglio di abitudini generative, a quel repertorio che contamina livelli e generi di spettacolo come in un teatro della memoria. D’altra parte, quando il discorso del protagonista non viene inteso dagli altri personaggi, il personaggio in più, il pubblico lo comprende».

L’esempio più radicale di comunicazione difficile, come la definisce l’autrice, è certamente l’ultimo testo di Eduardo, Gli esami non finiscono mai, destinato a diventare un detto popolare, ma importante per molti aspetti. Una commedia concepita nel 1953, ma elaborata e poi rappresentata venti anni dopo, che la Barsotti inserisce nel panorama internazionale, citando questa volta Thornton Wilder, autore di quel capolavoro che è La piccola città, oltre a Beckett.

Anche qui c’è una differenza con questi autori: «In Eduardo, il protagonista che non riesce a comunicare, né con i componenti della propria famiglia né con una società che si rivela spesso antagonistica, vive con sofferenza questa condizione di isolamento. Quindi per lui abbiamo preferito parlare di comunicazione difficile, anche perchè, in alcuni casi, la situazione si risolve positivamente nel finale. Ciò non avviene in La grande magia, e soprattutto in Gli esami non finiscono mai dove Gugliemo Speranza (il protagonista) approderà a un muto isolamento di cui avverte il peso sin dall’inizio».