La necessità di domandare

Maddalena Giovannelli su «Hystrio».

Marco Martinelli si è concesso uno spazio di riflessione per porsi, in poche pagine, tutte le domande fondamentali. Cosa significa fare teatro oggi? E quale funzione può conservare l’arte scenica nella nostra società 2.0? Le risposte, quelle possibili, vengono dalla pratica quotidiana con le Albe, dall’esperienza ormai pluriennale con la propria tribù: il palco come luogo di incontro con il diverso e di meticciato, l’attore come portatore sano dell’elemento dionisiaco, l’inclusione di adolescenti nella creazione artistica al di fuori delle rodate logiche di laboratorio (Eresia della felicità), le possibili forme di trasmissione del sapere (la non-scuola). Ma non bisogna aspettarsi un trattato o una lezione ex cathedra: Martinelli procede per brevi paragrafi (101 in tutto), propone suggestioni frammentarie e volutamente asistematiche, rifiuta una forma fissa e chiusa. Si rivolge direttamente al lettore, supera le modalità della comunicazione scritta, abbraccia come possibile interlocutore l’intera famiglia del teatro, dalle maschere ai tecnici, dai critici allo spettatore.

C’è molto di personale, nelle pagine di Farsi luogo: l’incontro con Ermanna Montanari, i maestri conosciuti lungo il percorso (Leo de Berardinis, Carmelo Bene, l’Odin Teatret), la formazione della compagnia, il rapporto privilegiato con certi classici (Aristofane e Brecht, in primis). Ma è possibile percepire, allo stesso tempo, l’urgenza di toccare questioni universali, la volontà di uscire dalla cerchia ristretta degli addetti ai lavori: qual è oggi una modalità possibile per un’interlocuzione profonda con l’altro? E quali strade possiamo percorrere, nella prassi quotidiana, per avvicinarci a ciò che per noi è necessario? Occorre «il rifiuto di ogni conformismo e il coraggio di una ricerca incessante», suggerisce Martinelli. Ma è altrettanto chiaro che «non ci sono ricette», perché «è la domanda il punto di partenza»: al lettore spetta individuare la propria.