E con la Rivoluzione d’Ottobre, Mejerchol’d rivalutò il teatro povero. In un vicolo, o in un granaio, con semplici materiali

Andrea Bisicchia su «lo Spettacoliere».

Il 25 Ottobre 1918 la rivoluzione russa non fu solo un evento politico o ideologico, bensì anche culturale. I teatri imperiali cedettero il posto a quelli statali, le scene decorative a quelle fatte di nulla, la recitazione declamatoria a quella naturalista, il testo all’autonomia della messinscena. Ciò che accadde, in quella data famosa, diventerà il modello per le rivoluzioni artistiche successive che coinvolsero l’architettura, la pittura, la musica, il teatro, la scrittura, con l’abbandono della tirannia della parola a vantaggio di una maggiore autonomia della gestualità e dell’uso del corpo.
Un simile cambiamento contribuì alla trasformazione sociale e a quella della comunicazione, dato che nuovi linguaggi si affacciarono all’orizzonte di un’era che avrà una certa ripercussione persino nei movimenti del Sessantotto.

L’editore Cue Press ha pubblicato: 1918: lezioni di teatro, di Mejerchol’d, a cura di Fausto Malcovati, punto di riferimento per chi voglia mettere in scena un autore russo, non solo per la sua padronanza della lingua e per la conoscenza della letteratura russa, ma anche per le sue competenze teatrali. Malcovati fa precedere le Lezioni da alcune considerazioni che sintetizzano il momento storico e il lavoro di Mejerchol’d al TEO, oltre che le sue predilezioni nel campo della regia. Le lezioni durarono dieci mesi, dal 26 giugno 1918 al 27 marzo 1919, durante i quali il maestro offrì ai suoi allievi una mole di insegnamenti tali da estendersi fino ai giorni nostri.

Personalmente ho letto queste Lezioni come una ministoria del teatro, dato che l’autore parte dalla rivoluzione apportata dai Meininger, dei quali sottolinea l’idea di disciplina, ma non quella del loro attaccamento al Naturalismo, concepito come riproduzione della realtà, anche per la precisione delle scenografie, troppo cupe e per i costumi poco teatrali, per pervenire a quella di Gordon Craig, ritenuto più ‘maestro’ di Stanislavskij, perché più creativo e più ‘infedele’, visti i suoi insegnamenti alla Scuola di Firenze (1913), dove gli allievi dovevano imparare la musica, il trucco, la mimica, la danza, ma, soprattutto, dovevano essere degli intagliatori, dei modellisti, dei disegnatori, dei trovarobe. Insomma, per esibirsi, dovevano avere padronanza degli oggetti e dei materiali di scena.

Anche Mejerchol’d era un fanatico delle competenze, benché non disdegnasse l’improvvisazione e l’immaginazione, ma su ogni cosa elevava l’arte della regia, rivendicandone la peculiarità del linguaggio. Ai suoi allievi cercò di insegnare la difficile arte del teatro, anche di quello che si fa fuori dai luoghi deputati,essendo un sostenitore del teatro di strada, della pantomima, dell’uso del grottesco nella recitazione, per liberarla dal Naturalismo stucchevole, fu amante persino delle strutture primitive del teatro, ricordando che fu la natura a crearlo e non l’architetto, in quanto bastò una collina, dove mettere il pubblico e una piattaforma circolare per gli attori e il coro, per dare vita a uno spettacolo. Nacque così lo spazio del teatro greco, a cui si ispirò anche quello circense, come dire che basta un nulla per approntare un palcoscenico: un vicolo a fondo chiuso con una scena sopraelevata, un granaio rotondo con dei semplici materiali, come corde o canne di bambù, per dare l’idea di un Globe Teatre.

Ciò che conta è immaginare e lasciare agli altri di farlo.
Le sue Lezioni, in fondo, stanno a base del primo momento più significativo sui processi di trasformazione della scena internazionale.