«I teatri di Pasolini», recensione di Cinzia Colzi

Cinzia Colzi, «ArteArti.net», 5 maggio 2022

Il 5 marzo 1922 nasceva a Bologna Pier Paolo Pasolini la cui eclettica produzione di intellettuale e artista viene declinata tra cinema, letteratura, dibattito pubblico e impegno politico. Figura tra le più emblematiche rappresenta, ancora oggi, un punto fermo della cultura italiana e internazionale per la sua capacità di leggere, e anticipare, le trasformazioni della società contemporanea. Un autore originale, sempre di straordinaria attualità e studiato mettendo in risalto ora la produzione poetica, ora la prosa e la saggistica mentre, il suo teatro, viene considerato minore.

In occasione del 100° anniversario della nascita, crediamo utile segnalare I teatri di Pasolini di Stefano Casi – edito nel 2019 con Cue con una presentazione di Luca Ronconi – volto a sradicare tale interpretazione focalizzando proprio sulla centralità del teatro nel pensiero e nell’opera pasoliniana.

Partendo dall’adolescenza in Friuli vissuta alla ricerca di una drammaturgia sperimentale e di una lingua nuova che la potesse reggere, al di là della meticolosa analisi degli scritti, anche giovanili, destinati alle scene e a un riesame minuzioso degli allestimenti, il volume evidenzia, attraverso una fitta serie di carteggi, appunti, note a margine e documenti autografi spesso inediti, l’autentica vocazione teatrale rovesciando un troppo semplicistico luogo comune della critica.

I teatri di Pasolini si divide in cinque parti: Teatri della formazione (Bologna, 1938-43), Teatro della polis, Teatro dell’io (Casarsa, 1943-49), Teatri capitali (Roma, 1950-65), Un nuovo teatro: le tragedie (1965-66), Un nuovo teatro: la teoria e la pratica (1966-69), Teatri dell’esistenza (1970-75) a cui seguono due sezioni su Pasolini in scena e sulla Teatrografia pasoliniana.

Stefano Casi integra – con chiarimenti formali, concettuali e aggiornamenti sulle messinscene italiane delle opere di Pasolini (fino al gennaio 2019) – l’omonimo volume del 2005, che a sua volta aveva portato a compimento uno studio del 1990 contenuto in Pasolini un’idea di teatro.

Già dal primo capitolo, l’autore accompagna alla scoperta di come la fascinazione del teatro in Pasolini risalga all’infanzia e, per lasciare al lettore il piacere della scoperta individuale, solo due annotazioni.

Nel suo teatro individuerà l’incontro fra la parola dell’autore, la parola interpretata dall’attore e l’ascolto dello spettatore, esperienze tra le più originali della scena europea del Novecento in quanto percepisce nettamente la necessità di una recitazione intesa come il mezzo con cui la parola si stacca dalla pagina per arrivare a chi assiste per mezzo della voce, e del corpo, di chi sta sul palco. Per Pasolini non esiste la folgorazione derivante dell’azione scenica, per lui il teatro esiste nello spazio dove autore, attore e spettatore ribadiscono le loro identità attraverso il confronto diretto.

Altro aspetto è la nascita della tragedia borghese proprio attraverso il recupero del concetto di tragicità perduto nella drammaturgia del Novecento bloccata dal vuoto, il non sviluppo narrativo. Il tragico recupera allora la lezione del teatro del grottesco, nel quale l’uomo non trova rimedio in quanto la pena, non avendo conforto al dolore, ride come un pagliaccio e si dilania l’anima e urla. Da qui il suicidio per mancanza di consolazione a un dolore che è la consapevolezza di non aver vissuto la propria vita.