«Arriva l’anno della svolta. Noi conquisteremo il digitale»

Cesare Sughi su «il Resto del Carlino».

Cue è il termine che indica la battuta iniziale, il suggerimento, l’attacco, l’imbeccata. Il nome è chiaramente di matrice teatrale e dichiara gli intenti della casa editrice.

Allinea numeri da navigato imprenditore, senza eccessi di enfasi o di autocompiacimento: «Abbiamo già una produzione di 30, 40 titoli all’anno. Ma stiamo già lavorando per salire a 100». Dalla fine del 2012 – primo volume La danza e l’agitprop di Eugenia Casini Ropa – Mattia Visani è alla testa di una casa editrice di teatro, che è nata e cresce a Imola e si identifica già nel nome. «Ci chiamiamo Cue perché la parola, in inglese, indica la battuta in palcoscenico, o meglio l’imbeccata, l’inizio di un dialogo. Un termine adatto per noi».

Ma Imola, per quanto dinamica, non è svantaggiata rispetto a chi fa editoria a Roma o Milano?

Credo che la nostra scelta di lavorare e diffonderci attraverso la rete superi il problema dell’eventuale localismo. Vorrei dire che noi ci delocalizziamo, passiamo tutti i confini proprio grazie alle tecnologie e all’impiego di contenuti mai provinciali.

La comunità imolese come ha accolto la vostra nascita?

Sostenendoci e continuando a farlo, con il fondo strategico del Comune, della Banca di Imola e del Con.Ami, il consorzio multiservizi intercomunale. Poi, nel 2015, da associazione culturale siamo riusciti a trasformarci in una Srl. L’anno scorso la nostra startup si è classificata tra le 10 migliori dell’Emilia-Romagna. Anche la recente assegnazione del Premio Hystrio ha tenuto conto delle nostre capacità aziendali.

Tutto questo per passione?

Mi sono laureato in Lettere a Bologna con una tesi sul teatro di Randisi e Vetrano, pubblicata dalla Ubulibri che di lì a poco ha chiuso. Certo la passione per il teatro è dentro di me. Ma nel mio progetto la qualità si sposa con la visione imprenditoriale.

Quanti siete a Cue Press?

Quattro o cinque persone, tra interni e collaboratori esterni.

E quali sono i settori del catalogo?

La saggistica, senza distinzione tra passato e presente. Ci stiamo già allargando al cinema e alle arti figurative.

I libri sul teatro hanno un pubblico?

Sinceramente, dopo la fine di Ubulibri sarei curioso di sapere chi sono gli altri editori del settore, se ci sono. Sì, i lettori rispondono, purché chi pubblica sia capace di staccarli dalle trappole della televisione e della playstation. Preciso solo che i libri come quelli su cui puntiamo hanno lo scopo di fornire al lettore alcuni materiali o un tipo di intervento in grado di allargare il contesto di una semplice visione ‘così com’è’ di uno spettacolo.

Che 2017 vede per la sua attività?

Una svolta fondamentale. Abbiamo già pronta una piattaforma digitale che tra pochi mesi diventerà attiva. È uno strumento di livello europeo. Si potrebbe dire che Cue Press si sdoppia in due anime strettamente collegate, la dimensione informatica e il canale del cartaceo. È una prospettiva che mi entusiasma.

Qualche titolo di prossima uscita?

Finalmente porteremo in Italia Il teatro postdrammatico di Hans-Thies Lehmann. Pubblicheremo Elogio del disordine, del grande Louis Jouvet, una serie di riflessioni sull’arte dell’attore, da cui è nato Elvira, interpretato da Toni Servillo a ottobre per l’apertura del Piccolo Teatro. Di Paul MacDonald uscirà Hollywood Film Industry. Abbiamo anche alle viste una collana di guide sulla storia dello spettacolo e una serie sui teatri nazionali europei diretta dal professor De Marinis.

Il quale, accanto a Cruciani, a Malcovati, a Lombardi, a Marotti, a Ruffini, a Martinelli e altri ancora è uno dei componenti della squadra titolare di Cue Press. Il teatro non si fa da soli. Neanche sui libri.

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