Farsi luogo lo sguardo di Martinelli

Massimo Marino su «Corriere di Bologna».

Il libro del fondatore delle Albe narra l’esperienza del palco.

È un librettino da leggersi tutto d’un fiato, Farsi luogo di Marco Martinelli. Lo pubblica, come ebook ma anche a stampa Cue Press, una giovane casa editrice di Imola specializzata in editoria teatrale, che sta recuperando alcuni saggi ormai introvabili (tra gli altri Brecht regista di Claudio Meldolesi) e molti nuovi testi.

Questo di Martinelli è un intenso scritto di poetica del teatro. Il sottotitolo Varco al teatro in 101 movimenti ne afferma lanatura di esperienza che si chiede di condividere e ne fa anche un personale manuale di buone pratiche. Lo scrittore e regista, fondatore del Teatro delle Albe di Ravenna, contrappone il teatro come luogo vivo dell’incontro tra un io e un tu ai non luoghi che costellano la vita contemporanea. Il teatro vivente, «che il cuore gli batte», è luogo del «Visibile, del Tangibile, del Corpo che sente». È luogo del «Necessario, dell’Utile» come un ago per cucire, ma anche «dell’Inutile, del Gratuito», come una preghiera.

Una forte ispirazione etica guida tutte le 101 tesi, perfino con qualche sfumatura leggibile in chiave religiosa. Martinelli parla del teatro come posto dell’eresia, intesa come scelta, ma anche dell’ortodossia, della retta opinione, del giusto, del bene, della verità, della grazia, come rifiuto del narcisismo, come rispetto della dignità di tutti. Luogo della relazione, tra chi vi lavora e lo spettatore. Luogo germogliante e di alchimie tra opposti, tende a parlare alla polis, alla società, a creare quel coro, quella comunità assente di cui tanto si sente la mancanza.

Alle spalle delle considerazioni ci sono più di trent’anni di pratica teatrale, rivendicati con brevi accenni. Si inizia dal 1977, con la fuga da casa del regista ventenne con Ermanna Montanari per sposarsi e fare teatro. Martinelli racconta poi la paziente e faticosa costruzione del teatro sognato, giorno per giorno, viaggiando, incontrando, sbagliando. Ricorda un lavoro sempre teso a costruire incontri, a mettere al centro il rapporto interpersonale. Dalla coppia iniziale nel 1983 con Luigi Dadina e Marcella Nonni nascono le Albe, poi il cerchio si allarga con il meticciato con immigrati africani trasformati in attori, con la forza dionisiaca degli adolescenti della città nella non-scuola, una pedagogia vivente, senza pedanterie, esportata poi in Italia e nel mondo. Sempre io e tu al centro, per costruire il teatro come utopia realizzata.