Stracci della memoria

Vincenzo Carboni su «persinsala.it».

Il libro, di fatto, è la raccolta dei diari di lavoro, di dodici anni di ricerca, intorno al tema della memoria.

Questa è intesa dagli autori come una borsa, ma una borsa bucata, simile a quel vaso forato a cui Lucrezio nel De Rerum natura paragona l’essere umano. I ricordi sono la prima cosa che perdiamo o che ci restano? La sensazione è quella di essere sorretti da un vuoto, dietro al quale si agitano le ombre della nostra verità. Freud le chiamava tracce mnestiche, impronte dalle quali si tratta di ricostruire un filo tra la mancanza e la storia.

Si tratta di mettersi in ascolto del proprio corpo, sollecitato dal suono di un idioma straniero, un colore, un paesaggio naturale, uno spazio teatrale in rovina. Tutte questo fanno da esca per catturare le memorie sepolte nel corpo del performer. Dalla Corea del sud al Messico, dalla Romania alla Polonia, Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola mettono i panni di moderni clerici vagantes, quegli studenti che nel Basso Medioevo – approfittando degli ordini minori – girovagavano in Europa al seguito dei maestri.

I maestri di Instabili Vaganti sono Carmelo Bene, Jerzy Grotowski, Vsevolod Mejerchol’d, Tadeusz Kantor, Leo De Berardinis. Il teatro è qui inteso non come rappresentazione di un testo, ma come un lavoro di scavo dentro se stessi, il cui esito è una performance che si materializza sulla scena come in un sogno e il performer è alla porta tra corpo e mondo. Se la carne conserva i ricordi, questi riemergono intrecciati al desiderio, col pubblico ad assistere alla nascita di forme cangianti ed eteree, simili a spiriti, che si mostrano timidamente per poi subito sparire.

Instabili vaganti vogliono far diventare carne le parole di Prospero ne La Tempesta: gli attori sono spiriti che ritornano alla memoria, quella che per il tempo di un sogno li ha partoriti sulla scena. Noi siamo il sogno di nostro padre e di nostra madre, siamo il sogno della terra, che ora è dolce, ora è incubo.

Tutto nasce dall’origine di ogni cosa: da una mancanza (di spazi, di mezzi), ma anche da un desiderio di arrivare al punto minimo dell’espressione, al movimento conducente allo zero, alla parola che ancora non c’è, a quella che sta per tutte le altre e che sempre manca. È un teatro che si avvicina pericolosamente al rito. Una danza tribale è interessante per quanto si disinteressa dal simulare la realtà, mettendoci direttamente a fronte di una sorta di inconscio fuori di noi. Il teatro – allo stesso modo di Artaud con le danze balinesi e del triste tropico di Lévi-Strauss – è una forza magica che permette di trarre oscura luce dall’enigma di vita e morte.

Il movimento nello spazio segue la spinta del desiderio, come una nave è spinta dal vento che ora soffia, ora cade, ora è tempesta che fa toccare la morte. Si scommette sull’assenza di rassicuranti formule. Se a Seoul gli attori partecipanti al workshop hanno una formazione rigidamente accademica, allora si tratta di rompere qualcosa del già conosciuto. Una danza popolare può giungere a proposito, se è il suggerimento per muoversi fuori dal registro di un corpo incatenato a un testo.

Ogni volta che la ricerca porta a una forma, si tratta subito di demolirla, sulle cui macerie costruire qualcosa di nuovo. Ad Arad, in Romania, il Teatrul Vechi è lo spazio teatrale ideale. Imperano rovine, calcinacci, detriti. I piccioni sono padroni del cielo sopra le teste del pubblico; al suono del flauto il loro casuale battito d’ali sembra sorprendentemente a tono. Thomas Stearns Eliot si incontra alla perfezione con quello spazio desolato, impossibile da ricreare in un teatro di posa. Il degrado non è deriva, ma la sostanza del Teatro, la materia stessa della creazione.

Se l’artista è colui che si fa attraversare dai ricordi dell’umanità, se si fa transfert di patimento con l’altro, può farlo solo mediante un incontro esposto con lo spettatore, senza nascondersi in un ruolo che riferisce. L’attore – come lo intendono Dorno e Pianzola – è piuttosto corpo/voce che ferisce e si ri-ferisce, costituendo l’invito al pubblico per un rischio comune. Stracci della memoria di fatto è un’incessante invocazione: a cercare il proprio desiderio tramite il Teatro, a intrecciarlo con quello del mondo, senza fare affidamento su niente che non sia uno spazio aperto e senza frontiere.