Teatro d’origine di Angela Demattè

Marcello Isidori su «dramma.it».

I testi di Angela Demattè raccolti in questa elegante pubblicazione a cura di Cue Press sono effettivamente, come da titolo, legati tra loro dalla tematica dell’origine. In genere si potrebbe parlare di ispirazioni autobiografiche dell’autrice, ma il termine origine non è soltanto questo, è molto di più.

Origine è la terra da cui veniamo, la cultura, il dialetto, la nostra famiglia. È inoltre il tessuto socioculturale in cui si sono formati, anche se in diversi periodi storici, protagonisti della cronaca recente. È proprio quest’ultimo il caso del primo testo che apre la trilogia, il celeberrimo, premiato e plurirappresentato Avevo un bel pallone rosso storia del rapporto di un padre ed una figlia durante la trasformazione della ragazza da universitaria studiosa e tranquilla a quella Margherita Cagol che fu la cofondantrice delle Brigate Rosse. Qui l’evoluzione della personalità e dei pensieri della protagonista appaiono come un graduale sradicamento dalle sue origini. Il padre tenta di seguire questa evoluzione come può, grazie al grande amore che nutre per la figlia.

Più complesso ed articolato il secondo lavoro: L’officina, storia di una famiglia che attraverso rapidi quadri e brevi dialoghi ripercorre quasi un secolo di storia della società trentina (ma anche quella italiana) grazie alle vicende emblematiche di una famiglia, ispirata a quella della stessa autrice. Il fulcro della storia è il lavoro, dalle origini agricole a quelle artigiane per finire alla società attuale caratterizzata dall’economia terziarizzata e globale.

Chiude la raccolta il recente Mad in Europe che in un certo senso rappresenta un rovesciamento degli altri due lavori. Mentre infatti le drammaturgie precedenti scandiscono un progressivo allontanamento dalle origini questo testo, meno realista e più simbolico, traccia il ritorno al proprio dialetto, e quindi alla propria cultura originaria, a partire da una condizione estremamente globalizzata e in qualche modo confusa, condizione resa evidente dal linguaggio della protagonista che è un miscuglio di varie lingue.

La prefazione del volume è affidata al regista che più di ogni altro si è confrontato con i lavori della drammaturga trentina: Carmelo Rifici. Chiude la pubblicazione un bell’intervento di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari.