Hans-Thies Lehmann arriva in Italia

Diego Vincenti su «Hystrio».

Alla sua prima edizione in italiano (finalmente), Il teatro postdrammatico di Lehmann è uno di quei pochi saggi che hanno davvero segnato il loro tempo. Un frame. Di una scena in profonda evoluzione a fine millennio. Teorica e pratica. Ma si ferma mai il teatro? Non che sia invecchiato dunque il libro di Lehmann, tre edizioni in Germania dal 1999. Ma forse ha perso un po’ di freschezza.

Intatta invece la lucidità d’analisi e la capacità di raccogliere in maniera perfino storico-compilativa l’orizzonte artistico maturato poi negli anni Novanta. Quella distanza sempre più ampia fra un teatro a base drammaturgica e una creatività più vasta, libera verrebbe da dire, dove il testo è secondario (quando non assente) a favore di una partitura scenica modulare. Con buona pace della parola. E basta fare un giro per palcoscenici metropolitani e festival estivi, per comprendere quanto il regno della drammaturgia sia stato scardinato dalla performing art, se non dall’arte contemporanea. Lehmann racconta tutto questo. Preziosa dunque l’edizione voluta da Cue Press, sempre solida e centrata nelle scelte, qui con una pubblicazione di grande utilità. E prestigio.

Traduzione di Sonia Antinori, che firma anche una nota a margine che ben sintetizza la portata profetica e perfino antropologica del volume, a fronte di un concetto base ormai acquisito. Come non condividere? Tanti invece gli spunti da ritrovare con rinnovato entusiasmo: dal non utile antagonismo fra ‘teatri’, alla tesi per cui le sperimentazioni anni Sessanta non abbiano in realtà trovato i propri modelli nelle avanguardie storiche d’inizio Novecento (per quanto andasse di moda affermare il contrario); dalla meticolosa lista degli autori del panorama postdrammatico, al confronto fra mainstream e sperimentazione, l’ampia digressione sul dramma e la sua evoluzione (con ramificazioni filosofiche e la centralità teorica dell’amato Brecht), l’analisi del concetto di performance e la volontà di andare oltre l’azione. Chiude il volume un intervento di Gerardo Guccini sul rapporto fra Lehmann e l’Italia, con un’antologia di osservazioni e dialoghi.