Aleksandr Tairov: il teatro delle emozioni di Silvana De Vidovich
Maria Dolores Pesce, «Dramma.it»
Chi è veramente e perché scrivere di Aleksandr Tairov, regista ormai quasi dimenticato e per di più russo? In un momento tra l’altro in cui la letteratura russa, ingiustamente, usufruisce di ben poche ribalte. È la prima delle tante domande che si pone e ci pone con grande competenza e sensibilità Silvana De Vidovich, conosciuta esperta di cultura e letteratura russa, con questa sua corposa monografia che è soprattutto fatta di domande, che dalla prima si dipartono per poi cercare di ricomporsi in un’unica risposta, complessa ma coerente.
Il volume ci parla infatti di un artista teatrale, attore, regista e critico, che nella sua vita ha voluto fare soprattutto, se non solo, l’artista teatrale, in un’epoca, però, profondamente intrisa di ideologie che cercavano supporti ed esiti anche nell’arte. Il clamore dei grandi del teatro russo della sua generazione, da Stanislavskij con il suo metodo a Mejerchol’d, anche nei loro contrastati rapporti con il potere sovietico, avrebbe dunque, per l’autrice, sovrastato la melodia più sottile dell’opera di Tairov, che non inventava ‘metodi’ ma cercava soprattutto ‘emozioni’. Il suo infatti, si legge, fu soprattutto un teatro dell’attore inteso come veicolo principale delle emozioni, l’attore che doveva ‘finalizzare’ la costruzione scenica e a cui tutti gli elementi di questa, compreso il testo, avrebbero dovuto subordinarsi. Così Tairov, fondatore e animatore fino alla morte del «Teatro da Camera» di Mosca, dopo la diffusa fama degli anni Venti e Trenta del Novecento, è scivolato nell’oblio sostanziale che ha accompagnato la sua morte nel 1950 (era nato nel 1885).
Il volume esamina nel profondo l’arte di Alekandr Tairov, sia nell’aspetto biografico che in quello teorico e infine, con molto interesse, nella pratica, attraverso la disamina accurata ed esauriente dei suoi molti spettacoli, non tutti e non sempre apprezzati. Da segnalare il ricchissimo corredo iconografico in cui, forse, traspaiono meglio che altrove gli influssi profondi dei suoi lavori sul teatro europeo, anche su quello a noi contemporaneo. Suggestive al riguardo le corrispondenze che mi è sembrato di cogliere tra quelle immagini e l’esperienza del «Teatro d’Arte» di Pirandello e Bontempelli dei tardi anni Venti italiani. Una interessante ‘riscoperta’ e un libro da consigliare, in particolare a chi in teatro lavora, proprio per la sua capacità di rendere il ‘recupero’ di Aleksandr Tairov non un lavoro ‘filologico’ ma bensì ‘vivo’ e creativo.
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