Logbook

Approfondimenti, interviste, recensioni e cultura: il meglio dell’editoria e delle arti da leggere, guardare e ascoltare.

Pezzotta Alberto
31 Marzo 2026

Il western italiano tra critica moralistica e gusto popolare. Intervista ad Alberto Pezzotta

Redazione

Dalla prima metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta, il western è stato uno dei generi più popolari del cinema italiano: lo sa bene Alberto Pezzotta, che ne Il western italiano analizza la storia culturale e l’impatto sulla società dell’epoca. Attraverso materiali di archivio – e preziosi inediti – l’autore passa in rassegna dieci film esemplari, a partire da Per un pugno di dollari – la pellicola che ha fondato l’intero genere –, senza mai scadere in luoghi comuni.

Il volume si apre con una constatazione: dopo il boom economico, il cinema è in
realtà in crisi. Ed ecco spuntare il genere western: qual è stato il suo punto di forza,
il tempismo o i contenuti?


Il successo del western è in sintonia con una società italiana che ha smaltito gli entusiasmi del boom e si scopre spietata, cinica e individualista. All’epoca la critica spesso associa i western italiani ai film di James Bond come espressione di una medesima mentalità neocapitalista. Il western italiano di fatto ribalta e ignora il western americano, e suscita reazioni di condanna moralistica, sia da parte di intellettuali come Mario Soldati sia da parte della sinistra più moralista. Ma poi Soldati cambia idea, e la sinistra gramsciana che sa apprezzare il popolare – come è rappresentata da Vittorio Spinazzola – guarda subito al western con interesse e simpatia. 

L’Italia ha avuto grande successo con i western, non a caso poi detti – anche con
una certa saccenza – «all’italiana»: a cosa dobbiamo questa fortuna?


Vero, all’epoca la dizione «all’italiana» è usata proprio da chi non ama il genere. Alla base del successo, in ogni caso, vi è anche l’invenzione di uno stile straordinario (è il caso di Sergio Leone), un gusto violento e iconoclasta (pensiamo a Sergio Corbucci), bilanciato dall’ironia (come in Duccio Tessari). Ma il western italiano, nella sua variante messicano – rivoluzionaria – a partire da Quién sabe? di Damiano Damiani –, è anche un modo per parlare di politica e decolonizzazione nelle periferie del mondo. Da qui deriva il suo successo globale, dalla Giamaica a Hong Kong, proprio come illustro nel libro.


Negli anni Settanta prende avvio la parabola discendente del genere: cosa ha
contribuito alla sua fine?


Una naturale usura. Nel consumo del pubblico il western viene sostituito dal poliziesco, che parla del presente senza allegorie e metafore. Leone accusava i western comici con Bud Spencer e Terence Hill di avere ucciso il western, altri invece hanno detto che i generi, prima di morire, «svaccano nella farsa»: un’espressione che mi sembra piuttosto ingenerosa. Semplicemente, Bud Spencer e Terence Hill hanno saputo dare nuova linfa al western soddisfacendo bisogni diversi.


Come ha scelto i dieci film che analizza nella seconda parte del libro?


Non si tratta necessariamente dei film che apprezzo di più: ho cercato di essere oggettivo e di analizzare i film storicamente e culturalmente più importanti, evitando idiosincrasie cinefile e attingendo invece a fonti spesso mai usate, dai documenti della censura alle sceneggiature conservate al Centro Sperimentale. Per un pugno di dollari e C’era una volta il West sono due titoli obbligatori che raccontano la parabola di Sergio Leone. Quién sabe? di Damiano Damiani e Faccia a faccia di Sergio Sollima fondano il western politico. Django di Sergio Corbucci ha avuto un’eco internazionale che arriva fino a Tarantino e oltre. La banda J&S, sempre di Corbucci, è meno noto, ma è un geniale esperimento di western femminista. Se sei vivo spara di Giulio Questi è un western quasi d’avanguardia. 10.000 dollari per un massacro di Romolo Guerrieri è un esempio di creatività e di gioco con le regole del genere all’interno di un prodotto quasi seriale. Non poteva mancare Lo chiamavano Trinità di E.B. Clucher, alias Enzo Barboni. E poi c’è, come scheggia impazzita, Non toccare la donna bianca, dove Marco Ferreri si impossessa e stravolge i meccanismi del western. È un panorama certamente ampio, che mostra la ricchezza e la complessità di questo genere.

Premio limina cue press scritti americani
12 Febbraio 2026

Cue Press vince il Premio Limina 2025 per la miglior traduzione. Intervista a Gabriele Prosperi

Redazione

Nel libro, tradotto per la prima volta in Italia, Kracauer indaga, nella sua condizione di esule dalla Germania nazista agli Stati Uniti, l’influenza della cultura europea sul Nuovo Continente e gli effetti del cinema e delle nuove ‘mode’ del momento. L’edizione italiana è arricchita dalla prefazione di Emiliano Morreale, mentre la traduzione è curata da Gabriele Prosperi: ed è a lui che abbiamo chiesto com’è stato lavorare a Scritti americani.

Gabriele, la Cuc ha definito il volume di Kracauer «un evento editoriale di assoluto rilievo»: cosa rappresenta per lei la vittoria della sua traduzione?


È stata la mia prima traduzione, quindi è un risultato che mi rende orgoglioso. Ma soprattutto la leggo come un riconoscimento al lavoro necessario per far arrivare a lettrici
e lettori italiani un testo rimasto a lungo di difficile accesso, composto da scritti dispersi e in parte rimasti negli archivi: portarli qui, oggi, significa riattivarne la voce e l’urgenza.


Quali sono stati gli aspetti, linguistici ma non solo, più complessi da rendere efficacemente nella traduzione italiana?


La difficoltà principale è stata tenere insieme origine e trasformazione: Kracauer è un
intellettuale segnato dall’esilio, che nel giro di pochi mesi comincia a scrivere quasi solo nella lingua del nuovo Paese, attraversando un vero cambio di posizione e di sguardo.
Tradurlo voleva dire restituire in italiano quella doppia qualità: da un lato la precisione «sobria e carica di allusioni», come affermano i curatori dell’edizione statunitense, dall’altro il movimento con cui l’autore passa dal sentirsi ancora un osservatore europeo al diventare coinvolto e parte in causa.


Traducendo Kracauer, ha probabilmente ri-scoperto il testo, in un’ottica nuova. Tra le motivazioni della vittoria, leggiamo che il volume custodisce «un nucleo importantissimo di riflessioni d’ampio raggio»: quali sono, quindi, le «riflessioni» che hanno, per così dire, lasciato un segno nel traduttore?


Mi ha colpito molto l’idea che esista «solo un breve momento» in cui un europeo può verificare l’immagine dell’America costruita dal cinema: l’arrivo, quel «meraviglioso primo incontro» in cui, come in un déjà-vu, affiora persino la sensazione di aver già fatto
esperienza di quella realtà – una sensazione che molti europei, ancora oggi, me compreso, hanno provato dopo essere arrivati per la prima volta negli Stati Uniti. E subito
dopo il lento adattamento personale che fa emergere ciò che lo schermo non mostra.
Tradurre questi scritti è stato come inseguire un pensiero migrante, che cambia voce senza perdere precisione, e che obbliga a chiedersi cosa significa ricominciare a nominare
il mondo.

Ha un messaggio da lanciare alla comunità di traduttrici e traduttori in Italia?


Direi loro innanzitutto che tradurre è sempre un gesto situato, non solo linguistico. Un altro aspetto di questi testi che mi ha molto colpito è il modo in cui la macchina culturale ricalibra continuamente le immagini. Prendo come esempio Tipi nazionali così come li presenta Hollywood (National Types as Hollywood Presents Them, pubblicato su «Public Opinion Quarterly» n.13 nel 1949): qui la Russia diventa improvvisamente amica in tempo di guerra, poi scompare o viene riscritta come minaccia. E in certi momenti la produzione preferisce il silenzio perché la questione è troppo divisiva.
Ne deriva quindi anche un adattamento contestuale, che richiede attenzione al paratesto,
alle sfumature e, non di meno, al proprio presente, anche nel caso della traduzione di un testo passato: le parole che regolano l’appartenenza (confine, migrazione) continuano a cambiare significato. Proprio qui si può nascondere l’attualità di un testo e, nel tradurlo, l’opportunità di osservare questi cambiamenti».

9 Febbraio 2026

Premio Limina 2025

Premio d’eccellenza nell’ambito degli studi sul cinema e sui media

Il Premio Limina è un prestigioso riconoscimento, nato nel 2003 da un’idea di Leonardo Quaresima e conferito annualmente dalla Cuc – Consulta Universitaria del Cinema, alle migliori pubblicazioni nell’ambito degli studi sul cinema e sui media.

In occasione della sua ventiduesima edizione, Cue Press si è aggiudicata il premio per la categoria Miglior Traduzione di un Importante Contributo agli Studi sul Cinema e sui Media con il volume Scritti americani. Saggi su cinema e cultura popolare di Siegfried Kracauer (traduzione di Gabriele Prosperi, con prefazione di Emiliano Morreale).

Durante la cerimonia, tenutasi il 9 febbraio 2026 all’Università di Pisa, l’Assemblea Plenaria ha conferito il premio con la seguente motivazione:

Il volume, curato da Kristy Rawson e Johannes von Moltke, impreziosito dalla traduzione di Gabriele Prosperi e dalla prefazione di Emiliano Morreale per i tipi di Cue Press, rappresenta un evento editoriale di assoluto rilievo. Il libro, che raccoglie i testi di Kracauer dopo il suo approdo negli Stati Uniti, costituisce un nucleo importantissimo di riflessioni d’ampio raggio, fino ad oggi rimasto pressoché inaccessibile al di fuori del contesto americano. Questa edizione restituisce dunque piena completezza all’evoluzione della fisionomia intellettuale del saggista e offre al pubblico italiano l’opportunità di confrontarsi con lo sguardo pragmatico, sociologico e letterario portato avanti dalla critica statunitense, di rado approfondito nell’ambito di studi nostrano.

Oltre al volume vincitore, sono editi da Cue Press anche gli altri due titoli finalisti della medesima categoria: Suoni nello spazio. All’ascolto della space opera cinematografica di Michel Chion (a cura di Giovanni Maria Rossi con contributi di Sandra Lischi) e La recitazione cinematografica di James Naremore (a cura di Giulia Carluccio, Mariapaola Pierini e Giovanna Maina, traduzione di Giovanna Maina e Ada Caterina Nanni).

CUC

Teatro
7 Febbraio 2026

Attenti all’invasione di corpi estranei!

Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»

Esistono libri accademici, a volte anche noiosi, il cui contributo scientifico alla Storia del Teatro è fuori discussione, ed esistono libri non accademici, magari nati in un studio radiofonico o in una redazione di giornale, generati da confronti con gli artisti, che hanno un intrinseco valore epistemologico e che, spesso, diventano necessari per capire i libri accademici o che aiutano a capire certi fenomeni che possono essere sfuggiti agli studiosi.


Nel volume Gente di teatro, di Andrea Porcheddu, edito da Cue Press, vediamo vagabondare categorie di teatranti che appartengono a generazioni diverse, oltre che assistere ad esperienze formative eterogenee, in alcuni casi persino rivoluzionarie, perché quella gente ha fatto del teatro un mezzo per cambiare il mondo, non certo, quello cosmico, ma quello molto più piccolo dello spettacolo.


L’autore appartiene, come me e tanti altri, alla Gente di Teatro, con le dovute differenze, perché c’è chi lo fa, chi lo organizza, chi lo segue professionalmente, chi ne è spettatore che, antropologicamente parlando, si differenzia per le proprie scelte che possono essere di carattere intellettuale o di intrattenimento.

Si tratta di un pubblico che può fare parte della gente di teatro e che desidera differenziarsi da un pubblico che usurpa quel titolo, come lo usurpano certi finti attori che provengono dagli studi televisivi che, dopo alcune apparizioni, si sentono in grado di salire sul palcoscenico e di considerarsi parte della gente di teatro. Bisogna, quindi, attentamente distinguere tra chi lo è veramente da chi ne sottrae il titolo, perché proveniente da altre professionalità come il filosofo, lo storico, il giornalista, persino il gastronomo.


Tutti salgono sul palcoscenico, ma non sono gente di teatro, trattandosi di personaggi noti, con una loro specifica preparazione culturale, dei quali si sono impossessate certe Agenzie che pretendono, per una sola serata, con un solo personaggio, dodicimila euro, che è il costo di una Compagnia di almeno dieci persone che propone classici del teatro antico o contemporaneo. Si tratta di gente non certo di teatro che ha un suo pubblico, non di teatro, che fa le sue tournée e che assapora l’ebrezza del palcoscenico.


La Gente di Teatro a cui fa riferimento Andrea Porcheddu, nel suo libro, è gente che ha inventato gli impresari e gli organizzatori, che ha rivoluzionato la scena internazionale, che è fatta di attori, attrici, registi che appartengono già a una fetta di Storia del teatro.
Tanto per farmi capire, sono presenti, nel libro, in ordine rigorosamente alfabetico: Anton Giulio Bragaglia, Georg Buchner, Ivo Chiesa, Edith Craig, Leo De Berardinis, Lillian Hellman, Asja Lacis, Judith Malina, Christofer Marlow, Vsevolod Mejerchol’d, Joe Orton, Remigio Paone, Annibale Ruccello, Jia Ruskaja, Helen Weigel.
Si tratta di personaggi protagonisti di una trasmissione radiofonica, di provenienze e di professionalità teatrali diverse, le cui storie di vita, sono state raccolte in volume perché hanno ancora qualcosa da dirci e da dire in particolar modo a tutti quei giovani che studiano teatro o che vogliono fare gli attori. Capiranno come, per costoro, il teatro sia diventato la loro vita e loro lo hanno scelto anche per fare la rivoluzione, per opporsi ai regimi autoritari, per mettere la loro professionalità al servizio degli altri, con intenti pedagogici, che hanno inventato le performance, facendo del proprio corpo un manifesto dal forte impatto politico, sfidando epoche buie come quelle di Mussolini, Stalin, McCarthy… Insomma, si tratta di Gente di Teatro che, dedicando la loro vita alla causa del teatro, l’hanno dedicata anche a quella che non è gente di teatro.

Andrea Porcheddu foto Matilde Pisani
26 Gennaio 2026

Il filosofo, lo storico eccetera, tanti aspirano a salire su un palcoscenico. Ma essere Gente di Teatro è tutt’altra cosa

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Esistono libri accademici, a volte anche noiosi, il cui contributo scientifico alla Storia del Teatro è fuori discussione, ed esistono libri non accademici, magari nati in un studio radiofonico o in una redazione di giornale, generati da confronti con gli artisti, che hanno un intrinseco valore epistemologico e che, spesso, diventano necessari per capire i libri accademici o che aiutano a capire certi fenomeni che possono essere sfuggiti agli studiosi.


Nel volume Gente di teatro, di Andrea Porcheddu, edito da Cue Press, vediamo vagabondare categorie di teatranti che appartengono a generazioni diverse, oltre che assistere ad esperienze formative eterogenee, in alcuni casi persino rivoluzionarie, perché quella gente ha fatto del teatro un mezzo per cambiare il mondo, non certo, quello cosmico, ma quello molto più piccolo dello spettacolo.


L’autore appartiene, come me e tanti altri, alla Gente di Teatro, con le dovute differenze, perché c’è chi lo fa, chi lo organizza, chi lo segue professionalmente, chi ne è spettatore che, antropologicamente parlando, si differenzia per le proprie scelte che possono essere di carattere intellettuale o di intrattenimento.

Si tratta di un pubblico che può fare parte della gente di teatro e che desidera differenziarsi da un pubblico che usurpa quel titolo, come lo usurpano certi finti attori che provengono dagli studi televisivi che, dopo alcune apparizioni, si sentono in grado di salire sul palcoscenico e di considerarsi parte della gente di teatro. Bisogna, quindi, attentamente distinguere tra chi lo è veramente da chi ne sottrae il titolo, perché proveniente da altre professionalità come il filosofo, lo storico, il giornalista, persino il gastronomo.


Tutti salgono sul palcoscenico, ma non sono gente di teatro, trattandosi di personaggi noti, con una loro specifica preparazione culturale, dei quali si sono impossessate certe Agenzie che pretendono, per una sola serata, con un solo personaggio, dodicimila euro, che è il costo di una Compagnia di almeno dieci persone che propone classici del teatro antico o contemporaneo. Si tratta di gente non certo di teatro che ha un suo pubblico, non di teatro, che fa le sue tournée e che assapora l’ebrezza del palcoscenico.


La Gente di Teatro a cui fa riferimento Andrea Porcheddu, nel suo libro, è gente che ha inventato gli impresari e gli organizzatori, che ha rivoluzionato la scena internazionale, che è fatta di attori, attrici, registi che appartengono già a una fetta di Storia del teatro.
Tanto per farmi capire, sono presenti, nel libro, in ordine rigorosamente alfabetico: Anton Giulio Bragaglia, Georg Buchner, Ivo Chiesa, Edith Craig, Leo De Berardinis, Lillian Hellman, Asja Lacis, Judith Malina, Christofer Marlow, Vsevolod Mejerchol’d, Joe Orton, Remigio Paone, Annibale Ruccello, Jia Ruskaja, Helen Weigel.
Si tratta di personaggi protagonisti di una trasmissione radiofonica, di provenienze e di professionalità teatrali diverse, le cui storie di vita, sono state raccolte in volume perché hanno ancora qualcosa da dirci e da dire in particolar modo a tutti quei giovani che studiano teatro o che vogliono fare gli attori. Capiranno come, per costoro, il teatro sia diventato la loro vita e loro lo hanno scelto anche per fare la rivoluzione, per opporsi ai regimi autoritari, per mettere la loro professionalità al servizio degli altri, con intenti pedagogici, che hanno inventato le performance, facendo del proprio corpo un manifesto dal forte impatto politico, sfidando epoche buie come quelle di Mussolini, Stalin, McCarthy… Insomma, si tratta di Gente di Teatro che, dedicando la loro vita alla causa del teatro, l’hanno dedicata anche a quella che non è gente di teatro.

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Roy menarini
25 Gennaio 2026

Il cinema contemporaneo interpreta le tensioni del presente. Intervista a Roy Menarini

Redazione
Il suo volume parla di ‘cinema contemporaneo’: come lo si può definire?

Un cinema molto difficile da identificare, che affronta inconsciamente le tensioni del presente (politiche, climatiche, sociali, sanitarie) e le rielabora ogni volta con un diverso approccio.

Quali sono gli aspetti più riconoscibili dei film nel ventunesimo secolo? 

Rispetto a quello del passato il cinema contemporaneo non ha il tempo di radicarsi nell’immaginario collettivo perché i film escono in numero massiccio e non hanno più lo statuto che avevano nel Novecento. Eppure, il cinema contemporaneo è interessante tanto quanto quello del passato poiché è in grado di intercettare alcuni degli aspetti principali della nostra contemporaneità ed è comunque il medium più importante e più interessante con cui fare i conti. Inoltre, il ritorno in sala di tanti classici restaurati stimola anche gli autori di oggi.

Nel libro definisce Ratatouille una «perfetta metafora del cinema contemporaneo»: perché e quali sono secondo lei gli aspetti più rilevanti?

Ci sono tante cose nel film Ratatouille che ci riportano all’oggi, per esempio alla vicinanza con l’esperienza estetica, che è diventata così importante negli ultimi tempi per cui vedere un film o assaggiare un piatto sono un po’ delle ossessioni, ossessioni del gusto e dell’esperienza in epoca contemporanea. D’altra parte vediamo anche la competenza del non professionista, che è un altro elemento tipico del nostro modo dei social media. Qui abbiamo un topolino estremamente in gamba che riesce a diventare un grande cuoco contro tutte le gerarchie (sappiamo quanto esse siano qualcosa che sta scomparendo nel mondo contemporaneo). Inoltre c’è anche una questione sulla tecnologia applicata al cinema, in questo caso applicata all’animazione, che rende i film molto più attraenti per il pubblico contemporaneo; e in generale c’è anche la vecchia visione dell’Europa da parte di Hollywood, che getta un ponte tra culture occidentali che oggi fanno un po’ fatica a parlarsi.

In quale direzione si sta muovendo il cinema di oggi?

Il cinema di oggi non sembra avere una direzione precisa, sarebbe impossibile indicarne una sola, tanto è vero che nel mio libro ho cercato di osservare ben venti categorie. Da questo punto di vista diciamo che è un cinema sospeso tra il passato e il futuro e sembra avere difficoltà a mettere a fuoco il presente. D’altra parte sappiamo bene come il ventunesimo secolo sia un secolo estremamente complicato, segnato da una crisi economica, dalle guerre, dalla pandemia e da uno sconvolgimento degli assetti occidentali e orientali. Il cinema è un gradiente, un reattore, qualcosa che ha a che fare con tutto quello che sta avvenendo e sembra anche aver lasciato il Novecento per salpare verso un futuro anche tecnologico; basti pensare al rapporto tra cinema in sala e cinema in piattaforma, di cui non sappiamo ancora prevedere esattamente i connotati futuri.

Un piccolo assaggio: cosa troveremo ne Il film nel XXI secolo?

Nel volume ho cercato di costruire una mappa, ho cercato di offrire in questo percorso molto rizomatico alcuni punti fermi retrospettivi, poiché quello che sappiamo è solamente quello che è successo in questi venticinque anni. Vediamo quanto il cinema cerchi di essere resiliente nei confronti di una situazione mediale completamente cambiata e come cerchi anche di essere ancora oggi il punto di riferimento per tanti spettatori che non credono alla frantumazione dei media o all’elemento pulviscolare dei testi audiovisivi. Che cercano nella forma film ancora qualcosa di stabile e duraturo. Ed effettivamente i film del ventunesimo secolo stanno cercando di offrire percorsi chiari e di dare una forza narrativa estetica a un presente caotico. Questi sono i punti fermi che cerco di offrire nel volume, citando tantissimi film, dai più rilevanti culturalmente, ai più piccoli, che spesso hanno qualcosa da dirci per questa sorta di costellazione del contemporaneo.

Tairov foto
23 Gennaio 2026

Aleksandr Tairov: il teatro delle emozioni

Giulia Bravi, «Drammaturgia»

Con Aleksandr Tairov: il teatro delle emozioni Silvana De Vidovich prova a rispondere a una serie di quesiti che riguardano le vicende artistiche e biografiche del regista russo, maturate nel fertile contesto avanguardista del primo Novecento. L’intenzione dell’autrice è quella di denunciare la lacuna storiografica che non ha permesso, almeno fino al 2014, lo svilupparsi di linee di ricerca nuove, volte a ricalibrare la prospettiva di indagine sull’artista attraverso l’uomo. «Cosa resta delle sue idee?» – si chiede – «Era un maestro? Un innovatore? Un rivoluzionario? Un esteta? Uno straordinario artigiano, sia pur colto e raffinato? O solo un mestierante? È mai esistito un sistema tairoviano?» (p. 13).

Il volume presenta una suddivisione in due parti: una prima in cui si ripercorrono le vicende biografiche di Aleksandr Jakovlevič Tairov (pseudonimo di Aleksandr Kornblit) in ottica storiografica; una seconda in cui sono ricostruiti gli spettacoli più significativi per la definizione della poetica tairoviana nel segno, appunto, delle ‘emozioni’ che intende suscitare nei suoi spettatori. Eloquenti, in tal senso, le fonti di natura iconografica riprodotte a chiusura dei capitoli. Seguono le appendici In scena e Dietro le quinte – una selezione di scritti teorici tradotti in italiano che testimoniano, tra le altre, le pratiche laboratoriali del maestro –, e una cronologia degli spettacoli realizzati tra il 1914 e il 1949.

L’esordio di questo viaggio biografico-critico è affidato alle voci degli studiosi e dei contemporanei del maestro chiamate a raccolta dall’autrice, non ultimi gli stessi Mejerchol’d e Stanislavskij. Tra le molte testimonianze emerge anche quella di Silvio d’Amico che, in occasione di una recita romana del 1929, fissa su carta l’inquietudine «aristocratica e nervosa» del maestro (p. 20). La galleria di fantasmi illustri si dissolve, quindi, per lasciare spazio alla «vita sulla scena» (p. 18) di Aleksandr Tairov: dagli esordi attoriali, al debutto con La baracca dei saltimbanchi (Balagančik) di Aleksandr Blok (1906), per la regia di Mejerchol’d, fino all’incontro con l’attrice Alisa Koonen che diverrà la sua musa e compagna di vita. Di questi primi anni De Vidovich registra la crescente passione per la pantomima e le arlecchinate, nonché l’attrazione per l’Oriente, praticate nelle sperimentazioni del Teatro Kamernyj. Seguiamo, dunque, il maestro nelle sue reazioni artistiche al contesto contemporaneo, attraverso la Grande Guerra e la Rivoluzione d’Ottobre, tra contesti politici ed economici che mutano, tra censure e polemiche. E, ancora, diventiamo testimoni delle grandi tournées europee e americane, non tralasciando le tappe italiane, e del declino degli anni Trenta, sotto il peso del regime, che culminerà nella morte di Mejerchol’d (1940), una ferita difficile da rimarginare.

L’affondo nella pratica teatrale del maestro si consuma nei tre capitoli finali, dedicati alle rappresentazioni. I dodici spettacoli musicali realizzati tra il 1912 e il 1948 (arlecchinate, varietà e commedie musicali), in cui le suggestioni derivate dall’immaginario novecentesco legato alla Commedia dell’Arte incoraggiano l’idea di un teatro teatrale e di teatro come arte dell’attore, più che di un veicolo per ideali politici; il lavoro sui testi che seguono la «linea del mistero e della tragedia» (p. 206), come la leggendaria Fedra (1922); infine, il cosiddetto ciclo americano, Lo scimmione (1926), Desiderio sotto gli olmi di (1926) e Tutti i figli di Dio hanno le ali (1929) di Eugene O’Neille La schiavitù delle macchine di Sophie Treadwell (1933).

L’excursus evidenzia una «continua ricerca espressiva» (p. 207), mai esasperata, che spinge Tairov a praticare più generi, rispondendo, in tal modo, anche alla crisi drammaturgica contemporanea: dalla rivisitazione dei classici, ai drammi contemporanei, alle tragedie, alle operette, agli spettacoli musicali, fino alla collaborazione con autori contemporanei come Vsevolod Višnevskij. Ogni messa in scena prevede una cura profonda per la recitazione dei suoi attori, per la realizzazione delle scene e dei costumi e per l’elemento musicale. Sono, quindi, prese in esame le relazioni artistiche maturate con attori e registi del suo tempo – ampio spazio è lasciato alla Koonen «figura che incarna l’idea stessa di eccezionalità teatrale di Tairov» (N. Arrigoni, Silvana De Vidovich e Aleksandr Tairov: una ricerca sul teatro come destino umano, in «Sipario», 13 gennaio 2026), nonché le fertili collaborazioni con scenografi e pittori come Aleksandra Ekster e AleksandrVesnin, Vladimir e Georgij Stenberg, Konstantin Meduneckij, Vladimir Tatlin, Natal’ja Gončarova, Evgenij Kovalenko e Valentina Krivošeina. Non ultime, le relazioni politiche con figure chiave come Anatolij Lunačarskij che garantirà la sopravvivenza del Kamernyj, gettando su di esso e sul suo fondatore quell’ombra del “favoritismo” «che sarebbe inutile negare» (p. 61).

All’attività di regista, Tairov affianca quella di teorico teatrale, dando vita in primo luogo alla rivista «Masterstvo Teatra» («Il mestiere del teatro») e al volume Appunti di un regista del 1921. Il volumetto è stato ripubblicato dalla stessa De Vidovich nel 2020, sempre per Cue Press. Oltre alle note critiche include la traduzione dell’autobiografia di Tairov, nella versione del 1928. La guerra, la Rivoluzione d’Ottobre e la successiva mutazione del contesto politico ed economico influiscono inevitabilmente sia sulle teorie che sulle prassi di Tairov. Ne sono prova I proclami di un artista, ‘manifesto artistico’ pubblicato alla fine del 1917 sotto forma di sei brevi capitoli. Tra slanci evoluzionari e teorie di ‘democratizzazione dell’arte’, Tairov costruisce il proprio pensiero teorico che investe tutte le figure gravitanti nell’universo teatrale, non solo gli attori. De Vidovich individua proprio nella connivenza tra pensiero teorico e pratica teatrale, una delle cifre del suo teatro, protagonista, non a caso, dei dibattiti intellettuali che hanno animato la Russia del primo Novecento.

Aleksandr Tairov: il teatro delle emozioni, oltre a offrire un magistrale lavoro di traduzione, si presenta come punto d’arrivo di una riflessione di lunga data che prova a tenere insieme, nel segno della stratificazione, le molteplici esperienze, le prassi e il pensiero del maestro russo.

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Oreste De Fornari lo ricordiamo quale arguto conduttore di gustosi programmi Rai, in affiatata coppia con Gloria De Antoni. Erano i tempi ormai remoti in cui l’emittente pubblica sapeva realizzare format originali, unendo spettacolo e cultura. Oltre che autore televisivo, De Fornari è un critico di vaglia della settima arte, con all’attivo pregevoli studi (tra […]
21 Settembre 2025

Il teatro come cura e inclusione: il percorso di N...

Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»

Maurizio Lupinelli, direttore di Nerval Teatro, sostiene che: «Il teatro è di tutti, essendo uno strumento che può dare delle risposte per potersi confrontare con i propri limiti e donarsi alla comunità». Da parecchi anni, Nerval Teatro porta avanti dei laboratori permanenti, quello di Rosignano Marittimo e quello di Ravenna, dal titolo Il teatro è […]
17 Settembre 2025

Poemi Focomelici

Alessandra Calanchi, «Girodivite»

Queste poesie qui raccolte, datate 1980-2024, ripercorrono la vita di un poeta anomalo, anticonvenzionale, autocanzonatorio, che infatti poeta non è, bensì autore, attore e regista teatrale. Molti spettacoli, molti premi, un documentario, e infine lo straordinario progetto Aldo Morto 54, di cui è stato ideatore, autore e interprete, restando in live-streaming per 54 giorni, autorecludendosi […]
12 Settembre 2025

Víctor Català signorina scandalosa

Angelo Molica Franco, «Il Venerdì di Repubblica»

Nutrita è la legione delle scrittrici che, in passato, hanno scelto di assumere uno pseudonimo maschile al fine di pubblicare le proprie opere. Come per le altre, a convincere Caterina Albert i Paradìs – nata sulle coste della Catalogna nel 1869 – a trasformarsi in Víctor Català fu lo scandalo destato dalla sua penna. Successe […]
7 Settembre 2025

Arte della diversità (2013-23). Omaggio a Massimo...

Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»

Massimo Bertoldi, ideatore e curatore del volume pubblicato da Cue Press: Teatro La Ribalta. Kunst der Vielfalt (arte della diversità) 2013-23, ci ha lasciati prima di vedere stampato il suo lavoro. È stato per anni collaboratore di Alto Adige, sulle orme di Umberto Gandini, ed ha collaborato col Teatro Stabile di Bolzano, in particolare per […]
28 Agosto 2025

Un manifesto per l’umanesimo a teatro

Katia Ippaso, «Il Venerdì di Repubblica»

La parola umanesimo è in perenne disequilibrio, sempre sul punto di cadere. Gli artisti non la frequentano volentieri. Temendo forse di passare per pericolosi antropocentrici, alcuni la evitano come la peste. Al contrario, Marco Lorenzi e Barbara Mazzi, fondatori del Mulino di Amleto, la espongono come vessillo del loro manifesto poetico: nel «paesaggio ingiusto e […]
8 Agosto 2025

Poemi Focomelici: il verbo si è fatto carne, poi...

Roberto Stagliano, «Theatron 2.0»

Natale 1980 non è un’origine, ma una frattura. Non un parto, ma un inciampo genetico. Così si apre Poemi Focomelici. Selezione ragionata 1980–2024, l’ultimo lavoro di Daniele Timpano, attore e autore tra i più radicali e disturbanti della scena teatrale contemporanea. Pubblicato nel 2025 da Cue Press e curato da Dario Tomasello, il volume raccoglie […]
7 Agosto 2025

Esposito: teatro per voci assolute

Marco Ciriello, «Il Mattino»

Avere una voce è difficilissimo, essere memorabile e non scadere nei memorabilia è ancora più complicato soprattutto scrivendo, per questo Igor Esposito, drammaturgo e poeta, può sentirsi affrancato dalla massa. La prova è la lateralità del suo teatro che discende dal classico per farsi postmoderno, che approfitta della Storia per diventare ri-Storia per voci assolute […]

L’arte di leggere il presente: Goffredo Fofi, la...

Negli ultimi anni della sua vita Goffredo Fofi aveva scelto Cue Press come uno dei suoi editori di riferimento. Lo dimostrano le numerose opere pubblicate e i contributi che ci ha lasciato. Fofi è stato la figura che, forse più di altre, ha incarnato un possibile modello della professione del critico. Impegnato in prima persona […]
15 Luglio 2025

La politique des cinéphiles

Roy Menarini, «Fata Morgana Web»

La prima affermazione implicita del volume La cinefilia. Invenzione di uno sguardo, storia di una cultura 1944-68 (finalmente tradotto in Italia da CuePress, dopo l’uscita originaria del 2004, con la consulenza e la prefazione di Emiliano Morreale) è che la cinefilia è un fatto francese. Questa affermazione, intorno alla quale per tanti anni ci si […]
3 Luglio 2025

L’umanità, il testo, il processo. Il Mulino di...

Carlo Lei, «Krapp's Last Post»

Partiamo dalla fine, o quasi: risaliamo la corrente di Raccontare il Mulino di Amleto edito da Cue Press a fine 2024. Oltre alle autrici Ilena Ambrosio e Laura Novelli, è numeroso e qualificato il gruppo di specialisti riuniti attorno al lavoro della compagnia fondata da Barbara Mazzi e Marco Lorenzi. C’è l’intervento del ‘nostro’ Mario […]
30 Giugno 2025

Non solo per avere l’idea d’un debutto. Con i...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Credo che la ricerca, condotta da Sara Torrenzieri, su cosa siano quelli che, in Italia, impropriamente, vengono chiamati «Quaderni di Regia» e che, in Germania, si chiamano Modellbücher, sia molto importante per capire quanto lavoro stia dietro una messinscena, non solo nella sua fase realizzativa, ma anche in quella che possa documentarla a-posteriori. I Modellbücher […]
27 Giugno 2025

Woody Allen su Woody Allen: quella bellissima chia...

Adele Porzia, «ClassiCult.it»

Ogni volta che penso a Woody Allen mi sembra di essere più felice. E ultimamente sono particolarmente felice perché sto leggendo tantissimo su di lui. Non solo ho riletto l’autobiografia A proposito di niente, pubblicata in italiano da La nave di Teseo nel 2020, ma anche diversi saggi, tra cui quello di Roberto Escobar, Il […]