Il western italiano tra critica moralistica e gusto popolare. Intervista ad Alberto Pezzotta
Redazione
Dalla prima metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta, il western è stato uno dei generi più popolari del cinema italiano: lo sa bene Alberto Pezzotta, che ne Il western italiano analizza la storia culturale e l’impatto sulla società dell’epoca. Attraverso materiali di archivio – e preziosi inediti – l’autore passa in rassegna dieci film esemplari, a partire da Per un pugno di dollari – la pellicola che ha fondato l’intero genere –, senza mai scadere in luoghi comuni.
Il volume si apre con una constatazione: dopo il boom economico, il cinema è in
realtà in crisi. Ed ecco spuntare il genere western: qual è stato il suo punto di forza,
il tempismo o i contenuti?
Il successo del western è in sintonia con una società italiana che ha smaltito gli entusiasmi del boom e si scopre spietata, cinica e individualista. All’epoca la critica spesso associa i western italiani ai film di James Bond come espressione di una medesima mentalità neocapitalista. Il western italiano di fatto ribalta e ignora il western americano, e suscita reazioni di condanna moralistica, sia da parte di intellettuali come Mario Soldati sia da parte della sinistra più moralista. Ma poi Soldati cambia idea, e la sinistra gramsciana che sa apprezzare il popolare – come è rappresentata da Vittorio Spinazzola – guarda subito al western con interesse e simpatia.
L’Italia ha avuto grande successo con i western, non a caso poi detti – anche con
una certa saccenza – «all’italiana»: a cosa dobbiamo questa fortuna?
Vero, all’epoca la dizione «all’italiana» è usata proprio da chi non ama il genere. Alla base del successo, in ogni caso, vi è anche l’invenzione di uno stile straordinario (è il caso di Sergio Leone), un gusto violento e iconoclasta (pensiamo a Sergio Corbucci), bilanciato dall’ironia (come in Duccio Tessari). Ma il western italiano, nella sua variante messicano – rivoluzionaria – a partire da Quién sabe? di Damiano Damiani –, è anche un modo per parlare di politica e decolonizzazione nelle periferie del mondo. Da qui deriva il suo successo globale, dalla Giamaica a Hong Kong, proprio come illustro nel libro.
Negli anni Settanta prende avvio la parabola discendente del genere: cosa ha
contribuito alla sua fine?
Una naturale usura. Nel consumo del pubblico il western viene sostituito dal poliziesco, che parla del presente senza allegorie e metafore. Leone accusava i western comici con Bud Spencer e Terence Hill di avere ucciso il western, altri invece hanno detto che i generi, prima di morire, «svaccano nella farsa»: un’espressione che mi sembra piuttosto ingenerosa. Semplicemente, Bud Spencer e Terence Hill hanno saputo dare nuova linfa al western soddisfacendo bisogni diversi.
Come ha scelto i dieci film che analizza nella seconda parte del libro?
Non si tratta necessariamente dei film che apprezzo di più: ho cercato di essere oggettivo e di analizzare i film storicamente e culturalmente più importanti, evitando idiosincrasie cinefile e attingendo invece a fonti spesso mai usate, dai documenti della censura alle sceneggiature conservate al Centro Sperimentale. Per un pugno di dollari e C’era una volta il West sono due titoli obbligatori che raccontano la parabola di Sergio Leone. Quién sabe? di Damiano Damiani e Faccia a faccia di Sergio Sollima fondano il western politico. Django di Sergio Corbucci ha avuto un’eco internazionale che arriva fino a Tarantino e oltre. La banda J&S, sempre di Corbucci, è meno noto, ma è un geniale esperimento di western femminista. Se sei vivo spara di Giulio Questi è un western quasi d’avanguardia. 10.000 dollari per un massacro di Romolo Guerrieri è un esempio di creatività e di gioco con le regole del genere all’interno di un prodotto quasi seriale. Non poteva mancare Lo chiamavano Trinità di E.B. Clucher, alias Enzo Barboni. E poi c’è, come scheggia impazzita, Non toccare la donna bianca, dove Marco Ferreri si impossessa e stravolge i meccanismi del western. È un panorama certamente ampio, che mostra la ricchezza e la complessità di questo genere.
