Logbook

Approfondimenti, interviste, recensioni e cultura: il meglio dell’editoria e delle arti da leggere, guardare e ascoltare.

Manganelli foto
19 Aprile 2026

Lo show migliore? Attori immobili pubblico scomodo parole taglienti

Alessandro Gnocchi, «il Giornale»

C’è una definizione di teatro che Giorgio Manganelli avrebbe potuto scrivere come incipit di un racconto o come epitaffio sulla porta di un sipario chiuso per sempre.
«Un teatro con le finestre inchiavardate, nessuno in platea, forse nemmeno gli attori sul palco. Un luogo dove trionfasse soltanto la parola».
È una provocazione, certo, ma in Manganelli la provocazione ha sempre il peso di una poetica. Lo racconta Luca Scarlini, studioso che di quel teatro si è occupato per decenni, curando ora la raccolta più completa mai pubblicata delle scritture sceniche manganelliane: Tutto il teatro (Cuepress, pagg. 600, euro 54,99). Seicento pagine di drammi, dialoghi radiofonici, scritti teorici: non sarà noioso? Manganelli ha fama di autore difficile. Scarlini: «No, Manganelli è uno scrittore dotato di una formidabile ironia. Nel teatro si esplica in modo sorprendente e divertente».

Manganelli si muove nel teatro italiano del dopoguerra come un corpo estraneo che, però, attrae. Ad esempio, ha collaborato con Carmelo Bene con cui condivideva l’idea che «la radio sia il territorio perfetto dell’azione artistica, la voce senza corpo, la parola liberata dalla tirannia dello sguardo» (Scarlini). Con Bene ha costruito alcune delle pagine più memorabili della sua produzione: «Sì, un esempio? Le Interviste impossibili, cinque testi trasmessi dalla Rai e interpretati da Bene con il furore della parola smaterializzata». Manganelli ha lavorato con Marisa Fabbri, con Paolo Poli, con Paolo Bonacelli, con Luca Ronconi. Eppure il teatro, inteso come istituzione, ha risposto con il sospetto riservato agli ospiti scomodi.

Il caso emblematico è quello del Teatro Stabile di Torino, che gli aveva commissionato un testo per poi non metterlo mai in scena. Ma Manganelli non ha smesso di scrivere per il teatro. Spiega Scarlini: «Era sempre critico di tutte le forme tradizionali, credo che trovasse nel teatro anche un modo di andare oltre la dimensione della pagina scritta». E tuttavia, aggiunge, «in Manganelli tra la pagina di romanzo di racconto e di teatro spesso non ci sono differenze». Una permeabilità che ha creato persino equivoci editoriali (voluti). Scarlini: «Negli anni Settanta e Ottanta, i testi teatrali vennero spesso pubblicati come narrativa, perché in Italia si considerava che il teatro non vendesse».

La scena, per Manganelli, deve farsi rito. Non spettacolo, non intrattenimento: cerimonia. In questo si colloca obtorto collo, con tutti gli attriti del caso accanto ai grandi riformatori del teatro novecentesco. Scarlini ricorda che Manganelli scrisse su Tadeusz Kantor un pezzo memorabile: «Aveva visto questo spettacolo a Roma in un teatro di periferia su panche durissime. Era La classe morta, lo aveva folgorato». E di Kantor apprezzava esattamente quella tensione tra il maestro che dirige gli attori rifiutando ogni istrionismo. La stessa sorgente da cui nasce la diffidenza di Manganelli per l’attore come figura protagonista, sostituita dalla voce come presenza.

Il punto di convergenza teorica più potente è la figura del «malcontento», che Manganelli insegue in Shakespeare e in particolare in Iago con una seduzione che Scarlini non fatica a definire personale. Iago è, per antonomasia, il mai contento: «Quello che critica sotterraneamente il suo signore, di cui dovrebbe essere soltanto un elogiatore. E invece lo accusa di ogni cosa e trama contro di lui per determinarne la rovina». Una figura che attraversa il teatro elisabettiano e giacomiano, e risorge «nella commedia Il funerale del padre, scritta da Manganelli e rappresentata dal Teatro S di Napoli nei primi anni Settanta: due signori si incontrano ai funerali dei rispettivi padri per celebrarsi come parricidi, figure nate con l’apparenza di perfetta adesione alla società e con il segreto proposito di distruggerla».

Scarlini esclude che si tratti di identificazione dichiarata: «Chiaramente se si leggono gli articoli di costume meravigliosi che scriveva sui giornali, sul Manifesto, sull’Espresso, Manganelli stesso era capacissimo di essere malcontento e fare a pezzi le sciocchezze della società». Il teatro, allora, non è solo una forma letteraria: è il luogo dove il malcontento trova la sua grammatica più precisa, il rito in cui la parola diventa arma e il palco, vuoto, si trasforma in un punto di resistenza.

Nella Biennale di Venezia del 1974, diretta da Luca Ronconi, il Cassio governa a Cipro di Manganelli andò in scena negli spazi industriali di Marghera. L’idea era di portare il teatro alle masse. Ne venne fuori una polemica. Troppo difficile il testo per i manovali. Rispose Manganelli stesso, su «L’Espresso», alle critiche di chi aveva trovato i suoi testi oscuri: ai tempi di Shakespeare, ricordò, erano soprattutto operai battaglieri ad affollarsi al Globe, eppure ascoltavano pièces cariche di figure retoriche complicatissime. Oggi, per puro paternalismo, si dà loro in pasto il concentrato di tutti i luoghi comuni: Eduardo De Filippo.

Manganelli è un classico, Scarlini non ha dubbi: «Non solo. È un classico di quelli che continuano a produrre inediti: carte su carte custodite al Centro Manoscritti di Pavia, un’opera che cresce anche oltre la morte, come se il teatro vuoto di Manganelli avesse ancora qualcosa da dire a dispetto del pubblico, a dispetto degli attori, a dispetto di tutto».

Roy menarini intervista rbe
17 Aprile 2026

Che cos’è un film nel XXI secolo? Intervista a Roy Menarini sul valore del cinema oggi

«Almeno due pagine al giorno — RBE Radio&Tv»

Roy Menarini, partendo dal suo ultimo libro Il film nel XXI secolo edito da Cue Press, riflette sull’evoluzione del linguaggio cinematografico, critica, spettatori e cambiamenti nella fruizione contemporanea.

Collegamenti

Manganelli foto
12 Aprile 2026

Tutto il teatro di Manganelli

«La Domenica Dei Libri — Radio Popolare»

Nell’intervista Luca Scarlini delinea il profilo di Giorgio Manganelli, icona della letteratura del Novecento, attraverso un’analisi dello stile, della lingua e del suo sguardo ironico e dissacrante.

Rileggere oggi Manganelli resta un atto necessario per chiunque cerchi una letteratura libera da logiche commerciali, capace di esplorare l’assurdo fuori da ogni schema accademico.

Collegamenti

Strindberg foto
12 Aprile 2026

Due giganti del teatro e della filosofia

Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»

Franco Perrelli, già ordinario di Discipline dello Spettacolo alle Università di Torino e di Bari è uno dei più noti studiosi del Teatro Nordico, in particolare di Ibsen e Strindberg, due autori diversi perché fedeli ai loro ideali, rivoluzionario, in modo pacato, Ibsen, in modo trasgressivo, Strindberg. Senza di loro non ci sarebbe stata la grande stagione del Teatro Novecentesco, solo Pirandello poté stare alla pari.
Si tratta di autori che, pur scrivendo di teatro, affrontavano argomenti di carattere filosofico, tanto da essere considerati filosofi della scena, questo perché leggevano libri di filosofia per capire l’evoluzione del pensiero, non soltanto per percepire il mondo reale. Gli autori preferiti erano Schopenhauer, Hartmann, Nietzsche, Spencer.


Franco Perrelli scrivendo Strindberg, l’esperienza del superuomo. Una biografia intellettuale, edito da Cue Press, ha inteso avere come fine quello di offrire al lettore la conoscenza del rapporto che Strindberg ebbe con i filosofi e i letterati del suo tempo, un rapporto turbolento, perché ciascuno si batteva per il trionfo delle proprie idee, senza fossilizzarsi sulle possibili contraddizioni.
I due temi più scottanti erano il pessimismo e il nichilismo di matrice nicciana.
Strindberg viveva tra due fuochi, uno faceva capo a Schopenhauer e Hartmann, l’altro a Stuart Mill e a Spencer, nel mezzo si trovava sempre George Brandes, noto per «Radicalismo aristocratico», che indicava a Strindberg gli autori da leggere che alquanto spesso lo frastornavano e lo rendevano più ribelle di quello che era stato in passato.
Non c’è dubbio che Strindberg vivesse una forma particolare di nichilismo prima di leggere i libri di Nietzsche e ancor prima del rapporto epistolare che ebbe inizio nel 1888, al tempo del «Padre» che Nietzsche, dopo averlo letto, scrisse di trovarsi dinanzi a «un’opera di grandissimo respiro» che portava, al centro dell’azione, il martirio di un «uomo superiore per carattere e intelligenza», che verrà sottoposto a un «omicidio psichico», forse un po’ simile al suo superuomo.
Appaiono evidenti certe concordanze sul sesso da intendere come lotta che culmina nell’odio mortale, concetto espresso in Ecce Homo, che diventerà un argomento eccitante per la società di fine secolo. Perrelli sottolinea che Il padre fu letto due volte da Nietzsche, notizia ben testimoniata dal carteggio tra i due.
Strindberg scrive, in una delle risposte: «Mi volevano internare a causa della mia tragedia» ed aggiungeva «concludo tutte le mie lettere agli amici con: leggete Nietzsche. È il mio Carthago delenda est». Finché dura, il fervore nei confronti di Nietzsche è immenso, tanto che si possa parlare di influsso nicciano almeno in una parte della sua drammaturgia.
A guardare la cronologia, Strindberg comincia a leggere il filosofo tedesco dopo aver scritto Il Padre, il primo influsso è evidente nella Prefazione alla Signorina Giulia, scritta alcuni anni dopo il debutto è ancora più evidente in Verso Damasco, che ritengo la Bibbia del teatro di tutti i tempi, essendo lo Sconosciuto il protagonista che attraversa tutte le teorie filosofiche di fine Ottocento, comprese l’alchimia e l’esoterismo.


Franco Perrelli fa notare come le teorie nicciane fossero presenti anche in Le chiavi del cielo e in Debito e credito, ma, navigando con assoluta padronanza nell’intera Opera, fa riferimento ad altri testi che affrontavano il tema della solitudine: «Era l’uomo più solo della Scandinavia», il tema della democrazia : «In stupidi tempi democratici si odiano l’originalità e il talento», il tema della disperazione, evidente nel testo Il legame, dove è evocata la disperante esperienza del divorzio con Siri Von Essen.
Se proprio vogliamo capire in che modo Strindberg si confrontasse col ‘gigantismo’ superomistico, Perrelli consiglia di leggere Sul mare aperto, perché i grandi intellettuali hanno sempre due teste, come si evince dai ritratti che lo Sconosciuto vede nella Galleria del Chiostro, dove, alla fine, aveva deciso di ritirarsi, sono ritratti a due teste, come a significare, scrive Perrelli, «l’ambiguità e l’irresolutezza di ogni esperienza esistenziale, ma anche speculativa». Il tema del Doppio pirandelliano è dietro l’angolo.

Giorgio Manganelli 1280x731
10 Aprile 2026

Manganelli «teatrale» e la truffa dei diari

Redazione, «Libero»

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo l’estratto «La grande truffa dei memoriali di Adolf Hitler. Il vero e il falso: dialogo semiserio con un venditore di diari» tratto dal volume Giorgio Manganelli. Tutto il teatro in uscita oggi per i tipi di Cue Press, che raccoglie l’intera produzione manganelliana per il palcoscenico, tra testi inediti, riscritture e saggi critici. Qui di seguito il dialogo tra il venditore (A) e il suo interlocutore (B)

A – Buondì, signor direttore colendissimo. Posso rubarle un poco del suo prezioso tempo? Non se ne pentirà.

B – Che io abbia poco tempo, non è un mistero. Inseguo la storia e non posso perderla di vista.

A – Appunto, la storia. Vengo a offrirle chicche, gioielli di storia.

B – Rivelazioni? Chi ha ucciso il tale e ucciderà il talaltro? Un colpo di Stato? No,non mi interessa. Cronachetta.

A – Io rappresento una ditta di rara serietà, che tratta solo documenti storici di somma importanza.

B – Importanti? Autentici?

A – Sono due concetti distinti. Sono in grado di offrirle documenti autentici privi di qualsivoglia interesse, e falsi che qualcuno mi scannerebbe pur di rubarmeli.

B – Tutto ciò è curioso. Le darò otto minuti.

A – La ringrazio. Vede, ora, inutile dirlo a lei, c’è il gusto del Diario Segreto del Grand’uomo.

B – Diari falsi, fabbricati da un maniaco, un furbo, un provocatore…

A – Piano, piano. Vede, chi scrive un diario è vittima dell’illusione di sapere la verità su se stesso – un fatale errore; e non basta, giacché questa falsa verità vorrà ornare, e dunque un poco alla volta il diario segreto diventa un penoso documento di menzogne. Se volessi imbrogliarla, le offrirei un diario autentico. Ne abbiamo a migliaia.

B – Ma un diario falso…

A – Ancora una volta, piano. Un diario può essere «finto vero». Spesso è buono. Chi l’ha scritto, protetto da un nome illustre, ha detto cose interessanti. C’è il «finto falso»; più divertente che utile, giacché è costretto a rispettare le verità banali, quelle che tutti conoscono. C’è, infine, il «falso» puro. Delizioso, ma solo in mani esperte. Come le sue.

B – Lei mi offre diari falsi? Ma non mi servono.

A – Non mi sono fatto capire. Le offro diari falsi per suo diletto personale; ma «finti veri» per il suo giornale. Mi creda, i «finti veri» hanno tutti i vantaggi del vero e del finto.

B – Che stravaganza. Mi faccia qualche esempio.

A – Di «vero» ho il diario di Caracalla; costoso, noioso.

B – Caracalla noioso?

A – Gliel’ho spiegato. Caracalla era convinto di essere un uomo geniale e dabbene. Non fosse scritto in mediocre latino, lo offrirei a un convitto femminile.

B – Non c’è nessun «vero» di qualche interesse?

A – Sì, ma inattendibili. Un diario di un imperatore persiano, con accurate descrizioni di eccessi sessuali, e banchetti babilonesi. Peccato: era impotente, astemio e vegetariano. La verità su di lui la raccontava in un diario «falso», distrutto per ordine della Reggenza…

B – Ho pochi minuti per lei, ma quel che dice è curioso.

A – Attila scrisse un diario segreto, la grafia è pessima, ma quel che interessa i lettori di oggi, le descrizioni degli eccidi– ottime descrizioni– vennero aggiunte da un monaco cistercense, cinque secoli dopo. Soffriva di incubi; riuscì realistico.

B – Lei mi ingolosisce; forse avrà qualcosa che insaporisca i nostri supplementi domenicali.

A – Giusto; poiché, lei mi insegna, la domenica è sacra al sesso, al delitto, alla strage, al biliardo. Ma vediamo. Comincerò con una cosetta per il supplemento letterario. Il carteggio Stalin-Shakespeare. Deplorevole, ma non incomprensibile, che manchino le risposte di Shakespeare. Uomo estremamente riservato.

B – Meno cultura, mio caro; più concretezza passionale.

A – Abbiamo Le mie pagine d’amore di Cleopatra. Volgaruccio, ma sul piccante. Le scriveva una massaggiatrice nubiana. Un po’ banale, vero?

B – Mi interesserebbe qualcosa di, mi capisce, audace e insieme riservato. Il nostro non è un giornale pettegolo.

A – Certo, certo. Casta prurigine, eh? Selvagge passioni di Alessandro Magno, narrate da lui stesso. C’è anche il racconto, minuzioso, della sua precoce scomparsa. Una grave perdita, signor direttore.

B – Cose vecchie, cose vecchie. Qui ci vuole qualcosa di giovane. Di tenero. Di intimamente adolescente.

A – Vuole commuovere? Ecco: l’inventore della ghigliottina ha scritto un delicatissimo La mia vita con gli animali. Le assicuro, fa piangere.

B – Non esageriamo col dolciastro; qui si cade nel fiacco.

A – Ma che pretende da un carnefice? Se vuole descrizioni di torture, eccole i taccuini di fra Galdino, sa quel tale di Manzoni…

Giorgio manganelli
8 Aprile 2026

Le opere di Manganelli

«Fahrenheit — Rai Radio 3»

Mario Baudino e Andrea Cortellessa ripercorrono le peculiarità letterarie di Giorgio Manganelli: docente, traduttore, romanziere, autore teatrale; la sua sterminata produzione è ancora oggetto di analisi da parte degli studiosi contemporanei.

Collegamenti

Lars norén
31 Marzo 2026

Diario di un autore drammatico di Lars Norén

Marcello Isidori, «Dramma.it»

Cue Press pubblica la prima traduzione italiana dei Diari di Lars Norén, drammaturgo, regista, poeta e scrittore tra i più importanti del panorama culturale svedese.

A partire dai cinque volumi usciti in Svezia pochi anni fa, il curatore Giovanni Za crea un’antologia, comunque decisamente corposa, degli ultimi venti anni di vita di Noren, dal 2000 al 2020, in cui lo scrittore si svela al pubblico senza (quasi) alcuna autocensura. Sul tessuto della quotidianità fatta dalle piccole incombenze e dalle abitudini di una vita normalissima, leggiamo della sua instancabile e variegata dedizione alla scrittura, è lui stesso che confessa di non ricordare con precisione quante drammaturgie ha scitto, forse un centinaio. Leggiamo della genesi dei suoi scritti, delle sue regie, delle vicende inerenti le proposte e gli esiti delle produzioni teatrali in giro per l’Europa, delle relazioni con gli attori, con gli agenti, con gli editor, delle sue numerose passioni amorose con donne molto più giovani di lui, dei figli adulti e dell’ultima nata, delle riflessioni scaturite delle numerose letture di filosofi contemporanei, dei giudizi su importanti drammaturghi, ma anche delle reazioni agli importanti avvenimenti sociopolitici e pandemici che hanno caratterizzato i primi due decenni di questo secolo. Leggiamo inoltre della sua tendenza allo shopping compulsivo, delle sue angosce, crisi e dubbi sul presente e sul futuro, sulle preoccupazioni per la propria salute e il dolore per la perdita di conoscenti e amici. Nel volume trovano anche spazio bozze di poesie e gli appunti di regia sulla messa in scena de L’Orestea nel 2010. Il risultato di questa antologia è un quadro profondo e coinvolgente certamente di uno scrittore, ma ancor più di un uomo, con le proprie convinzioni e fragilità. La pubblicazione è introdotta dal curatore ed è chiusa dalla cronologia delle numerose opere di Norén. 

Collegamenti

Pezzotta Alberto
31 Marzo 2026

Il western italiano tra critica moralistica e gusto popolare. Intervista ad Alberto Pezzotta

Redazione

Dalla prima metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta, il western è stato uno dei generi più popolari del cinema italiano: lo sa bene Alberto Pezzotta, che ne Il western italiano analizza la storia culturale e l’impatto sulla società dell’epoca. Attraverso materiali di archivio – e preziosi inediti – l’autore passa in rassegna dieci film esemplari, a partire da Per un pugno di dollari – la pellicola che ha fondato l’intero genere –, senza mai scadere in luoghi comuni.

Il volume si apre con una constatazione: dopo il boom economico, il cinema è in
realtà in crisi. Ed ecco spuntare il genere western: qual è stato il suo punto di forza,
il tempismo o i contenuti?


Il successo del western è in sintonia con una società italiana che ha smaltito gli entusiasmi del boom e si scopre spietata, cinica e individualista. All’epoca la critica spesso associa i western italiani ai film di James Bond come espressione di una medesima mentalità neocapitalista. Il western italiano di fatto ribalta e ignora il western americano, e suscita reazioni di condanna moralistica, sia da parte di intellettuali come Mario Soldati sia da parte della sinistra più moralista. Ma poi Soldati cambia idea, e la sinistra gramsciana che sa apprezzare il popolare – come è rappresentata da Vittorio Spinazzola – guarda subito al western con interesse e simpatia. 

L’Italia ha avuto grande successo con i western, non a caso poi detti – anche con
una certa saccenza – «all’italiana»: a cosa dobbiamo questa fortuna?


Vero, all’epoca la dizione «all’italiana» è usata proprio da chi non ama il genere. Alla base del successo, in ogni caso, vi è anche l’invenzione di uno stile straordinario (è il caso di Sergio Leone), un gusto violento e iconoclasta (pensiamo a Sergio Corbucci), bilanciato dall’ironia (come in Duccio Tessari). Ma il western italiano, nella sua variante messicano – rivoluzionaria – a partire da Quién sabe? di Damiano Damiani –, è anche un modo per parlare di politica e decolonizzazione nelle periferie del mondo. Da qui deriva il suo successo globale, dalla Giamaica a Hong Kong, proprio come illustro nel libro.


Negli anni Settanta prende avvio la parabola discendente del genere: cosa ha
contribuito alla sua fine?


Una naturale usura. Nel consumo del pubblico il western viene sostituito dal poliziesco, che parla del presente senza allegorie e metafore. Leone accusava i western comici con Bud Spencer e Terence Hill di avere ucciso il western, altri invece hanno detto che i generi, prima di morire, «svaccano nella farsa»: un’espressione che mi sembra piuttosto ingenerosa. Semplicemente, Bud Spencer e Terence Hill hanno saputo dare nuova linfa al western soddisfacendo bisogni diversi.


Come ha scelto i dieci film che analizza nella seconda parte del libro?


Non si tratta necessariamente dei film che apprezzo di più: ho cercato di essere oggettivo e di analizzare i film storicamente e culturalmente più importanti, evitando idiosincrasie cinefile e attingendo invece a fonti spesso mai usate, dai documenti della censura alle sceneggiature conservate al Centro Sperimentale. Per un pugno di dollari e C’era una volta il West sono due titoli obbligatori che raccontano la parabola di Sergio Leone. Quién sabe? di Damiano Damiani e Faccia a faccia di Sergio Sollima fondano il western politico. Django di Sergio Corbucci ha avuto un’eco internazionale che arriva fino a Tarantino e oltre. La banda J&S, sempre di Corbucci, è meno noto, ma è un geniale esperimento di western femminista. Se sei vivo spara di Giulio Questi è un western quasi d’avanguardia. 10.000 dollari per un massacro di Romolo Guerrieri è un esempio di creatività e di gioco con le regole del genere all’interno di un prodotto quasi seriale. Non poteva mancare Lo chiamavano Trinità di E.B. Clucher, alias Enzo Barboni. E poi c’è, come scheggia impazzita, Non toccare la donna bianca, dove Marco Ferreri si impossessa e stravolge i meccanismi del western. È un panorama certamente ampio, che mostra la ricchezza e la complessità di questo genere.

The chicago theatre
23 Marzo 2026

Oltre i confini

Carlotta Repetto, «Drammaturgia»

Al cuore di Oltre i confini si colloca un progetto scientifico particolarmente fecondo: il volume, esito scientifico del progetto Prin 2022 Survey and digitization of spectacle sources. Identity patterns and socio-cultural exchanges in the migration of Italian artists to the United States (1850-1930), condotto in sinergia tra l’Università di Bergamo e l’Università di Firenze, sceglie di situarsi ai margini di due consolidate tradizioni storiografiche, quella italiana e quella nordamericana, per interrogare in prospettiva trasversale un fenomeno che entrambe hanno a lungo relegato in secondo piano: l’eccezionale mobilità di attori, ballerini, musicisti, scenografi, coreografi e impresari italiani verso gli Stati Uniti tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Ne emerge un mosaico storiografico di notevole densità, in cui la microstoria si proietta nella macrostoria, l’archivio entra in dialogo con l’elaborazione teorica e il singolo percorso biografico diventa rivelatore di trasformazioni estetiche e identitarie di portata transatlantica.

La struttura del volume, articolata in dodici saggi preceduti da una consistente presentazione e conclusi da una sezione di sinossi e note biografiche sugli autori, riflette con coerenza questa duplice ambizione: restituire la complessità storica di un fenomeno per sua natura plurale e dispersivo, senza rinunciare al rigore sistematico dell’indagine. Le curatrici, Elena Mazzoleni, Caterina Pagnini, Giulia Bravi e Benedetta Colasanti, delineano nell’introduzione un quadro teorico-metodologico capace di tenere insieme la storia delle migrazioni, la storia dello spettacolo e la musicologia, proponendo la circolazione transatlantica delle arti performative come «principio di modernizzazione, di scambio tecnico e di ridefinizione identitaria» (pag. 7). In questa formulazione si riconosce l’asse interpretativo che orienta l’intera opera.

Il percorso cronologico si apre sulla New Orleans del primo Ottocento con due contributi complementari e tematicamente contigui. Gianni Cicali, in Scenografi e star italiani e italiane del teatro e dell’opera nella New Orleans del diciannovesimo secolo, indaga la presenza degli scenografi Antonio Mondelli e Giovan Battista Fogliardi nei principali teatri della città, restituendo il profilo di una pratica artistica che si confronta con le logiche di mercato, con l’espansione del teatro d’opera e con le ambivalenze di una società profondamente stratificata. La dimensione visuale e la cultura materiale dello spettacolo assumono rilievo nei processi di negoziazione simbolica che attraversano il contesto coloniale e postcoloniale. A questo intervento fa ideale pendant il saggio di Greg A. Beaman, Italian Artists in the New Orleans Slave Society, 1821-57, che sposta il fuoco dall’estetica alla storia sociale, esaminando con grande puntualità documentaria le vite e le carriere di Antonio Mondelli e Pietro Gualdi, due artisti emigrati che, nel processo di adattamento al contesto louisianiano, presero parte alle logiche economiche del sistema della schiavitù, partecipando attivamente alla tratta e alla mercificazione delle persone schiavizzate. La lettura incrociata di atti notarili, registri commerciali e fonti cartografiche conferisce a questa analisi un profilo di specifica rilevanza all’interno del volume, sollecitando la storia dello spettacolo a confrontarsi con la propria implicazione nelle strutture di potere coloniale.

Sul versante della scenografia e dell’architettura, Alessandra Mignatti dedica un saggio rigoroso e ben costruito a Mario Bragaldi, scenografo e architetto italiano fra l’Europa e le Americhe: un artista poliedrico che attraversa continenti e discipline (scenografia, architettura, decorazione, marionettistica) in un linguaggio di matrice italiana aperto ai modelli del Nuovo Mondo. La sua vicenda esemplifica come la migrazione artistica si possa configurare come canale di trasmissione di tecniche, sensibilità estetiche e reti di connazionali che agiscono da fattori determinanti nella costruzione di un’identità artistica condivisa e mobile.

La dimensione spettacolare in senso stretto torna al centro nei due contributi successivi. Elena Mazzoleni, in La pantomima italiana sulla scena americana ottocentesca. Lo spettacolo come prodotto del mercato dell’intrattenimento, ricostruisce l’attività artistica di Marietta Zanfretta, attrice, ballerina e acrobata che intorno agli anni Cinquanta dell’Ottocento migra negli Stati Uniti. Attraverso l’analisi del variegato repertorio dell’artista, con le sue collaborazioni con compagnie di pantomimi (Ravel), circhi (Van Amburgh) e impresari di rilievo (Tony Pastor), il saggio delinea il panorama dello spettacolo dell’età post-secessionista, mettendo a fuoco le forme sceniche miste di derivazione europea all’origine del mercato dell’intrattenimento moderno. Su un piano consimile si colloca il contributo di Caterina Pagnini, Migrazioni pioneristiche nell’America del Nord: la prima tournée americana di Domenico Ronzani, coreografo e impresario (settembre-dicembre 1857), che ricostruisce con puntualità archivistica la prima tournée americana del coreografo e impresario milanese Ronzani, individuandola come momento cruciale nella ricezione nordamericana del balletto europeo. La ricostruzione di repertori, compagnie e cronache, con la guida di interpreti come Louise Lamoureux, i Cecchetti e i Pratesi, mostra la capacità italiana di esportare oltreoceano un intero sistema produttivo basato su drammaturgia coreografica e cultura teatrale integrata.

Il saggio di Benedetta Colasanti, Una offerta seducentissima: un decennio di tournée e migrazioni delle ballerine italiane negli Stati Uniti (1867-77), amplia il quadro delineato da Pagnini, concentrandosi sulle dinamiche di genere e di spettacolarità che caratterizzano la migrazione delle tersicoree italiane nel decennio successivo. Sulla scia del successo della Ronzani Ballet Troupe e delle ballerine Maria Bonfanti e Rita Sangalli in The Black Crook, manager americani come Jarrett e Palmer ingaggiano altre ballerine italiane per nuovi spettacoli. Il saggio analizza la tensione tra il «virtuosismo espressivo» europeo e la tendenza americana verso una spettacolarità di forte impatto visivo, leggendola come spia di una più profonda trasformazione del gusto e dell’industria dello spettacolo. Attraverso giornali dell’epoca, locandine e corrispondenze, fonti spesso frammentarie e talora anonime, emerge un ritratto corale di figure come Adriana Cora, Josephine De Rosa ed Eugenia Oberti.

La prospettiva musicale è al centro dei tre contributi successivi. Paola Ciarlantini, in Dall’Italia al di là dell’oceano: alcuni percorsi musicali nel Sogno americano, traccia le traiettorie di figure paradigmatiche come il soprano marchigiano Virginia Colombati (1863-1956) e il tenore Alessandro Bonci (1870-1940), evidenziando come il circuito di tournées statunitense si configuri a un tempo come palcoscenico del divo del teatro d’opera italiano e come banco di prova per cantanti di media fama. Daniele Palma, in Migrazioni e didattica del canto: New York negli anni dell’American Opera, ricolloca il baricentro della prospettiva di lettura verso la dimensione pedagogica, indagando la nascita della cosiddetta International Italian School of Singing negli Stati Uniti tra il 1890 e il 1930, con particolare attenzione ai casi di Oscar Saenger (1868-1929) e di Marcella Sembrich (1858-1935). Il contributo illumina un processo di ‘americanizzazione’ di principi pedagogici e ideali canori sviluppati in Europa che, nel contesto della seconda metà dell’Ottocento, innesca una costruzione economica e identitaria delle industrie culturali locali.

Giulia Bravi, in Genesi di una migrazione: gli esordi teatrali di Mimì Aguglia negli Stati Uniti (1908-15), restituisce il ritratto di un’artista eclettica e poliedrica del primo Novecento. Le due tournées della Drammatica compagnia Aguglia tra il 1908 e il 1915, in alcune delle maggiori piazze americane, rivelano i meccanismi del radicamento: i contatti con i manager locali, la spettacolarità coloniale e il tentativo di penetrazione del sistema americano, fino al debutto in lingua inglese.

Gli ultimi tre contributi ampliano la prospettiva verso la storia della colonia italiana in America. Silvia Castelli e Anna Maria Testaverde firmano insieme La Famiglia Braggiotti. Una Famiglia di artisti tra Firenze e Boston, uno studio sull’attività delle Braggiotti Sisters (Berta Braggiotti, Francesca Braggiotti e Gloria Braggiotti), tre celebri danzatrici italiane attive a Boston dal 1919, nate in una villa a Montughi, a Firenze, centro di cultura e incontro delle avanguardie (Acton, Craig, Duncan, Laban). Il saggio interroga le contaminazioni formative tra la Scuola di danza di Montecarlo, i Balletti Russi di Diaghilev e la Denishawn School of Dancing, mostrando come la migrazione artistica generi inedite sintesi di tradizioni. Anna Maria Testaverde, in Dalla East alla West Coast: il teatro di colonia nel memoriale del ‘suggeritore’ Gennario Dorso, si affida a una fonte di particolare rilievo e finora ignorata: un dattiloscritto autobiografico commissionato nel 1936 dal Federal Theatre Project a Gennaro Dorso, oscuro ma ambiguo personaggio che, sbarcato a New York alla fine del secolo, giunse a San Francisco nel 1903, dove diede vita a un’intensa attività nel mondo dell’assistenza sociale e nella gestione teatrale.

Annantonia Martorano e Giulia Bravi presentano Descrivere la migrazione artistica. Artemia (Archivio Teatrale Migrazioni Italia-America): un esempio di applicazione Gis alla storia dello spettacolo, un contributo metodologicamente innovativo che discute la struttura e la concezione delle schede del database Artemia, analizzando l’impatto dell’informatizzazione sulla gestione dei dati e il dialogo tra archivistica e storia dello spettacolo. L’uso di ArcGis (Esri Italia) come strumento di mappatura e visualizzazione delle migrazioni artistiche apre nuove prospettive di valorizzazione, conservazione e condivisione internazionale del patrimonio documentario.

Il volume si chiude con la nota di Laura Caparotti, Dal vivo. Sulle tracce degli artisti italiani immigrati: una caccia al tesoro che continua, che introduce la testimonianza viva di chi ha costruito, attraverso un lungo lavoro di raccolta e ordinamento, l’archivio documentale del teatro italiano in America: un racconto in prima persona che, dal ritrovamento di un corpus di materiali inediti alla produzione del documentario Tutti in scena, ricorda che la storia dello spettacolo è sempre anche storia di corpi, di voci, di comunità che trasmettono la memoria attraverso le pratiche del fare teatro.

Collegamenti

12 Dicembre 2024

La vita di Dostoevskij

Giuseppe Costigliola, «Eurocomunicazione»

«L’incontro con uno scrittore è sempre una verifica del proprio sistema di vita»: apre così Fausto Malcovati la premessa al suo Un’idea di Dostoevskij (Cue Press, pp. 128), spigliata e conchiusa guida introduttiva alla biografia e alle opere del grande romanziere russo. Concetto fondamentale, valido non soltanto per chi, come lui, è apprezzato docente di lingua e letteratura russa, […]
5 Dicembre 2024

Cosa vuol dire fare il regista? Ce lo dice Fellini...

Davide Dal Sasso, «Artribune»

Di tutta quella meravigliosa impresa che solitamente chiamiamo ‘fare arte’, ne sappiamo davvero poco. Va così perché dalle opere difficilmente possiamo risalire con agilità a quello che hanno fatto le artiste e gli artisti per crearle. Avere una idea dei processi e delle attività che determinano la realizzazione di dipinti o sculture, di pièce di teatro […]
1 Dicembre 2024

Combattè ogni forma di naturalismo, battendosi pe...

Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»

Ci siamo più volte occupati, sulle pagine di questo giornale, di Gordon Craig, oggi aggiungiamo un nuovo tassello, in occasione della pubblicazione di: L’arte del teatro. Il mio teatro, a cura di Ferruccio Marotti, autore anche di una Premessa e di un Itinerario che ne ricostruisce la vita professionale, essendo stato egli, il primo a […]
7 Novembre 2024

Molto più che Un’idea di Dostoevskij, un saggio...

Adele Porzia, «ClassiCult.it»

Ricordo il mio primissimo libro di letteratura russa. Ero al liceo e, in un negozio dell’usato, avevo trovato un’edizione sfatta, senza copertina, con le pagine macchiate di caffè. Era un libro talmente malmesso che il proprietario me lo regalò. E, così, con Il maestro e Margheritadi Michail Afanas’evič Bulgakov me ne tornai a casa. Lo lessi […]
4 Novembre 2024

Sei protagonisti un po’ anomali. Nel tracciato d...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Claudio Meldolesi (1942-2009) raccolse questi saggi nel 1987, quattro anni dopo la pubblicazione del volume che sarebbe diventato un classico, Fondamenti di teatro italiano. La generazione di registi, nel quale sono da ricercare le premesse di quel discorso che a suo avviso riguardava «il ritardo qualitativo» del nostro teatro, compreso «l’aggiornamento registico» che definiva un […]
27 Ottobre 2024

Un sorso di terra agli affamati

Alessandra Iadicicco, «Corriere della Sera»

Alzando lo sguardo non si vede che acqua, a perdita d’occhio. È il mare, ma la sua immensa distesa azzurra non suscita quiete, desiderio, ristoro, voglia di partire o di tuffarsi e nuotare. Ha divorato la terra, è un emblema di morte. Ci sono i pesci dentro, certo, ma è vietato mangiarli, perfino nominarli, come […]
30 Settembre 2024

I cinecomics senza la Marvel: un’insolita vision...

Paolo Garrone, «Lo Spazio Bianco»

Abbiamo intervistato Alessandro Mastandrea, autore di un interessante saggio sui cinecomics, caratterizzato da precise scelte e punti di vista, che approfondiremo con lo stesso autore. Il libro è un’opera che si aggiunge a una bibliografia – in espansione – sui film tratti dai fumetti, arricchendola di alcuni spunti di riflessione non banali. In questo volume l’attenzione […]
20 Agosto 2024

L’età dell’innocenza

Stefano Locati, «Film TV», XXXII-34

Il fiume del cinema «In quasi vent’anni in cui sono stato ospite di svariate manifestazioni all’estero è maturata in me una nuova consapevolezza, ovvero che la storia del cinema non è ancora finita. Ben cento anni di produzioni cinematografiche mi hanno preceduto, e quel grande fiume — se così mi è concesso definirlo — è […]
22 Luglio 2024

Le teorie teatrali: un campo minato, se i vari app...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Nel 1988, l’Editore Zanichelli pubblicò di Patrice Pavis Dizionario del teatro, a cura di Paolo Bosisio, con cui l’autore cercava di dare delle risposte non solo a chi lavorava in ambito teatrale, ma anche al frequentatore di teatro. Si distingueva da altri dizionari per una qualità scientifica del materiale trattato che si estendeva, in particolare, […]
11 Luglio 2024

Béla Balázs, dall’arte del teatro alla guerrig...

Ilona Fried, «Criticai Lapok», XXXIII-5-6

Eugenia Casini Ropa è una delle più autorevoli studiose dell’arte della danza in Italia, fondatrice e docente del primo corso di storia della danza e del mimo, istituito nel 1992 al DAMS di Bologna. Nel corso delle sue ricerche, che riguardano più in generale la storia del teatro, si è dedicata anche a quella forma […]

La voce dei protagonisti

Storie e parole dei grandi maestri dello spettacolo

Cue Press è lieta di presentare la sua serie esclusiva di pubblicazioni, un tributo immersivo ai grandi protagonisti del cinema e del teatro. Queste opere rappresentano una collezione preziosa di interviste e scritti di prima mano direttamente dalle menti e dai cuori degli artisti che hanno plasmato l’industria dello spettacolo nel corso dei decenni. Ogni […]

I maestri russi del Novecento

La Rivoluzione teatrale russa tra estetica e sperimentazione

Un progetto ambizioso e esauriente dedicato al teatro russo, esplorando le opere e le influenze di alcuni dei più grandi maestri del Novecento. Questa iniziativa editoriale non solo celebra le opere iconiche di Anton Čechov, Vsevolod Mejerchol’d, Konstantin Stanislavskij, Nikolaj Vactangov e Aleksandr Tairov, ma anche offre una profonda analisi curata da esperti come Fausto […]

Lotte Eisner e il cinema espressionista

Le ombre e la luce del cinema: il pensiero e le opere di Lotte Eisner

Lotte Eisner, storica del cinema e critica franco-tedesca, è una figura di spicco nello studio del cinema espressionista tedesco. Nata nel 1896 e scomparsa nel 1983, ha dedicato la sua carriera all’analisi del cinema tedesco degli anni Venti e Trenta, diventando un punto di riferimento per studiosi e cineasti. La sua influenza si estende anche […]

Vittorio Gassman, più di un mattatore

Un viaggio attraverso le memorie e le riflessioni di un gigante dello spettacolo

Vittorio Gassman (1922-2000) è stato uno degli attori più celebri e poliedrici del teatro e del cinema italiano. La sua carriera, lunga e ricca di successi, ha attraversato oltre cinquant’anni, affermandolo come una figura centrale nel panorama artistico italiano. Cue Press è orgogliosa di presentare alcune opere chiave di Vittorio Gassman che offrono uno sguardo […]

Un nuovo Beckett, partendo dai suoi quaderni

Appunti, revisioni, annotazioni e traduzioni del genio beckettiano

I quaderni di regia e testi riveduti di Samuel Beckett arrivano in Italia! Un’immensa quantità di materiali inediti, affiancati dalle edizioni critiche di James Knowlson e Stanley E. Gontarski, massimi esperti mondiali di Beckett. I quaderni di regia gettano una nuova luce sull’autore di Aspettando Godot e sui suoi capolavori, offrendo un prezioso strumento per […]
17 Giugno 2024

Arlecchino. Vita e avventure di Tristano Martinell...

Siro Ferrone, «Drammaturgia»

«Prima dell’apparire di Arlecchino, nelle piazze e sui palcoscenici improvvisati dei teatri effimeri c’erano stati… gli zanni. Personaggi rappresentativi di un’umanità animalesca, nascosti da maschere bestiali e grifagne, talvolta incorniciate da ispide barbe, vestivano panni di tela grezza, a imitazione degli abiti da lavoro dei facchini, degli operai del porto, o dei campi: erano questi […]
17 Giugno 2024

Le trasformazioni sociali, ed altre gerarchie di v...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Un tempo, le Compagnie teatrali venivano chiamate ‘Ditte’, alludendo a una impresa commerciale, intitolata a un nome di prestigio. Si era abituati a vedere, nei manifesti, risaltati i nomi di noti attori, come Morelli-Stoppa, Maltagliati-Benassi, Proclemer-Albertazzi, Valli-De Lullo- FalK, Moriconi-Mauri, insomma si faceva presto a capire cosa andavi a vedere e con chi. I Teatri […]
15 Giugno 2024

Chi ha paura dei premi Nobel? Tre piccoli gioielli...

Alessandra Calanchi, «Girodivite»

Ho trovato questi tre piccoli gioielli contestualmente – mea culpa – alla scoperta di una piccola e formidabile casa editrice di nicchia (CUE Press). I tre volumetti in questione riguardano Jon Fosse, norvegese, premio Nobel per la Letteratura 2023, passato quasi inosservato ai più, anche se considerato dai critici il nuovo Ibsen o il nuovo […]
12 Maggio 2024

Il dolce stil no

Federico Platania, «SamuelBeckett.it»

È indicata come ‘avvertenza’ nel volume, quasi un voler mettere le mani avanti, l’informazione che le pagine che abbiamo tra le mani non sono nate da un progetto autonomo bensì prendono vita in forma di ‘resto’, di ‘avanzo’ del poderoso Meridiano dedicato a Beckett uscito solo pochi mesi fa. Sto parlando del volume Il dolce stil no di Gabriele […]
3 Maggio 2024

Jon Fosse a Ravenna, il premio Nobel per la Letter...

Piero Di Domenico, «Corriere di Bologna»

Premi Nobel per la Letteratura in visita in Emilia-Romagna. Una prassi che negli ultimi anni sta trovando una certa continuità, dalla francese Annie Ernaux, nel 2022 ospite a Bologna del festival «Archivio Aperto» di Home Movies, al tanzaniano Abdulrazak Gurnah, l’anno scorso al «Festival delle Culture» di Ravenna. La città romagnola quest’anno concede anche il […]
20 Aprile 2024

Il teatro è il momento in cui un angelo attravers...

Simone Sormani, «Proscenio», IX-4

Non era di certo tra gli autori più conosciuti in Italia, Jon Fosse. Almeno fino al 5 ottobre scorso, quando è stato proclamato vincitore del Nobel per la Letteratura 2023. Quel giorno le richieste di suoi volumi alla Cue Press sono schizzate da circa uno o due all’anno a duemila cinquecento in un’ora. Lo ha […]