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Approfondimenti, interviste, recensioni e cultura: il meglio dell’editoria e delle arti da leggere, guardare e ascoltare.

Manganelli
19 Aprile 2026

«Mio padre, lo ‘scrivendolo’ che stava sempre con il drago»

Luigi Mascheroni, «il Giornale»

Giorgio Manganelli nel 1946 sposò Fausta Chiaruttini, matrimonio faticoso e breve da cui nacque l’anno dopo una figlia, che fu cresciuta dai nonni. «Papà voleva battezzarmi Lietta ma il prete diede di matto: non voleva. E allora lui per cattiveria mi dette i nomi di tutte le donne della sua famiglia: sua madre, che detestava: Amelia; sua suocera: Antonia; e sua cognata: Fiorella… Ho tre nomi. Ma per tutti fin dal primo giorno fui Lietta. E così sono rimasta».

Siete stati vicini nel corso della vostra vita?

Da adulti sì, da bambina, no: l’ho perso a tre anni, poi l’ho ritrovato quando ne avevo 18, ma da quel momento non ci siamo più lasciati. E non eravamo più padre e figlia, ma due adulti che si piacevano tanto. Un giorno mi disse una cosa tragicamente bellissima. Eravamo a pranzo, mi toccò una mano – lui che non abbracciava mai nessuno – e mi disse: Pensa che strano: riesco a volerti bene nonostante tu sia mia figlia. Una cosa tipica di Manganelli.

Chi era Manganelli?

Uno, nessuno, centomila. Pirandello deve averlo incontrato da qualche parte prima di scrivere il suo romanzo… Quando mio padre morì, al funerale trovai persone che mi parlavano di un uomo che io non sapevo chi fosse… Mille Manganelli diversi che non conoscevo. Mi sembrava di essere in una delle sue tragicommmedie, quella in cui al funerale due figli seguono il feretro di una persona che non c’entra nulla né con l’uno né con l’altro. Mi dicevano: Ah, Giorgio era così…, Ah, Giorgio era cosà…. Lì ho capito che lui riusciva a presentarsi a ogni persona secondo quello che quella persona aveva bisogno che lui fosse. Cosa che spiega il numero strepitoso di donne della sua vita: per ognuna lui era un uomo diverso.

Pietro Citati lo definì un «malinconico tapiro»…

Come diceva di se stesso, Manganelli era un uomo brutto che si gioiva della sua bruttezza. Non era un adone ma era affascinante. Una volta eravamo a Parma per un convegno. Stava parlando, e una bella signora, elegante, seduta accanto a me, mi dice in estasi: Io non ho capito niente, ma Madonna come parla bene…

Narratore, critico, giornalista, poeta… Cos’era Manganelli?

Un uomo travolto dalle parole. Che per lui erano più importanti della realtà, di quello che mangiava, di quello che faceva, dei muri di casa sua. Diceva che le parole volevano parlargli. Lui le prendeva e le metteva insieme. Non sono io che scrivo ma sono le parole che vogliono essere scritte, diceva. Lui si definiva scrivendolo. Si sedeva e scriveva le parole che gli venivano dette.

Il Manga da vivo fu considerato un outsider, un oggetto non edificato: oggi è un classico.

Non molto tempo fa, per la prima volta, ho trovato un manuale scolastico con quattro pagine su Manganelli! È stato uno shock. A lungo non è stato considerato. Ora le cose stanno cambiando. Anche in università si cominciano a fare tesi su di lui.

Manganelli ha pubblicato più da morto che da vivo…

Colpa mia. Anni fa ho fondato un Centro studi Giorgio Manganelli: sta in piedi in qualche modo, senza aiuti pubblici. Ho sempre cercato di far sì che mio padre non venisse dimenticato pubblicando tutto, anche cose minori, libri meno centrali rispetto ai suoi titoli principali, ma che comunque danno un’idea di quello che lui pensava, scriveva, faceva… Il povero Manganelli ha sulla testa un pregiudizio gigantesco: che se non hai tre lauree non lo capisci; che è di nicchia, complicato… Ma non è vero. Quando qualcuno mi dice Da dove inizio a leggere tuo padre?, io faccio la controdomanda: A te cosa piace? Libri di viaggio? Ci sono. Saggi? Ci sono. Narrativa? C’è. Articoli giornalistici? Ci sono. Le riscritture? Ci sono. Io le odoro: dal suo Pinocchio a Cassio governa a Cipro che è una riscrittura meravigliosa dell’Otello. E se vuoi romanzi di una pagina, c’è Centuria….

Manganelli conobbe Calvino, Arbasino, Ceronetti, Eco… che rapporto aveva con gli scrittori?

Non andava d’accordo con nessuno. Aveva un pessimo rapporto con gli scrittori e meraviglioso con gli artisti: Baruchello, Fontana… Lui non sapeva disegnare, ma la sua passione era scarabocchiare fumetti. Ne faceva molti nelle lettere alle sue fidanzate. Aveva inventato Ciolino, un pittore che fa quadri bellissimi che vende benissimo… Forse quello che avrebbe voluto diventare lui….

Lui inventava sempre storie

E sempre dalla parte opposta rispetto a quella che di solito vedono gli altri. Da bambina mi raccontava la favola di San Giorgio e il drago, ma vista dalla parte del drago, con la Principessa che urla a San Giorgio di lasciare stare il mostro. Ma non eravamo d’accordo che io dovessi ucciderlo?, le chiede. E ora cosa faccio?!. Queste cose le faceva spesso. Con me e con gli altri….

Giorgio manganelli foto scrivania
19 Aprile 2026

Lo show migliore? Attori immobili pubblico scomodo parole taglienti

Alessandro Gnocchi, «il Giornale»

C’è una definizione di teatro che Giorgio Manganelli avrebbe potuto scrivere come incipit di un racconto o come epitaffio sulla porta di un sipario chiuso per sempre. «Un teatro con le finestre inchiavardate, nessuno in platea, forse nemmeno gli attori sul palco. Un luogo dove trionfasse soltanto la parola». È una provocazione, certo, ma in Manganelli la provocazione ha sempre il peso di una poetica. Lo racconta Luca Scarlini, studioso che di quel teatro si è occupato per decenni, curando ora la raccolta più completa mai pubblicata delle scritture sceniche manganelliane: Tutto il teatro (Cuepress, pagg. 600, euro 54,99). Seicento pagine di drammi, dialoghi radiofonici, scritti teorici: non sarà noioso? Manganelli ha fama di autore difficile. Scarlini: «No, Manganelli è uno scrittore dotato di una formidabile ironia. Nel teatro si esplica in modo sorprendente e divertente».

Manganelli si muove nel teatro italiano del dopoguerra come un corpo estraneo che, però, attrae. Ad esempio, ha collaborato con Carmelo Bene con cui condivideva l’idea che «la radio sia il territorio perfetto dell’azione artistica, la voce senza corpo, la parola liberata dalla tirannia dello sguardo» (Scarlini). Con Bene ha costruito alcune delle pagine più memorabili della sua produzione: «Sì, un esempio? Le Interviste impossibili, cinque testi trasmessi dalla Rai e interpretati da Bene con il furore della parola smaterializzata». Manganelli ha lavorato con Marisa Fabbri, con Paolo Poli, con Paolo Bonacelli, con Luca Ronconi. Eppure il teatro, inteso come istituzione, ha risposto con il sospetto riservato agli ospiti scomodi.

Il caso emblematico è quello del Teatro Stabile di Torino, che gli aveva commissionato un testo per poi non metterlo mai in scena. Ma Manganelli non ha smesso di scrivere per il teatro. Spiega Scarlini: «Era sempre critico di tutte le forme tradizionali, credo che trovasse nel teatro anche un modo di andare oltre la dimensione della pagina scritta». E tuttavia, aggiunge, «in Manganelli tra la pagina di romanzo di racconto e di teatro spesso non ci sono differenze». Una permeabilità che ha creato persino equivoci editoriali (voluti). Scarlini: «Negli anni Settanta e Ottanta, i testi teatrali vennero spesso pubblicati come narrativa, perché in Italia si considerava che il teatro non vendesse».

La scena, per Manganelli, deve farsi rito. Non spettacolo, non intrattenimento: cerimonia. In questo si colloca obtorto collo, con tutti gli attriti del caso accanto ai grandi riformatori del teatro novecentesco. Scarlini ricorda che Manganelli scrisse su Tadeusz Kantor un pezzo memorabile: «Aveva visto questo spettacolo a Roma in un teatro di periferia su panche durissime. Era La classe morta, lo aveva folgorato». E di Kantor apprezzava esattamente quella tensione tra il maestro che dirige gli attori rifiutando ogni istrionismo. La stessa sorgente da cui nasce la diffidenza di Manganelli per l’attore come figura protagonista, sostituita dalla voce come presenza.

Il punto di convergenza teorica più potente è la figura del ‘malcontento’, che Manganelli insegue in Shakespeare e in particolare in Iago con una seduzione che Scarlini non fatica a definire personale. Iago è, per antonomasia, il mai contento: «Quello che critica sotterraneamente il suo signore, di cui dovrebbe essere soltanto un elogiatore. E invece lo accusa di ogni cosa e trama contro di lui per determinarne la rovina». Una figura che attraversa il teatro elisabettiano e giacomiano, e risorge «nella commedia Il funerale del padre, scritta da Manganelli e rappresentata dal Teatro S di Napoli nei primi anni Settanta: due signori si incontrano ai funerali dei rispettivi padri per celebrarsi come parricidi, figure nate con l’apparenza di perfetta adesione alla società e con il segreto proposito di distruggerla».

Scarlini esclude che si tratti di identificazione dichiarata: «Chiaramente se si leggono gli articoli di costume meravigliosi che scriveva sui giornali, su «Il Manifesto», su «L’Espresso», Manganelli stesso era capacissimo di essere malcontento e fare a pezzi le sciocchezze della società». Il teatro, allora, non è solo una forma letteraria: è il luogo dove il malcontento trova la sua grammatica più precisa, il rito in cui la parola diventa arma e il palco, vuoto, si trasforma in un punto di resistenza.

Nella Biennale di Venezia del 1974, diretta da Luca Ronconi, il Cassio governa a Cipro di Manganelli andò in scena negli spazi industriali di Marghera. L’idea era di portare il teatro alle masse. Ne venne fuori una polemica. Troppo difficile il testo per i manovali. Rispose Manganelli stesso, su «L’Espresso», alle critiche di chi aveva trovato i suoi testi oscuri: ai tempi di Shakespeare, ricordò, erano soprattutto operai battaglieri ad affollarsi al Globe, eppure ascoltavano pièces cariche di figure retoriche complicatissime. Oggi, per puro paternalismo, si dà loro in pasto il concentrato di tutti i luoghi comuni: Eduardo De Filippo.

Manganelli è un classico, Scarlini non ha dubbi: «Non solo.È un classico di quelli che continuano a produrre inediti: carte su carte custodite al Centro Manoscritti di Pavia, un’opera che cresce anche oltre la morte, come se il teatro vuoto di Manganelli avesse ancora qualcosa da dire a dispetto del pubblico, a dispetto degli attori, a dispetto di tutto».

Manganelli foto
19 Aprile 2026

Lo show migliore? Attori immobili pubblico scomodo parole taglienti

Alessandro Gnocchi, «il Giornale»

C’è una definizione di teatro che Giorgio Manganelli avrebbe potuto scrivere come incipit di un racconto o come epitaffio sulla porta di un sipario chiuso per sempre.
«Un teatro con le finestre inchiavardate, nessuno in platea, forse nemmeno gli attori sul palco. Un luogo dove trionfasse soltanto la parola».
È una provocazione, certo, ma in Manganelli la provocazione ha sempre il peso di una poetica. Lo racconta Luca Scarlini, studioso che di quel teatro si è occupato per decenni, curando ora la raccolta più completa mai pubblicata delle scritture sceniche manganelliane: Tutto il teatro (Cuepress, pagg. 600, euro 54,99). Seicento pagine di drammi, dialoghi radiofonici, scritti teorici: non sarà noioso? Manganelli ha fama di autore difficile. Scarlini: «No, Manganelli è uno scrittore dotato di una formidabile ironia. Nel teatro si esplica in modo sorprendente e divertente».

Manganelli si muove nel teatro italiano del dopoguerra come un corpo estraneo che, però, attrae. Ad esempio, ha collaborato con Carmelo Bene con cui condivideva l’idea che «la radio sia il territorio perfetto dell’azione artistica, la voce senza corpo, la parola liberata dalla tirannia dello sguardo» (Scarlini). Con Bene ha costruito alcune delle pagine più memorabili della sua produzione: «Sì, un esempio? Le Interviste impossibili, cinque testi trasmessi dalla Rai e interpretati da Bene con il furore della parola smaterializzata». Manganelli ha lavorato con Marisa Fabbri, con Paolo Poli, con Paolo Bonacelli, con Luca Ronconi. Eppure il teatro, inteso come istituzione, ha risposto con il sospetto riservato agli ospiti scomodi.

Il caso emblematico è quello del Teatro Stabile di Torino, che gli aveva commissionato un testo per poi non metterlo mai in scena. Ma Manganelli non ha smesso di scrivere per il teatro. Spiega Scarlini: «Era sempre critico di tutte le forme tradizionali, credo che trovasse nel teatro anche un modo di andare oltre la dimensione della pagina scritta». E tuttavia, aggiunge, «in Manganelli tra la pagina di romanzo di racconto e di teatro spesso non ci sono differenze». Una permeabilità che ha creato persino equivoci editoriali (voluti). Scarlini: «Negli anni Settanta e Ottanta, i testi teatrali vennero spesso pubblicati come narrativa, perché in Italia si considerava che il teatro non vendesse».

La scena, per Manganelli, deve farsi rito. Non spettacolo, non intrattenimento: cerimonia. In questo si colloca obtorto collo, con tutti gli attriti del caso accanto ai grandi riformatori del teatro novecentesco. Scarlini ricorda che Manganelli scrisse su Tadeusz Kantor un pezzo memorabile: «Aveva visto questo spettacolo a Roma in un teatro di periferia su panche durissime. Era La classe morta, lo aveva folgorato». E di Kantor apprezzava esattamente quella tensione tra il maestro che dirige gli attori rifiutando ogni istrionismo. La stessa sorgente da cui nasce la diffidenza di Manganelli per l’attore come figura protagonista, sostituita dalla voce come presenza.

Il punto di convergenza teorica più potente è la figura del «malcontento», che Manganelli insegue in Shakespeare e in particolare in Iago con una seduzione che Scarlini non fatica a definire personale. Iago è, per antonomasia, il mai contento: «Quello che critica sotterraneamente il suo signore, di cui dovrebbe essere soltanto un elogiatore. E invece lo accusa di ogni cosa e trama contro di lui per determinarne la rovina». Una figura che attraversa il teatro elisabettiano e giacomiano, e risorge «nella commedia Il funerale del padre, scritta da Manganelli e rappresentata dal Teatro S di Napoli nei primi anni Settanta: due signori si incontrano ai funerali dei rispettivi padri per celebrarsi come parricidi, figure nate con l’apparenza di perfetta adesione alla società e con il segreto proposito di distruggerla».

Scarlini esclude che si tratti di identificazione dichiarata: «Chiaramente se si leggono gli articoli di costume meravigliosi che scriveva sui giornali, sul Manifesto, sull’Espresso, Manganelli stesso era capacissimo di essere malcontento e fare a pezzi le sciocchezze della società». Il teatro, allora, non è solo una forma letteraria: è il luogo dove il malcontento trova la sua grammatica più precisa, il rito in cui la parola diventa arma e il palco, vuoto, si trasforma in un punto di resistenza.

Nella Biennale di Venezia del 1974, diretta da Luca Ronconi, il Cassio governa a Cipro di Manganelli andò in scena negli spazi industriali di Marghera. L’idea era di portare il teatro alle masse. Ne venne fuori una polemica. Troppo difficile il testo per i manovali. Rispose Manganelli stesso, su «L’Espresso», alle critiche di chi aveva trovato i suoi testi oscuri: ai tempi di Shakespeare, ricordò, erano soprattutto operai battaglieri ad affollarsi al Globe, eppure ascoltavano pièces cariche di figure retoriche complicatissime. Oggi, per puro paternalismo, si dà loro in pasto il concentrato di tutti i luoghi comuni: Eduardo De Filippo.

Manganelli è un classico, Scarlini non ha dubbi: «Non solo. È un classico di quelli che continuano a produrre inediti: carte su carte custodite al Centro Manoscritti di Pavia, un’opera che cresce anche oltre la morte, come se il teatro vuoto di Manganelli avesse ancora qualcosa da dire a dispetto del pubblico, a dispetto degli attori, a dispetto di tutto».

Roy menarini intervista rbe
17 Aprile 2026

Che cos’è un film nel XXI secolo? Intervista a Roy Menarini sul valore del cinema oggi

«Almeno due pagine al giorno — RBE Radio&Tv»

Roy Menarini, partendo dal suo ultimo libro Il film nel XXI secolo edito da Cue Press, riflette sull’evoluzione del linguaggio cinematografico, critica, spettatori e cambiamenti nella fruizione contemporanea.

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Manganelli foto
12 Aprile 2026

Tutto il teatro di Manganelli

«La Domenica Dei Libri — Radio Popolare»

Nell’intervista Luca Scarlini delinea il profilo di Giorgio Manganelli, icona della letteratura del Novecento, attraverso un’analisi dello stile, della lingua e del suo sguardo ironico e dissacrante.

Rileggere oggi Manganelli resta un atto necessario per chiunque cerchi una letteratura libera da logiche commerciali, capace di esplorare l’assurdo fuori da ogni schema accademico.

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Strindberg foto
12 Aprile 2026

Due giganti del teatro e della filosofia

Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»

Franco Perrelli, già ordinario di Discipline dello Spettacolo alle Università di Torino e di Bari è uno dei più noti studiosi del Teatro Nordico, in particolare di Ibsen e Strindberg, due autori diversi perché fedeli ai loro ideali, rivoluzionario, in modo pacato, Ibsen, in modo trasgressivo, Strindberg. Senza di loro non ci sarebbe stata la grande stagione del Teatro Novecentesco, solo Pirandello poté stare alla pari.
Si tratta di autori che, pur scrivendo di teatro, affrontavano argomenti di carattere filosofico, tanto da essere considerati filosofi della scena, questo perché leggevano libri di filosofia per capire l’evoluzione del pensiero, non soltanto per percepire il mondo reale. Gli autori preferiti erano Schopenhauer, Hartmann, Nietzsche, Spencer.


Franco Perrelli scrivendo Strindberg, l’esperienza del superuomo. Una biografia intellettuale, edito da Cue Press, ha inteso avere come fine quello di offrire al lettore la conoscenza del rapporto che Strindberg ebbe con i filosofi e i letterati del suo tempo, un rapporto turbolento, perché ciascuno si batteva per il trionfo delle proprie idee, senza fossilizzarsi sulle possibili contraddizioni.
I due temi più scottanti erano il pessimismo e il nichilismo di matrice nicciana.
Strindberg viveva tra due fuochi, uno faceva capo a Schopenhauer e Hartmann, l’altro a Stuart Mill e a Spencer, nel mezzo si trovava sempre George Brandes, noto per «Radicalismo aristocratico», che indicava a Strindberg gli autori da leggere che alquanto spesso lo frastornavano e lo rendevano più ribelle di quello che era stato in passato.
Non c’è dubbio che Strindberg vivesse una forma particolare di nichilismo prima di leggere i libri di Nietzsche e ancor prima del rapporto epistolare che ebbe inizio nel 1888, al tempo del «Padre» che Nietzsche, dopo averlo letto, scrisse di trovarsi dinanzi a «un’opera di grandissimo respiro» che portava, al centro dell’azione, il martirio di un «uomo superiore per carattere e intelligenza», che verrà sottoposto a un «omicidio psichico», forse un po’ simile al suo superuomo.
Appaiono evidenti certe concordanze sul sesso da intendere come lotta che culmina nell’odio mortale, concetto espresso in Ecce Homo, che diventerà un argomento eccitante per la società di fine secolo. Perrelli sottolinea che Il padre fu letto due volte da Nietzsche, notizia ben testimoniata dal carteggio tra i due.
Strindberg scrive, in una delle risposte: «Mi volevano internare a causa della mia tragedia» ed aggiungeva «concludo tutte le mie lettere agli amici con: leggete Nietzsche. È il mio Carthago delenda est». Finché dura, il fervore nei confronti di Nietzsche è immenso, tanto che si possa parlare di influsso nicciano almeno in una parte della sua drammaturgia.
A guardare la cronologia, Strindberg comincia a leggere il filosofo tedesco dopo aver scritto Il Padre, il primo influsso è evidente nella Prefazione alla Signorina Giulia, scritta alcuni anni dopo il debutto è ancora più evidente in Verso Damasco, che ritengo la Bibbia del teatro di tutti i tempi, essendo lo Sconosciuto il protagonista che attraversa tutte le teorie filosofiche di fine Ottocento, comprese l’alchimia e l’esoterismo.


Franco Perrelli fa notare come le teorie nicciane fossero presenti anche in Le chiavi del cielo e in Debito e credito, ma, navigando con assoluta padronanza nell’intera Opera, fa riferimento ad altri testi che affrontavano il tema della solitudine: «Era l’uomo più solo della Scandinavia», il tema della democrazia : «In stupidi tempi democratici si odiano l’originalità e il talento», il tema della disperazione, evidente nel testo Il legame, dove è evocata la disperante esperienza del divorzio con Siri Von Essen.
Se proprio vogliamo capire in che modo Strindberg si confrontasse col ‘gigantismo’ superomistico, Perrelli consiglia di leggere Sul mare aperto, perché i grandi intellettuali hanno sempre due teste, come si evince dai ritratti che lo Sconosciuto vede nella Galleria del Chiostro, dove, alla fine, aveva deciso di ritirarsi, sono ritratti a due teste, come a significare, scrive Perrelli, «l’ambiguità e l’irresolutezza di ogni esperienza esistenziale, ma anche speculativa». Il tema del Doppio pirandelliano è dietro l’angolo.

Giorgio Manganelli 1280x731
10 Aprile 2026

Manganelli «teatrale» e la truffa dei diari

Redazione, «Libero»

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo l’estratto «La grande truffa dei memoriali di Adolf Hitler. Il vero e il falso: dialogo semiserio con un venditore di diari» tratto dal volume Giorgio Manganelli. Tutto il teatro in uscita oggi per i tipi di Cue Press, che raccoglie l’intera produzione manganelliana per il palcoscenico, tra testi inediti, riscritture e saggi critici. Qui di seguito il dialogo tra il venditore (A) e il suo interlocutore (B)

A – Buondì, signor direttore colendissimo. Posso rubarle un poco del suo prezioso tempo? Non se ne pentirà.

B – Che io abbia poco tempo, non è un mistero. Inseguo la storia e non posso perderla di vista.

A – Appunto, la storia. Vengo a offrirle chicche, gioielli di storia.

B – Rivelazioni? Chi ha ucciso il tale e ucciderà il talaltro? Un colpo di Stato? No,non mi interessa. Cronachetta.

A – Io rappresento una ditta di rara serietà, che tratta solo documenti storici di somma importanza.

B – Importanti? Autentici?

A – Sono due concetti distinti. Sono in grado di offrirle documenti autentici privi di qualsivoglia interesse, e falsi che qualcuno mi scannerebbe pur di rubarmeli.

B – Tutto ciò è curioso. Le darò otto minuti.

A – La ringrazio. Vede, ora, inutile dirlo a lei, c’è il gusto del Diario Segreto del Grand’uomo.

B – Diari falsi, fabbricati da un maniaco, un furbo, un provocatore…

A – Piano, piano. Vede, chi scrive un diario è vittima dell’illusione di sapere la verità su se stesso – un fatale errore; e non basta, giacché questa falsa verità vorrà ornare, e dunque un poco alla volta il diario segreto diventa un penoso documento di menzogne. Se volessi imbrogliarla, le offrirei un diario autentico. Ne abbiamo a migliaia.

B – Ma un diario falso…

A – Ancora una volta, piano. Un diario può essere «finto vero». Spesso è buono. Chi l’ha scritto, protetto da un nome illustre, ha detto cose interessanti. C’è il «finto falso»; più divertente che utile, giacché è costretto a rispettare le verità banali, quelle che tutti conoscono. C’è, infine, il «falso» puro. Delizioso, ma solo in mani esperte. Come le sue.

B – Lei mi offre diari falsi? Ma non mi servono.

A – Non mi sono fatto capire. Le offro diari falsi per suo diletto personale; ma «finti veri» per il suo giornale. Mi creda, i «finti veri» hanno tutti i vantaggi del vero e del finto.

B – Che stravaganza. Mi faccia qualche esempio.

A – Di «vero» ho il diario di Caracalla; costoso, noioso.

B – Caracalla noioso?

A – Gliel’ho spiegato. Caracalla era convinto di essere un uomo geniale e dabbene. Non fosse scritto in mediocre latino, lo offrirei a un convitto femminile.

B – Non c’è nessun «vero» di qualche interesse?

A – Sì, ma inattendibili. Un diario di un imperatore persiano, con accurate descrizioni di eccessi sessuali, e banchetti babilonesi. Peccato: era impotente, astemio e vegetariano. La verità su di lui la raccontava in un diario «falso», distrutto per ordine della Reggenza…

B – Ho pochi minuti per lei, ma quel che dice è curioso.

A – Attila scrisse un diario segreto, la grafia è pessima, ma quel che interessa i lettori di oggi, le descrizioni degli eccidi– ottime descrizioni– vennero aggiunte da un monaco cistercense, cinque secoli dopo. Soffriva di incubi; riuscì realistico.

B – Lei mi ingolosisce; forse avrà qualcosa che insaporisca i nostri supplementi domenicali.

A – Giusto; poiché, lei mi insegna, la domenica è sacra al sesso, al delitto, alla strage, al biliardo. Ma vediamo. Comincerò con una cosetta per il supplemento letterario. Il carteggio Stalin-Shakespeare. Deplorevole, ma non incomprensibile, che manchino le risposte di Shakespeare. Uomo estremamente riservato.

B – Meno cultura, mio caro; più concretezza passionale.

A – Abbiamo Le mie pagine d’amore di Cleopatra. Volgaruccio, ma sul piccante. Le scriveva una massaggiatrice nubiana. Un po’ banale, vero?

B – Mi interesserebbe qualcosa di, mi capisce, audace e insieme riservato. Il nostro non è un giornale pettegolo.

A – Certo, certo. Casta prurigine, eh? Selvagge passioni di Alessandro Magno, narrate da lui stesso. C’è anche il racconto, minuzioso, della sua precoce scomparsa. Una grave perdita, signor direttore.

B – Cose vecchie, cose vecchie. Qui ci vuole qualcosa di giovane. Di tenero. Di intimamente adolescente.

A – Vuole commuovere? Ecco: l’inventore della ghigliottina ha scritto un delicatissimo La mia vita con gli animali. Le assicuro, fa piangere.

B – Non esageriamo col dolciastro; qui si cade nel fiacco.

A – Ma che pretende da un carnefice? Se vuole descrizioni di torture, eccole i taccuini di fra Galdino, sa quel tale di Manzoni…

Giorgio manganelli
8 Aprile 2026

Le opere di Manganelli

«Fahrenheit — Rai Radio 3»

Mario Baudino e Andrea Cortellessa ripercorrono le peculiarità letterarie di Giorgio Manganelli: docente, traduttore, romanziere, autore teatrale; la sua sterminata produzione è ancora oggetto di analisi da parte degli studiosi contemporanei.

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Lars norén
31 Marzo 2026

Diario di un autore drammatico di Lars Norén

Marcello Isidori, «Dramma.it»

Cue Press pubblica la prima traduzione italiana dei Diari di Lars Norén, drammaturgo, regista, poeta e scrittore tra i più importanti del panorama culturale svedese.

A partire dai cinque volumi usciti in Svezia pochi anni fa, il curatore Giovanni Za crea un’antologia, comunque decisamente corposa, degli ultimi venti anni di vita di Noren, dal 2000 al 2020, in cui lo scrittore si svela al pubblico senza (quasi) alcuna autocensura. Sul tessuto della quotidianità fatta dalle piccole incombenze e dalle abitudini di una vita normalissima, leggiamo della sua instancabile e variegata dedizione alla scrittura, è lui stesso che confessa di non ricordare con precisione quante drammaturgie ha scitto, forse un centinaio. Leggiamo della genesi dei suoi scritti, delle sue regie, delle vicende inerenti le proposte e gli esiti delle produzioni teatrali in giro per l’Europa, delle relazioni con gli attori, con gli agenti, con gli editor, delle sue numerose passioni amorose con donne molto più giovani di lui, dei figli adulti e dell’ultima nata, delle riflessioni scaturite delle numerose letture di filosofi contemporanei, dei giudizi su importanti drammaturghi, ma anche delle reazioni agli importanti avvenimenti sociopolitici e pandemici che hanno caratterizzato i primi due decenni di questo secolo. Leggiamo inoltre della sua tendenza allo shopping compulsivo, delle sue angosce, crisi e dubbi sul presente e sul futuro, sulle preoccupazioni per la propria salute e il dolore per la perdita di conoscenti e amici. Nel volume trovano anche spazio bozze di poesie e gli appunti di regia sulla messa in scena de L’Orestea nel 2010. Il risultato di questa antologia è un quadro profondo e coinvolgente certamente di uno scrittore, ma ancor più di un uomo, con le proprie convinzioni e fragilità. La pubblicazione è introdotta dal curatore ed è chiusa dalla cronologia delle numerose opere di Norén. 

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30 Dicembre 2024

Capire il teatro? Missione possibile

Nicola Arrigoni, «Sipario»

Si crede che un’azione di diffusione e ri-considerazione dei linguaggi scenici parta anche e soprattutto dagli strumenti che si possono avere per leggere lo spettacolo dal vivo. Ecco allora che l’azione di una casa editrice può diventare protagonista di una necessità: non tanto e non solo fare il punto sugli studi delle arti performative, ma […]
29 Dicembre 2024

Altro che epoca senza maestri: in teatro esistono...

Marco De Marinis, «il Fatto Quotidiano»

È diventata ormai un luogo comune, quasi sempre soffuso di passatismo nostalgico, la lagnanza sul fatto di vivere in un’epoca ‘senza maestri’. Ma è davvero così? Molto dipende da cosa si intende per maestri e da dove andiamo a cercarli. Che si viva, da tempo, in un’età post-ideologica, orfana delle grandi narrazioni novecentesche, è un dato […]
12 Dicembre 2024

La vita di Dostoevskij

Giuseppe Costigliola, «Eurocomunicazione»

«L’incontro con uno scrittore è sempre una verifica del proprio sistema di vita»: apre così Fausto Malcovati la premessa al suo Un’idea di Dostoevskij (Cue Press, pp. 128), spigliata e conchiusa guida introduttiva alla biografia e alle opere del grande romanziere russo. Concetto fondamentale, valido non soltanto per chi, come lui, è apprezzato docente di lingua e letteratura russa, […]
5 Dicembre 2024

Cosa vuol dire fare il regista? Ce lo dice Fellini...

Davide Dal Sasso, «Artribune»

Di tutta quella meravigliosa impresa che solitamente chiamiamo ‘fare arte’, ne sappiamo davvero poco. Va così perché dalle opere difficilmente possiamo risalire con agilità a quello che hanno fatto le artiste e gli artisti per crearle. Avere una idea dei processi e delle attività che determinano la realizzazione di dipinti o sculture, di pièce di teatro […]
1 Dicembre 2024

Combattè ogni forma di naturalismo, battendosi pe...

Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»

Ci siamo più volte occupati, sulle pagine di questo giornale, di Gordon Craig, oggi aggiungiamo un nuovo tassello, in occasione della pubblicazione di: L’arte del teatro. Il mio teatro, a cura di Ferruccio Marotti, autore anche di una Premessa e di un Itinerario che ne ricostruisce la vita professionale, essendo stato egli, il primo a […]
7 Novembre 2024

Molto più che Un’idea di Dostoevskij, un saggio...

Adele Porzia, «ClassiCult.it»

Ricordo il mio primissimo libro di letteratura russa. Ero al liceo e, in un negozio dell’usato, avevo trovato un’edizione sfatta, senza copertina, con le pagine macchiate di caffè. Era un libro talmente malmesso che il proprietario me lo regalò. E, così, con Il maestro e Margheritadi Michail Afanas’evič Bulgakov me ne tornai a casa. Lo lessi […]
4 Novembre 2024

Sei protagonisti un po’ anomali. Nel tracciato d...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Claudio Meldolesi (1942-2009) raccolse questi saggi nel 1987, quattro anni dopo la pubblicazione del volume che sarebbe diventato un classico, Fondamenti di teatro italiano. La generazione di registi, nel quale sono da ricercare le premesse di quel discorso che a suo avviso riguardava «il ritardo qualitativo» del nostro teatro, compreso «l’aggiornamento registico» che definiva un […]
30 Settembre 2024

I cinecomics senza la Marvel: un’insolita vision...

Paolo Garrone, «Lo Spazio Bianco»

Abbiamo intervistato Alessandro Mastandrea, autore di un interessante saggio sui cinecomics, caratterizzato da precise scelte e punti di vista, che approfondiremo con lo stesso autore. Il libro è un’opera che si aggiunge a una bibliografia – in espansione – sui film tratti dai fumetti, arricchendola di alcuni spunti di riflessione non banali. In questo volume l’attenzione […]
26 Agosto 2024

Alexander Moissi. Grande attore europeo (1879-1935...

Francesca Simoncini, «Drammaturgia»

Il libro di Massimo Bertoldi Alexander Moissi. Grande attore europeo (1879-1935), dedicato alla biografia artistica di Alessandro Moissi, ha il grande merito di colmare, con profondità e rigore storiografico, una lacuna della storia del teatro. Attore ‘scomodo’, difficilmente inquadrabile, ritenuto tra i più grandi dai suoi contemporanei, Moissi non era stato finora oggetto di un completo ed esaustivo […]
20 Agosto 2024

L’età dell’innocenza

Stefano Locati, «Film TV», XXXII-34

Il fiume del cinema «In quasi vent’anni in cui sono stato ospite di svariate manifestazioni all’estero è maturata in me una nuova consapevolezza, ovvero che la storia del cinema non è ancora finita. Ben cento anni di produzioni cinematografiche mi hanno preceduto, e quel grande fiume — se così mi è concesso definirlo — è […]
22 Luglio 2024

Le teorie teatrali: un campo minato, se i vari app...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Nel 1988, l’Editore Zanichelli pubblicò di Patrice Pavis Dizionario del teatro, a cura di Paolo Bosisio, con cui l’autore cercava di dare delle risposte non solo a chi lavorava in ambito teatrale, ma anche al frequentatore di teatro. Si distingueva da altri dizionari per una qualità scientifica del materiale trattato che si estendeva, in particolare, […]
11 Luglio 2024

Béla Balázs, dall’arte del teatro alla guerrig...

Ilona Fried, «Criticai Lapok», XXXIII-5-6

Eugenia Casini Ropa è una delle più autorevoli studiose dell’arte della danza in Italia, fondatrice e docente del primo corso di storia della danza e del mimo, istituito nel 1992 al DAMS di Bologna. Nel corso delle sue ricerche, che riguardano più in generale la storia del teatro, si è dedicata anche a quella forma […]

La voce dei protagonisti

Storie e parole dei grandi maestri dello spettacolo

Cue Press è lieta di presentare la sua serie esclusiva di pubblicazioni, un tributo immersivo ai grandi protagonisti del cinema e del teatro. Queste opere rappresentano una collezione preziosa di interviste e scritti di prima mano direttamente dalle menti e dai cuori degli artisti che hanno plasmato l’industria dello spettacolo nel corso dei decenni. Ogni […]

I maestri russi del Novecento

La Rivoluzione teatrale russa tra estetica e sperimentazione

Un progetto ambizioso e esauriente dedicato al teatro russo, esplorando le opere e le influenze di alcuni dei più grandi maestri del Novecento. Questa iniziativa editoriale non solo celebra le opere iconiche di Anton Čechov, Vsevolod Mejerchol’d, Konstantin Stanislavskij, Nikolaj Vactangov e Aleksandr Tairov, ma anche offre una profonda analisi curata da esperti come Fausto […]

Vittorio Gassman, più di un mattatore

Un viaggio attraverso le memorie e le riflessioni di un gigante dello spettacolo

Vittorio Gassman (1922-2000) è stato uno degli attori più celebri e poliedrici del teatro e del cinema italiano. La sua carriera, lunga e ricca di successi, ha attraversato oltre cinquant’anni, affermandolo come una figura centrale nel panorama artistico italiano. Cue Press è orgogliosa di presentare alcune opere chiave di Vittorio Gassman che offrono uno sguardo […]

…se Fosse premio Nobel?

Jon Fosse: tra profondità emotiva e riflessioni esistenziali

Jon Fosse, uno degli scrittori più influenti e prolifici della Norvegia contemporanea, ha trovato in Cue Press una piattaforma ideale per le sue opere, ben prima della vittoria del Nobel. Cue è entusiasta e onorata di presentare le sue creazioni uniche, offrendo al pubblico italiano la possibilità di esplorare una selezione curata delle sue opere […]

Un nuovo Beckett, partendo dai suoi quaderni

Appunti, revisioni, annotazioni e traduzioni del genio beckettiano

I quaderni di regia e testi riveduti di Samuel Beckett arrivano in Italia! Un’immensa quantità di materiali inediti, affiancati dalle edizioni critiche di James Knowlson e Stanley E. Gontarski, massimi esperti mondiali di Beckett. I quaderni di regia gettano una nuova luce sull’autore di Aspettando Godot e sui suoi capolavori, offrendo un prezioso strumento per […]
17 Giugno 2024

Arlecchino. Vita e avventure di Tristano Martinell...

Siro Ferrone, «Drammaturgia»

«Prima dell’apparire di Arlecchino, nelle piazze e sui palcoscenici improvvisati dei teatri effimeri c’erano stati… gli zanni. Personaggi rappresentativi di un’umanità animalesca, nascosti da maschere bestiali e grifagne, talvolta incorniciate da ispide barbe, vestivano panni di tela grezza, a imitazione degli abiti da lavoro dei facchini, degli operai del porto, o dei campi: erano questi […]
17 Giugno 2024

Le trasformazioni sociali, ed altre gerarchie di v...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Un tempo, le Compagnie teatrali venivano chiamate ‘Ditte’, alludendo a una impresa commerciale, intitolata a un nome di prestigio. Si era abituati a vedere, nei manifesti, risaltati i nomi di noti attori, come Morelli-Stoppa, Maltagliati-Benassi, Proclemer-Albertazzi, Valli-De Lullo- FalK, Moriconi-Mauri, insomma si faceva presto a capire cosa andavi a vedere e con chi. I Teatri […]
15 Giugno 2024

Chi ha paura dei premi Nobel? Tre piccoli gioielli...

Alessandra Calanchi, «Girodivite»

Ho trovato questi tre piccoli gioielli contestualmente – mea culpa – alla scoperta di una piccola e formidabile casa editrice di nicchia (CUE Press). I tre volumetti in questione riguardano Jon Fosse, norvegese, premio Nobel per la Letteratura 2023, passato quasi inosservato ai più, anche se considerato dai critici il nuovo Ibsen o il nuovo […]
12 Maggio 2024

Il dolce stil no

Federico Platania, «SamuelBeckett.it»

È indicata come ‘avvertenza’ nel volume, quasi un voler mettere le mani avanti, l’informazione che le pagine che abbiamo tra le mani non sono nate da un progetto autonomo bensì prendono vita in forma di ‘resto’, di ‘avanzo’ del poderoso Meridiano dedicato a Beckett uscito solo pochi mesi fa. Sto parlando del volume Il dolce stil no di Gabriele […]