Logbook

Approfondimenti, interviste, recensioni e cultura: il meglio dell’editoria e delle arti da leggere, guardare e ascoltare.

9 Febbraio 2026

Premio Limina 2025

Premio d’eccellenza nell’ambito degli studi sul cinema e sui media

Il Premio Limina è un prestigioso riconoscimento, nato nel 2003 da un’idea di Leonardo Quaresima e conferito annualmente dalla Cuc – Consulta Universitaria del Cinema, alle migliori pubblicazioni nell’ambito degli studi sul cinema e sui media.

In occasione della sua ventiduesima edizione, Cue Press si è aggiudicata il premio per la categoria Miglior Traduzione di un Importante Contributo agli Studi sul Cinema e sui Media con il volume Scritti americani. Saggi su cinema e cultura popolare di Siegfried Kracauer (traduzione di Gabriele Prosperi, con prefazione di Emiliano Morreale).

Durante la cerimonia, tenutasi il 9 febbraio 2026 all’Università di Pisa, l’Assemblea Plenaria ha conferito il premio con la seguente motivazione:

Il volume, curato da Kristy Rawson e Johannes von Moltke, impreziosito dalla traduzione di Gabriele Prosperi e dalla prefazione di Emiliano Morreale per i tipi di Cue Press, rappresenta un evento editoriale di assoluto rilievo. Il libro, che raccoglie i testi di Kracauer dopo il suo approdo negli Stati Uniti, costituisce un nucleo importantissimo di riflessioni d’ampio raggio, fino ad oggi rimasto pressoché inaccessibile al di fuori del contesto americano. Questa edizione restituisce dunque piena completezza all’evoluzione della fisionomia intellettuale del saggista e offre al pubblico italiano l’opportunità di confrontarsi con lo sguardo pragmatico, sociologico e letterario portato avanti dalla critica statunitense, di rado approfondito nell’ambito di studi nostrano.

Oltre al volume vincitore, sono editi da Cue Press anche gli altri due titoli finalisti della medesima categoria: Suoni nello spazio. All’ascolto della space opera cinematografica di Michel Chion (a cura di Giovanni Maria Rossi con contributi di Sandra Lischi) e La recitazione cinematografica di James Naremore (a cura di Giulia Carluccio, Mariapaola Pierini e Giovanna Maina, traduzione di Giovanna Maina e Ada Caterina Nanni).

CUC

Teatro
7 Febbraio 2026

Attenti all’invasione di corpi estranei!

Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»

Esistono libri accademici, a volte anche noiosi, il cui contributo scientifico alla Storia del Teatro è fuori discussione, ed esistono libri non accademici, magari nati in un studio radiofonico o in una redazione di giornale, generati da confronti con gli artisti, che hanno un intrinseco valore epistemologico e che, spesso, diventano necessari per capire i libri accademici o che aiutano a capire certi fenomeni che possono essere sfuggiti agli studiosi.


Nel volume Gente di teatro, di Andrea Porcheddu, edito da Cue Press, vediamo vagabondare categorie di teatranti che appartengono a generazioni diverse, oltre che assistere ad esperienze formative eterogenee, in alcuni casi persino rivoluzionarie, perché quella gente ha fatto del teatro un mezzo per cambiare il mondo, non certo, quello cosmico, ma quello molto più piccolo dello spettacolo.


L’autore appartiene, come me e tanti altri, alla Gente di Teatro, con le dovute differenze, perché c’è chi lo fa, chi lo organizza, chi lo segue professionalmente, chi ne è spettatore che, antropologicamente parlando, si differenzia per le proprie scelte che possono essere di carattere intellettuale o di intrattenimento.

Si tratta di un pubblico che può fare parte della gente di teatro e che desidera differenziarsi da un pubblico che usurpa quel titolo, come lo usurpano certi finti attori che provengono dagli studi televisivi che, dopo alcune apparizioni, si sentono in grado di salire sul palcoscenico e di considerarsi parte della gente di teatro. Bisogna, quindi, attentamente distinguere tra chi lo è veramente da chi ne sottrae il titolo, perché proveniente da altre professionalità come il filosofo, lo storico, il giornalista, persino il gastronomo.


Tutti salgono sul palcoscenico, ma non sono gente di teatro, trattandosi di personaggi noti, con una loro specifica preparazione culturale, dei quali si sono impossessate certe Agenzie che pretendono, per una sola serata, con un solo personaggio, dodicimila euro, che è il costo di una Compagnia di almeno dieci persone che propone classici del teatro antico o contemporaneo. Si tratta di gente non certo di teatro che ha un suo pubblico, non di teatro, che fa le sue tournée e che assapora l’ebrezza del palcoscenico.


La Gente di Teatro a cui fa riferimento Andrea Porcheddu, nel suo libro, è gente che ha inventato gli impresari e gli organizzatori, che ha rivoluzionato la scena internazionale, che è fatta di attori, attrici, registi che appartengono già a una fetta di Storia del teatro.
Tanto per farmi capire, sono presenti, nel libro, in ordine rigorosamente alfabetico: Anton Giulio Bragaglia, Georg Buchner, Ivo Chiesa, Edith Craig, Leo De Berardinis, Lillian Hellman, Asja Lacis, Judith Malina, Christofer Marlow, Vsevolod Mejerchol’d, Joe Orton, Remigio Paone, Annibale Ruccello, Jia Ruskaja, Helen Weigel.
Si tratta di personaggi protagonisti di una trasmissione radiofonica, di provenienze e di professionalità teatrali diverse, le cui storie di vita, sono state raccolte in volume perché hanno ancora qualcosa da dirci e da dire in particolar modo a tutti quei giovani che studiano teatro o che vogliono fare gli attori. Capiranno come, per costoro, il teatro sia diventato la loro vita e loro lo hanno scelto anche per fare la rivoluzione, per opporsi ai regimi autoritari, per mettere la loro professionalità al servizio degli altri, con intenti pedagogici, che hanno inventato le performance, facendo del proprio corpo un manifesto dal forte impatto politico, sfidando epoche buie come quelle di Mussolini, Stalin, McCarthy… Insomma, si tratta di Gente di Teatro che, dedicando la loro vita alla causa del teatro, l’hanno dedicata anche a quella che non è gente di teatro.

Andrea Porcheddu foto Matilde Pisani
26 Gennaio 2026

Il filosofo, lo storico eccetera, tanti aspirano a salire su un palcoscenico. Ma essere Gente di Teatro è tutt’altra cosa

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Esistono libri accademici, a volte anche noiosi, il cui contributo scientifico alla Storia del Teatro è fuori discussione, ed esistono libri non accademici, magari nati in un studio radiofonico o in una redazione di giornale, generati da confronti con gli artisti, che hanno un intrinseco valore epistemologico e che, spesso, diventano necessari per capire i libri accademici o che aiutano a capire certi fenomeni che possono essere sfuggiti agli studiosi.


Nel volume Gente di teatro, di Andrea Porcheddu, edito da Cue Press, vediamo vagabondare categorie di teatranti che appartengono a generazioni diverse, oltre che assistere ad esperienze formative eterogenee, in alcuni casi persino rivoluzionarie, perché quella gente ha fatto del teatro un mezzo per cambiare il mondo, non certo, quello cosmico, ma quello molto più piccolo dello spettacolo.


L’autore appartiene, come me e tanti altri, alla Gente di Teatro, con le dovute differenze, perché c’è chi lo fa, chi lo organizza, chi lo segue professionalmente, chi ne è spettatore che, antropologicamente parlando, si differenzia per le proprie scelte che possono essere di carattere intellettuale o di intrattenimento.

Si tratta di un pubblico che può fare parte della gente di teatro e che desidera differenziarsi da un pubblico che usurpa quel titolo, come lo usurpano certi finti attori che provengono dagli studi televisivi che, dopo alcune apparizioni, si sentono in grado di salire sul palcoscenico e di considerarsi parte della gente di teatro. Bisogna, quindi, attentamente distinguere tra chi lo è veramente da chi ne sottrae il titolo, perché proveniente da altre professionalità come il filosofo, lo storico, il giornalista, persino il gastronomo.


Tutti salgono sul palcoscenico, ma non sono gente di teatro, trattandosi di personaggi noti, con una loro specifica preparazione culturale, dei quali si sono impossessate certe Agenzie che pretendono, per una sola serata, con un solo personaggio, dodicimila euro, che è il costo di una Compagnia di almeno dieci persone che propone classici del teatro antico o contemporaneo. Si tratta di gente non certo di teatro che ha un suo pubblico, non di teatro, che fa le sue tournée e che assapora l’ebrezza del palcoscenico.


La Gente di Teatro a cui fa riferimento Andrea Porcheddu, nel suo libro, è gente che ha inventato gli impresari e gli organizzatori, che ha rivoluzionato la scena internazionale, che è fatta di attori, attrici, registi che appartengono già a una fetta di Storia del teatro.
Tanto per farmi capire, sono presenti, nel libro, in ordine rigorosamente alfabetico: Anton Giulio Bragaglia, Georg Buchner, Ivo Chiesa, Edith Craig, Leo De Berardinis, Lillian Hellman, Asja Lacis, Judith Malina, Christofer Marlow, Vsevolod Mejerchol’d, Joe Orton, Remigio Paone, Annibale Ruccello, Jia Ruskaja, Helen Weigel.
Si tratta di personaggi protagonisti di una trasmissione radiofonica, di provenienze e di professionalità teatrali diverse, le cui storie di vita, sono state raccolte in volume perché hanno ancora qualcosa da dirci e da dire in particolar modo a tutti quei giovani che studiano teatro o che vogliono fare gli attori. Capiranno come, per costoro, il teatro sia diventato la loro vita e loro lo hanno scelto anche per fare la rivoluzione, per opporsi ai regimi autoritari, per mettere la loro professionalità al servizio degli altri, con intenti pedagogici, che hanno inventato le performance, facendo del proprio corpo un manifesto dal forte impatto politico, sfidando epoche buie come quelle di Mussolini, Stalin, McCarthy… Insomma, si tratta di Gente di Teatro che, dedicando la loro vita alla causa del teatro, l’hanno dedicata anche a quella che non è gente di teatro.

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Roy menarini
25 Gennaio 2026

Il cinema contemporaneo interpreta le tensioni del presente. Intervista a Roy Menarini

Redazione
Il suo volume parla di ‘cinema contemporaneo’: come lo si può definire?

Un cinema molto difficile da identificare, che affronta inconsciamente le tensioni del presente (politiche, climatiche, sociali, sanitarie) e le rielabora ogni volta con un diverso approccio.

Quali sono gli aspetti più riconoscibili dei film nel ventunesimo secolo? 

Rispetto a quello del passato il cinema contemporaneo non ha il tempo di radicarsi nell’immaginario collettivo perché i film escono in numero massiccio e non hanno più lo statuto che avevano nel Novecento. Eppure, il cinema contemporaneo è interessante tanto quanto quello del passato poiché è in grado di intercettare alcuni degli aspetti principali della nostra contemporaneità ed è comunque il medium più importante e più interessante con cui fare i conti. Inoltre, il ritorno in sala di tanti classici restaurati stimola anche gli autori di oggi.

Nel libro definisce Ratatouille una «perfetta metafora del cinema contemporaneo»: perché e quali sono secondo lei gli aspetti più rilevanti?

Ci sono tante cose nel film Ratatouille che ci riportano all’oggi, per esempio alla vicinanza con l’esperienza estetica, che è diventata così importante negli ultimi tempi per cui vedere un film o assaggiare un piatto sono un po’ delle ossessioni, ossessioni del gusto e dell’esperienza in epoca contemporanea. D’altra parte vediamo anche la competenza del non professionista, che è un altro elemento tipico del nostro modo dei social media. Qui abbiamo un topolino estremamente in gamba che riesce a diventare un grande cuoco contro tutte le gerarchie (sappiamo quanto esse siano qualcosa che sta scomparendo nel mondo contemporaneo). Inoltre c’è anche una questione sulla tecnologia applicata al cinema, in questo caso applicata all’animazione, che rende i film molto più attraenti per il pubblico contemporaneo; e in generale c’è anche la vecchia visione dell’Europa da parte di Hollywood, che getta un ponte tra culture occidentali che oggi fanno un po’ fatica a parlarsi.

In quale direzione si sta muovendo il cinema di oggi?

Il cinema di oggi non sembra avere una direzione precisa, sarebbe impossibile indicarne una sola, tanto è vero che nel mio libro ho cercato di osservare ben venti categorie. Da questo punto di vista diciamo che è un cinema sospeso tra il passato e il futuro e sembra avere difficoltà a mettere a fuoco il presente. D’altra parte sappiamo bene come il ventunesimo secolo sia un secolo estremamente complicato, segnato da una crisi economica, dalle guerre, dalla pandemia e da uno sconvolgimento degli assetti occidentali e orientali. Il cinema è un gradiente, un reattore, qualcosa che ha a che fare con tutto quello che sta avvenendo e sembra anche aver lasciato il Novecento per salpare verso un futuro anche tecnologico; basti pensare al rapporto tra cinema in sala e cinema in piattaforma, di cui non sappiamo ancora prevedere esattamente i connotati futuri.

Un piccolo assaggio: cosa troveremo ne Il film nel XXI secolo?

Nel volume ho cercato di costruire una mappa, ho cercato di offrire in questo percorso molto rizomatico alcuni punti fermi retrospettivi, poiché quello che sappiamo è solamente quello che è successo in questi venticinque anni. Vediamo quanto il cinema cerchi di essere resiliente nei confronti di una situazione mediale completamente cambiata e come cerchi anche di essere ancora oggi il punto di riferimento per tanti spettatori che non credono alla frantumazione dei media o all’elemento pulviscolare dei testi audiovisivi. Che cercano nella forma film ancora qualcosa di stabile e duraturo. Ed effettivamente i film del ventunesimo secolo stanno cercando di offrire percorsi chiari e di dare una forza narrativa estetica a un presente caotico. Questi sono i punti fermi che cerco di offrire nel volume, citando tantissimi film, dai più rilevanti culturalmente, ai più piccoli, che spesso hanno qualcosa da dirci per questa sorta di costellazione del contemporaneo.

Tairov foto
23 Gennaio 2026

Aleksandr Tairov: il teatro delle emozioni

Giulia Bravi, «Drammaturgia»

Con Aleksandr Tairov: il teatro delle emozioni Silvana De Vidovich prova a rispondere a una serie di quesiti che riguardano le vicende artistiche e biografiche del regista russo, maturate nel fertile contesto avanguardista del primo Novecento. L’intenzione dell’autrice è quella di denunciare la lacuna storiografica che non ha permesso, almeno fino al 2014, lo svilupparsi di linee di ricerca nuove, volte a ricalibrare la prospettiva di indagine sull’artista attraverso l’uomo. «Cosa resta delle sue idee?» – si chiede – «Era un maestro? Un innovatore? Un rivoluzionario? Un esteta? Uno straordinario artigiano, sia pur colto e raffinato? O solo un mestierante? È mai esistito un sistema tairoviano?» (p. 13).

Il volume presenta una suddivisione in due parti: una prima in cui si ripercorrono le vicende biografiche di Aleksandr Jakovlevič Tairov (pseudonimo di Aleksandr Kornblit) in ottica storiografica; una seconda in cui sono ricostruiti gli spettacoli più significativi per la definizione della poetica tairoviana nel segno, appunto, delle ‘emozioni’ che intende suscitare nei suoi spettatori. Eloquenti, in tal senso, le fonti di natura iconografica riprodotte a chiusura dei capitoli. Seguono le appendici In scena e Dietro le quinte – una selezione di scritti teorici tradotti in italiano che testimoniano, tra le altre, le pratiche laboratoriali del maestro –, e una cronologia degli spettacoli realizzati tra il 1914 e il 1949.

L’esordio di questo viaggio biografico-critico è affidato alle voci degli studiosi e dei contemporanei del maestro chiamate a raccolta dall’autrice, non ultimi gli stessi Mejerchol’d e Stanislavskij. Tra le molte testimonianze emerge anche quella di Silvio d’Amico che, in occasione di una recita romana del 1929, fissa su carta l’inquietudine «aristocratica e nervosa» del maestro (p. 20). La galleria di fantasmi illustri si dissolve, quindi, per lasciare spazio alla «vita sulla scena» (p. 18) di Aleksandr Tairov: dagli esordi attoriali, al debutto con La baracca dei saltimbanchi (Balagančik) di Aleksandr Blok (1906), per la regia di Mejerchol’d, fino all’incontro con l’attrice Alisa Koonen che diverrà la sua musa e compagna di vita. Di questi primi anni De Vidovich registra la crescente passione per la pantomima e le arlecchinate, nonché l’attrazione per l’Oriente, praticate nelle sperimentazioni del Teatro Kamernyj. Seguiamo, dunque, il maestro nelle sue reazioni artistiche al contesto contemporaneo, attraverso la Grande Guerra e la Rivoluzione d’Ottobre, tra contesti politici ed economici che mutano, tra censure e polemiche. E, ancora, diventiamo testimoni delle grandi tournées europee e americane, non tralasciando le tappe italiane, e del declino degli anni Trenta, sotto il peso del regime, che culminerà nella morte di Mejerchol’d (1940), una ferita difficile da rimarginare.

L’affondo nella pratica teatrale del maestro si consuma nei tre capitoli finali, dedicati alle rappresentazioni. I dodici spettacoli musicali realizzati tra il 1912 e il 1948 (arlecchinate, varietà e commedie musicali), in cui le suggestioni derivate dall’immaginario novecentesco legato alla Commedia dell’Arte incoraggiano l’idea di un teatro teatrale e di teatro come arte dell’attore, più che di un veicolo per ideali politici; il lavoro sui testi che seguono la «linea del mistero e della tragedia» (p. 206), come la leggendaria Fedra (1922); infine, il cosiddetto ciclo americano, Lo scimmione (1926), Desiderio sotto gli olmi di (1926) e Tutti i figli di Dio hanno le ali (1929) di Eugene O’Neille La schiavitù delle macchine di Sophie Treadwell (1933).

L’excursus evidenzia una «continua ricerca espressiva» (p. 207), mai esasperata, che spinge Tairov a praticare più generi, rispondendo, in tal modo, anche alla crisi drammaturgica contemporanea: dalla rivisitazione dei classici, ai drammi contemporanei, alle tragedie, alle operette, agli spettacoli musicali, fino alla collaborazione con autori contemporanei come Vsevolod Višnevskij. Ogni messa in scena prevede una cura profonda per la recitazione dei suoi attori, per la realizzazione delle scene e dei costumi e per l’elemento musicale. Sono, quindi, prese in esame le relazioni artistiche maturate con attori e registi del suo tempo – ampio spazio è lasciato alla Koonen «figura che incarna l’idea stessa di eccezionalità teatrale di Tairov» (N. Arrigoni, Silvana De Vidovich e Aleksandr Tairov: una ricerca sul teatro come destino umano, in «Sipario», 13 gennaio 2026), nonché le fertili collaborazioni con scenografi e pittori come Aleksandra Ekster e AleksandrVesnin, Vladimir e Georgij Stenberg, Konstantin Meduneckij, Vladimir Tatlin, Natal’ja Gončarova, Evgenij Kovalenko e Valentina Krivošeina. Non ultime, le relazioni politiche con figure chiave come Anatolij Lunačarskij che garantirà la sopravvivenza del Kamernyj, gettando su di esso e sul suo fondatore quell’ombra del “favoritismo” «che sarebbe inutile negare» (p. 61).

All’attività di regista, Tairov affianca quella di teorico teatrale, dando vita in primo luogo alla rivista «Masterstvo Teatra» («Il mestiere del teatro») e al volume Appunti di un regista del 1921. Il volumetto è stato ripubblicato dalla stessa De Vidovich nel 2020, sempre per Cue Press. Oltre alle note critiche include la traduzione dell’autobiografia di Tairov, nella versione del 1928. La guerra, la Rivoluzione d’Ottobre e la successiva mutazione del contesto politico ed economico influiscono inevitabilmente sia sulle teorie che sulle prassi di Tairov. Ne sono prova I proclami di un artista, ‘manifesto artistico’ pubblicato alla fine del 1917 sotto forma di sei brevi capitoli. Tra slanci evoluzionari e teorie di ‘democratizzazione dell’arte’, Tairov costruisce il proprio pensiero teorico che investe tutte le figure gravitanti nell’universo teatrale, non solo gli attori. De Vidovich individua proprio nella connivenza tra pensiero teorico e pratica teatrale, una delle cifre del suo teatro, protagonista, non a caso, dei dibattiti intellettuali che hanno animato la Russia del primo Novecento.

Aleksandr Tairov: il teatro delle emozioni, oltre a offrire un magistrale lavoro di traduzione, si presenta come punto d’arrivo di una riflessione di lunga data che prova a tenere insieme, nel segno della stratificazione, le molteplici esperienze, le prassi e il pensiero del maestro russo.

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Tairov ottimizzato
23 Gennaio 2026

Silvana De Vidovich – Aleksandr Tairov: il teatro delle emozioni

Giulia Bravi, «Drammaturgia»

Con Aleksandr Tairov: il teatro delle emozioni Silvana De Vidovich prova a rispondere a una serie di quesiti che riguardano le vicende artistiche e biografiche del regista russo, maturate nel fertile contesto avanguardista del primo Novecento. L’intenzione dell’autrice è quella di denunciare la lacuna storiografica che non ha permesso, almeno fino al 2014, lo svilupparsi di linee di ricerca nuove, volte a ricalibrare la prospettiva di indagine sull’artista attraverso l’uomo. «Cosa resta delle sue idee?» – si chiede – «Era un maestro? Un innovatore? Un rivoluzionario? Un esteta? Uno straordinario artigiano, sia pur colto e raffinato? O solo un mestierante? È mai esistito un sistema tairoviano?» (p. 13).

Il volume presenta una suddivisione in due parti: una prima in cui si ripercorrono le vicende biografiche di Aleksandr Jakovlevič Tairov (pseudonimo di Aleksandr Kornblit) in ottica storiografica; una seconda in cui sono ricostruiti gli spettacoli più significativi per la definizione della poetica tairoviana nel segno, appunto, delle “emozioni” che intende suscitare nei suoi spettatori. Eloquenti, in tal senso, le fonti di natura iconografica riprodotte a chiusura dei capitoli. Seguono le appendici In scena e Dietro le quinte – una selezione di scritti teorici tradotti in italiano che testimoniano, tra le altre, le pratiche laboratoriali del maestro –, e una cronologia degli spettacoli realizzati tra il 1914-49.

L’esordio di questo viaggio biografico-critico è affidato alle voci degli studiosi e dei contemporanei del maestro chiamate a raccolta dall’autrice, non ultimi gli stessi Mejerchol’d e Stanislavskij. Tra le molte testimonianze emerge anche quella di Silvio d’Amico che, in occasione di una recita romana del 1929, fissa su carta l’inquietudine «aristocratica e nervosa» del maestro (p. 20). La galleria di fantasmi illustri si dissolve, quindi, per lasciare spazio alla «vita sulla scena» (p. 18) di Aleksandr Tairov: dagli esordi attoriali, al debutto con La baracca dei saltimbanchi (Balagančik) di Aleksandr Blok (1906), per la regia di Mejerchol’d, fino all’incontro con l’attrice Alisa Koonen che diverrà la sua musa e compagna di vita. Di questi primi anni De Vidovich registra la crescente passione per la pantomima e le arlecchinate, nonché l’attrazione per l’Oriente, praticate nelle sperimentazioni del Teatro Kamernyj. Seguiamo, dunque, il maestro nelle sue reazioni artistiche al contesto contemporaneo, attraverso la Grande Guerra e la Rivoluzione d’Ottobre, tra contesti politici ed economici che mutano, tra censure e polemiche. E, ancora, diventiamo testimoni delle grandi tournées europee e americane, non tralasciando le tappe italiane, e del declino degli anni Trenta, sotto il peso del regime, che culminerà nella morte di Mejerchol’d (1940), una ferita difficile da rimarginare.

L’affondo nella pratica teatrale del maestro si consuma nei tre capitoli finali, dedicati alle rappresentazioni. I dodici spettacoli musicali realizzati tra il 1912 e il 1948 (arlecchinate, varietà e commedie musicali), in cui le suggestioni derivate dall’immaginario novecentesco legato alla Commedia dell’Arte incoraggiano l’idea di un teatro teatrale e di teatro come arte dell’attore, più che di un veicolo per ideali politici; il lavoro sui testi che seguono la «linea del mistero e della tragedia» (p. 206), come la leggendaria Fedra (1922); infine, il cosiddetto ciclo americano, Lo scimmione (1926), Desiderio sotto gli olmi (1926) e Tutti i figli di Dio hanno le ali (1929) di Eugene O’Neille La schiavitù delle macchine di Sophie Treadwell (1933).

L’excursus evidenzia una «continua ricerca espressiva» (p. 207), mai esasperata, che spinge Tairov a praticare più generi, rispondendo, in tal modo, anche alla crisi drammaturgica contemporanea: dalla rivisitazione dei classici, ai drammi contemporanei, alle tragedie, alle operette, agli spettacoli musicali, fino alla collaborazione con autori contemporanei come Vsevolod Višnevskij. Ogni messa in scena prevede una cura profonda per la recitazione dei suoi attori, per la realizzazione delle scene e dei costumi e per l’elemento musicale. Sono, quindi, prese in esame le relazioni artistiche maturate con attori e registi del suo tempo – ampio spazio è lasciato alla Koonen «figura che incarna l’idea stessa di eccezionalità teatrale di Tairov» (N. Arrigoni, Silvana De Vidovich e Aleksandr Tairov: una ricerca sul teatro come destino umano, in «Sipario», 13 gennaio 2026), nonché le fertili collaborazioni con scenografi e pittori come Aleksandra Ekster e AleksandrVesnin, Vladimir e Georgij Stenberg, Konstantin Meduneckij, Vladimir Tatlin, Natal’ja Gončarova, Evgenij Kovalenko e Valentina Krivošeina. Non ultime, le relazioni politiche con figure chiave come Anatolij Lunačarskij che garantirà la sopravvivenza del Kamernyj, gettando su di esso e sul suo fondatore quell’ombra del ‘favoritismo’ «che sarebbe inutile negare» (p. 61).

All’attività di regista, Tairov affianca quella di teorico teatrale, dando vita in primo luogo alla rivista «Masterstvo Teatra» («Il mestiere del teatro») e al volume Appunti di un regista del 1921. Il volumetto è stato ripubblicato dalla stessa De Vidovich nel 2020, sempre per Cue Press. Oltre alle note critiche include la traduzione dell’autobiografia di Tairov, nella versione del 1928. La guerra, la Rivoluzione d’Ottobre e la successiva mutazione del contesto politico ed economico influiscono inevitabilmente sia sulle teorie che sulle prassi di Tairov. Ne sono prova I proclami di un artista, ‘manifesto artistico’ pubblicato alla fine del 1917 sotto forma di sei brevi capitoli. Tra slanci evoluzionari e teorie di «democratizzazione dell’arte», Tairov costruisce il proprio pensiero teorico che investe tutte le figure gravitanti nell’universo teatrale, non solo gli attori. De Vidovich individua proprio nella connivenza tra pensiero teorico e pratica teatrale, una delle cifre del suo teatro, protagonista, non a caso, dei dibattiti intellettuali che hanno animato la Russia del primo Novecento.

Aleksandr Tairov: il teatro delle emozioni, oltre a offrire un magistrale lavoro di traduzione, si presenta come punto d’arrivo di una riflessione di lunga data che prova a tenere insieme, nel segno della stratificazione, le molteplici esperienze, le prassi e il pensiero del maestro russo.

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Emma dante alla biennale di venezia
18 Gennaio 2026

Emma Dante e il teatro della metamorfosi, il libro di Anna Barsotti che svela un linguaggio rivoluzionario

Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»

Nel 2009, nella Collana «Percorsi critici», delle edizini Ets, Anna Barsotti pubblicò un libro determinante per meglio capire uno di quei fenomeni teatrali che appaiono come meteore all’insaputa di tutti.
Fummo in parecchi a rimanere turbati da spettacoli come mPalermu, Carnezzeria, Vita mia, si trattava di un turbamento che partiva direttamente dalle tavole del palcoscenico sulle quali si verificavano delle azioni, il cui valore antropologico appariva indiscutibile, dato che Emma Dante si era costruito un suo nucleo familiare che apparteneva a un gruppo sociale, quello di una famiglia siciliana, anzi, palermitana che si caratterizzava per un uso atavico della violenza che la giovane regista costruiva direttamente sulla scena, essendo per lei questa, la pagina, in cui sapeva scrivere meglio, magari attraverso un linguaggio inventato.


Anna Barsotti dedicò, alla trilogia, un libro, Il linguaggio teatrale di Emma Dante, utilizzando una metodologia esemplare, avendo indirizzato le sue indagini proprio verso il linguaggio, convinta, come lo eravamo in molti, che ogni rivoluzione artistica fosse una rivoluzione linguistica.
Anna Barsotti però intendeva, per linguaggio, non quello dei testi, ma quello che nasceva sul palcoscenico, il cui modello era da ricercare in Kantor, essendo un linguaggio originato dal contatto col corpo degli attori, con gli oggetti di scena, con lo spazio visivo e sonoro, insomma con tutto ciò che rende «mobile» la drammaturgia della Dante.


Forse bisognerà partire dalla parola «mobile» per comprendere la parola «metamorfosi» che sta a base del nuovo libro  che la Barsotti ha pubblicato per Cue Press, col titolo: Le metamorfosi del teatro di Emma Dante, che ha diviso in due parti, la prima attenta alle «svolte» e all’affermarsi di una «Lingua ignota», la seconda più attenta all’analisi delle opere messe in scena da Emma Dante: Mischelle di Sant’Oliva, Le Pulle, La trilogia degli occhiali, Le sorelle Macaluso, ai quali farà seguire testi che avevano a che fare con le Favole e  con i Miti, che a mio avviso avevano alterato sia il linguaggio che la forma scenica, ma che hanno contribuito a quelle che Anna Barsotti definisce «metamorfosi», originate, a suo avviso, da innesti provenienti da altri generi, oltre che da altri mondi, come quello della classicità e della Favola secentesca di Basile.


Non ci sono dubbi sul fatto che la vena creativa della Dante fosse tanto più originale, quanto più riesca ad addentrarsi nel nucleo familiare che per lei rappresenta il nucleo archetipale, ben poco assoggettato alla metamorfosi, come è accaduto con l’ultimo suo spettacolo, L’angelo del focolare, non presente nel libro che si conclude con Bestie di scena, dove l’autrice ritorna, sempre antropologicamente parlando, a un tempo preistorico, prelinguistico, se vogliamo, animalesco, a una comunità di essere primitivi, nella quale si consuma un‘azione molto cara alla Dante, usata spesso nei sui spettacoli, quella della vestizione e della svestizione.


La «lingua ignota» viene ridotta a «lingua balbettio», come ad indicare un percorso a ritroso, ovvero ad un inizio che è anche una fine, ad una evoluzione che, qualche volta, diventa involuzione, insomma a quel processo metamorfico che, secondo Anna Barsotti, collocherebbe Emma Dante nell’ambito del Teatro Postdrammatico.


Ci si trova dinanzi a un libro che ritengo necessario per meglio conoscere il mondo poetico della Dante, per individuarne le strutture performative, la modulistica scenica, per capire la differenza tra linguaggio verbale con la sua matrice paralinguistica e linguaggio che nasce a contatto con la scena.
Il volume è arricchito da una attenta iconografia degli spettacoli analizzati.

Lucy kirkwood foto
14 Gennaio 2026

Lucy Kirkwood – Una donna giudicata da altre donne

Valeria Ottolenghi, «Gazzetta di Parma»

«Hai lo stomaco in subbuglio?», «Ti gira la testa?», «Soffri di rutti acidi?», «Le tue mammelle sono morbide?», «Sei cosi stanca che non riesci a tenere gli occhi aperti?»: le domande si fanno incalzanti.

Perché quello è il compito assegnato: devono stabilire loro, le Matrone che compongono la giuria, se Sally Poppy, «ventuno anni o giù di lì», accusata di omicidio, possa essere impiccata. Questa la legge: nel caso l’imputata aspetti un figlio dev’essere salvata, non più condannata a morte ma deportata in America. È un testo drammaturgico colmo di tensione, dai molteplici colpi di scena L’Empireo di Lucy Kirkwood, autrice teatrale inglese che ha meritato i più alti riconoscimenti – e quest’opera, pubblicata da Cue Press (pag. 80, euro 19,99), traduzione di Monica Capuani, riesce a mantenere insieme, intrecciare magnificamente, non solo più tematiche ma anche diverse forme narrative.

Si avverte una forte suspence ma intanto si svela la condizione femminile, spazio e tempo sono definiti, marzo 1759, «al confine tra Norfolk e Suffolk, Inghilterra», ma ci sono slittamenti che sottraggono limiti, confini, come per l’apparizione della donna delle pulizie che, verso la fine, entra in scena con aspirapolvere e walkman anni ottanta, si colgono aspetti sociologici, di potere, mentre la forte caratterizzazione delle singole protagoniste riesce a convivere con il senso di coralità trasmesso da questo gruppo di donne convocate per prendere una decisione tanto difficile, che interroga la coscienza.

Non si è avuto modo di vedere la messa in scena che ha osato affrontare Serena Sinigaglia, ma s’immagina un impegno di straordinaria complessità: l’Empireo del titolo, The Welkin, la volta più lontana, immobile, è il Cielo nominato più volte, anche come invocazione, ma ritorna come riferimento anche per il passaggio della cometa di Halley. Lo spettacolo non è in programma in Emilia-Romagna, tuttavia – anche per la lettura, davvero avvincente – si preferisce qui non dire troppo: anche se l’opera della Kirkwood è di grande interesse da molteplici prospettive non si vuole sottrarre il gusto dell’attesa.

Di chi era veramente figlia Sally? E: verrà impiccata? Davvero aspettava un bambino. Nell’elenco dei personaggi c’è anche una precisa didascalia: Coombes, il funzionario che si vedrà poi chiuso con le dodici donne della giuria che ha il compito di capire se Sally sia incinta, deve apparire, nella prima scena con Elizabeth, come un uomo buono, il legame tra loro «venato d’amore quanto di carica erotica». Come mai questa sottolineatura? Anche lui svelerà comportamenti inattesi? Era morta una ragazzina, Alice, figlia della ricca, dominante famiglia Wax, che esercitava il suo potere in tante forme, il capofamiglia anche esigendo rapporti sessuali con le giovanissime lavoranti della casa.

La prima scena è una sorta di prologo. Sally, che era scomparsa di casa, torna dal marito: è tutta insanguinata, vuole prendere i suoi soldi, che era riuscita a risparmiare, ma che ora non trova più. Deve andare via. «Avrò un bambino. E non è tuo». Fred la insulta e domanda che Dio la perdoni.
La battuta che segue è folgorante, una metafisica conquistata fisicamente, «Dio è dentro di noi. Nel corpo… È nel sangue, nella carne, nel cervello». È ricco di queste intuizioni, a tratti anche ingenue, dalle sfumature comiche, L’Empireo, salti del pensiero che incrociano superstizioni, credenze proprie della cultura orale. Elisabeth «trentacinque anni, più o meno», levatrice, pare lei inizialmente guidare il gruppo delle Matrone. È dura con i genitori di Alice, anche con la madre, una donna a cui la vita non aveva mai tolto niente, che forse si sarebbe addolcita nel dolore, «come una brina su mia rapa».

Non vorrà neppure pregare insieme alle altre perché Dio le illumini verso un giusto verdetto. Un uomo era appena stato impiccato per l’assassinio della piccola Alice, certa la complicità di Sally, che è spaventata, in particolare per le urla che vengono da fuori, la folla furiosa, inferocita, che pretende la sua morte pubblica. Si parla molto dell’esperienza del parto, ma c’è anche chi è arrabbiata per non essere riuscita ad avere figli. Ci sono storie di aborti, di bimbi nati morti. E sempre tanto, tantissimo è il lavoro per le donne. Kitty, quando arriverà il momento dei saluti, dirà che in fondo era stato bello stare fuori casa tutto il giorno. Commovente la visione di Sally che, mentre sognava un uomo mandato dal cielo, era arrivato davvero: unica differenza il colore del cavallo! lei aveva capito che era perduta e che avrebbe fatto tutto quello che lui le avrebbe chiesto… Anche se ai primi mesi di gravidanza – ammesso che così fosse – il primo latte che esce dal seno potrebbe essere un buon sintomo… O è forse meglio chiamare un medico? Elisabeth si sente ferita: perché la parola di un dottore dovrebbe valere più della sua? Ma il Settecento è il secolo dell’illuminismo: il confronto è anche con la razionalità, con le certezze della scienza. Tuttavia sembra sia sempre più facile indagare quanto accade in cielo: «È proprio strano – dirà Ann – conosciamo il movimento di una cometa lontana migliaia di chilometri più di come funziona il corpo di una donna».

Nella copertina del libro c’è la foto di Arianna Scommegna, una delle attrici più grandi oggi in Italia, innumerevoli i premi: s’immagina sia suo il ruolo di Elisabeth che, nel cuore del testo, lotterà per raggiungere l’unanimità necessaria per provare a salvare Sally: «Io vi chiedo di sperare in lei, in modo che senta che è degna di speranza».

Gianfranco pedullà testro del mare
13 Gennaio 2026

La città invisibile. Voci e storie nelle carte dei tarocchi – regia Gianfranco Pedullà

Valeria Ottolenghi, «Sipario»

Calvino! Dopo la magnifica Trilogia del mare, di cui si è scritto, e con il più grande entusiasmo, in questo spazio di Sipario, comprendente UlisseMetamorfosi e Una Tempesta, come poter andare avanti? Perché Prospero, in riva al mare, sul molo dell’isola di Gorgona, aveva spezzato la bacchetta magica della creazione teatrale, liberato Ariel, mentre sulla riva si stava celebrando il rito nuziale di Miranda e Ferdinando: altrove nuove storie, avventure, tra ricordi, sogni, speranze? Ma l’isola della tempesta shakespeariana aveva ancora bisogno di nutrirsi dei linguaggi della scena, i detenuti che l’abitavano sentivano l’urgenza di andare avanti.

«Se il lavoro è fondamentale per chi vive in detenzione – ha detto Carlo Mazzerbo, direttore della Colonia Agricola della Gorgona, ora in pensione, che tanto aveva creduto nel progetto di Gianfranco Pedullà – è con il teatro che ho visto le più profonde trasformazioni». Lo sguardo va oltre, si studia per capire meglio, c’è la gioia collettiva del lavoro condiviso, del successo che nasce dall’impegno di ciascuno ma tutti insieme, nel piacere dell’accordo comune.

Ecco, sì: Calvino! Lo scrittore specialista nel moltiplicare narrazioni, creare intrecci, giochi combinatori di personaggi e situazioni: perfetto. E lo scrittore era già sentito come presenza stimolante nella storia del teatro in carcere in Italia: «Destini Incrociati» è stato sin dalle origini il titolo della rassegna internazionale che ogni anno si svolge in diverse città italiane, con il ritorno in Toscana per l’undicesima edizione, la prima avviata proprio tra Firenze e Lastra a Signa con Gianfranco Pedullà e il suo Teatro Popolare d’Arte. E così alla Gorgona il lavoro è ripreso a partire da Le città invisibili di Calvino: Chiara Migliorini, che aveva partecipato alla realizzazione della Trilogia del mare a più livelli, anche attrice di raffinata sensibilità, sempre puntuale, intensa la sua presenza in scena, si è presa la responsabilità di condurre il laboratorio di drammaturgia, raccogliendo racconti, idee, ricordi, visioni dei detenuti, cercando con loro gli spazi più idonei alla messa in scena, anche questo spettacolo itinerante, con l’isola che dialoga, partecipa all’azione in tutti i suoi molteplici aspetti.

Non solo: filo rosso della narrazione sono stati i tarocchi, su cui Calvino aveva studiato a lungo, utilizzandoli proprio per i «Destini Incrociati», nel Castello e poi anche per la Taverna. Così La città invisibile. Voci e storie nelle carte dei Tarocchi ha debuttato quest’estate, tre repliche tra gli ultimi giorni di giugno e il primo di luglio. Partenza dal porto di Livorno. Allora, con infinito rincrescimento, non si era riusciti a vederlo. Ma fortunatamente è stato possibile incontrare questo spettacolo straordinario – così come tutta la trilogia – in occasione della rassegna organizzata dal Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere,
Cntic, che si è svolta dal 12 al 15 novembre tra Firenze, Livorno – e la Gorgona! E proprio per avere il tempo di raggiungere l’isola, andata e ritorno con spettacolo, quest’anno si è aggiunto un quarto giorno agli abituali tre del festival durante il quale si vedono spettacoli nel carcere del territorio, se ne ospitano altri che vengono anche da lontano (in quest’ultima edizione da Civitavecchia e da Brindisi), vengono presentati libri, alcune compagnie illustrano i loro video, si aprono confronti e dibattiti su temi e problemi legati al teatro in carcere.

Il mare di novembre non è quello dell’estate. Onde alte all’andata, ma ancora più forti al ritorno che hanno costretto tutti a stare all’interno con il traghetto che sobbalzava non poco. Ma grande era stata la gioia per quella «città invisibile» ospitata nella rassegna che, in onore di Calvino alla Gorgona, era stato intitolata Le città visibili. L’arte del teatro sulla scena del carcere: lo stesso Pedullà aveva approvato con grande soddisfazione tale scelta. Perché tra i molti compiti del teatro in carcere c’è anche quello della visibilità, mostrare al pubblico l’eccellenza degli spettacoli realizzati dai detenuti, lì dove si va fondendo in un’unica poetica la partecipazione degli interpreti e la cura teatrale dei maestri guida, alla Gorgona insieme a Chiara Migliorini (drammaturgia) e Gianfranco Pedullà (regia) anche Francesco Giorgi (musiche), un trio speciale, eccellenze che insieme moltiplicano il valore, sempre fondamentali le musiche, i suoni, che accompagnano il percorso, le azioni sceniche, in diversi passaggi gli strumenti suonati dagli stessi protagonisti.

«Sono arrivato per ultimo»: è possibile integrarsi da soli, imparare senza che nessuno spieghi? La domanda è rivolta al pubblico. L’arrivo nel giorno in cui tutti avevano creduto che il mondo finisse. Come è stato possibile sopravvivere? Nel laboratorio di scrittura la Migliorini ha sollecitato racconti della memoria e dei desideri che, personali, hanno conquistato sulla scena una dimensione universale. «D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie – dice Marco Polo con Calvino – ma la risposta che dà a una tua domanda». Gli Arcani Maggiori e il suono del violino: ramificazioni narrative e aspetti simbolici in stupefacente fusione. Il tempo svanisce, forse inghiottito dal mare? Il coro ripete «La fine del mondo». Si deve entrare negli spazi della Memoria Perduta. Tra le regole: bisogna avere cura di tutto il gruppo.

Il pubblico segue l’azione in spiazzi, lungo le scale, in sentieri pietrosi, guardando dall’alto o dal basso, oppure mescolato agli interpreti. Alcuni personaggi ritornano, come il Cieco e il Viandante. Diversi i passaggi comici, ma che, per lo più, possiedono l’ambiguità dell’opera aperta, tante le sfumature. E’ all’alba che il sole sa essere potente e delicato. Il cieco può aiutare perché, dice, ha dimestichezza con l’ignoto. A tratti la voce diventa comune. Bisogna fare attenzione: si entra in una crepa del tempo. Ci si trova in una terra che va in salita e in discesa. «Il vento sposta sempre tutto e niente torna mai come prima». Si avverte una forte fisicità di gruppo ad alta comunicazione anche quando è uno solo a parlare. «Quando la campana suonerà quello è il segnale». I desideri che non si possono dire diventano segreti? E’ il coro a rispondere «può essere» a diversi vorrei…i giochi dell’infanzia, il pane caldo…«Vorrei la possibilità di dimostrare di essere una persona migliore…»: sì, può davvero accadere.

Un sogno comune la stessa notte. Le atmosfere sono proprio calviniane. Una donna che corre nella notte: inutile pensare di trattenerla. Bisogna spezzare il filo che ci lega alla madre: è necessario vivere. Ma sarebbe bello tornare…Di notevole fascino le immagini che vanno componendosi, gli interpreti tutti attenti a coordinarsi tra loro ma con leggerezza, con la speciale tranquillità di chi sa come muoversi – e sa anche il perché di ogni scelta. La sfida tra Papa e Imperatore: le regole salvano dal caos? Cosa scegliere tra Protezione e Illuminazione? Gli spettatori siedono davanti a una sorta di grande tunnel. I diavoli suonano: si possono trasgredire le leggi? Le lingue si mescolano tra rancori, paure e mancanze. Frammenti registrati. Muoversi tra le crepe, i se delle alternative possibili. E non poteva mancare tra i tarocchi la figura del Matto, che sposta i sacchi delle cose mai dette, dei rimpianti, delle cazzate fatte…tutti molto pesanti, più leggeri quelli dei miti contemporanei, che vanno, si suppone, evaporando. Profonda invece la fossa dei dolori. Ma ride il Matto: «non ho paura di perdermi».

Si arriva in una zona piana ‘arredata’ con particolare sensibilità. Arte contemporanea da utilizzare (l’altalena) ma anche da lasciare sospesa, come insieme di oggetti in sé e come simboli (le biciclette), l’idea di giostra, tanta musica e una speciale allegria da fiera, dove ancora si moltiplicano le domande per gli spettatori, alcuni anche coinvolti direttamente. Dadi, monete, scacchiere per i dubbi che sempre accompagnano l’umanità: cos’è il destino? tutto avviene per caso o esiste una volontà superiore? come tentare la sorte? poter cambiare ogni cosa… anche il passato?! I dadi, le pedine. «Negli scacchi c’è un momento in cui qualsiasi mossa il giocatore faccia rischia di subire lo scacco matto». Il finale di partita! La danza, il ritmo. Campane, campanelli. Bisogna ripartire verso il mare con gli stendardi delle carte dei tarocchi che qualcuno crede, echi dalla Cabbala, possano dire della persona, del suo cammino. Ma: bisogna ripartire. Verso il mare, di corsa, in discesa… «laggiù mi aspettano…la mia ora di libertà…ricordo quando caddi».

Ritorna la presenza di Chiara Migliorini che, in diversi momenti dello spettacolo è figura silenziosa, concreta e allegorica. Mentre si va verso riva – attori e pubblico – una nuova fermata, come una stazione nelle Morality Plays, un viaggio di conoscenza. Qui la Migliorini, le spalle al mare, ha una spada e una bilancia. È Giustizia, colei che fa in modo che «ogni pianeta, ogni atomo, ogni granello di polvere abbia il posto che gli spetta». Bisogna saper riconoscere la falsità: per questo è necessario mettersi nei panni dell’altro. «Io non appartengo a nessuno». Il mare è ormai vicino, si sente il suono delle onde. «Ci vuole coraggio per concludere una storia…Voi avete attraversato le vostre crepe…siete pronti per andare via». Sì: una sorta di viaggio iniziatico lo spettacolo visto, vissuto alla Gorgona con i detenuti, attori formidabili in tanti ruoli diversi. Infine: la carta senza nome è quella della Morte? Ma c’è al suo fianco quella del Mondo, lì dove è possibile ricominciare.

Grande, grandissimo teatro, che si vive a molteplici strati. Strepitosi interpreti con un testo pensato, vissuto, potente che conquista molteplici sensi. Insieme, tutti: «A volte ci dimentichiamo dove siamo…chi siamo. I sogni possono attraversare il mare». È anche questo il teatro in carcere, spostare la mente, tutta la persona, in un’altra dimensione? E questi incontri, certo speciali, non sono però solo per pochi: il passa parola ha fatto ogni volta crescere il numero dei richiedenti, lunghe le liste d’attesa, oltre tremila sono stati gli spettatori che hanno raggiunto la Gorgona per la Trilogia a cui si aggiungono altri duemila che hanno assistito alle repliche – inevitabilmente parziali – in diverse città toscane e a Roma. Di tanti temi – anche della visibilità di queste città che sono le carceri, spesso lontane, poste ai margini – si è parlato a lungo e approfonditamente durante le giornate dell’undicesima edizione di «Destini Incrociati» tra Firenze, Livorno e la Gorgona, sempre di particolare sensibilità verso il teatro in carcere la Regione Toscana che ha reso possibile la realizzazione dell’intenso programma, eccellente tutta l’organizzazione, riferimento primo il Teatro Popolare d’Arte. E proprio a Lastra a Signa (Firenze), al Teatro delle Arti, verrà presentato la sera di venerdì 23 gennaio, ore 21, il volume Il teatro del mare. Le arti sceniche nell’isola di Gorgona, con i testi, le analisi a più voci, le belle fotografie di Alessandro Botticelli, della superba, indimenticabile Trilogia, Ulisse, Metamorfosi e Una Tempesta. E certo i pensieri andranno anche alla più recente, memorabile impresa, densa di emozioni, La città invisibile. Voci e storie nelle carte dei Tarocchi.

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