La Milano di fine ottocento, secondo Giorgio Manganelli, «era dominata da un’irresistibile vocazione al Brutto e al Buono (questa è l’accoppiata giusta, Bontà e Bruttezza, che bisogno ha di essere Buono chi è già Bello?)». Così, recensendo Il ballo Excelsior, coreografia dedicata al progresso di Romulado Marenco andata in prima alla Scala nel 1881, il nostro scrittore forse più luciferino, nell’orma lontano 1976, apparecchiava senza parere un scheggia di saggezza a lungo dimenticata, ma che forse è tornata d’attualità nella lamentevole vicenda del presunto giudizio sull’avvenenza e la cattiveria di Michela Murgia pronunciato davanti a pochi testimoni (due) su un pulmino dello Strega, e diventato un tormentone oltre che un processone social e mediatico; non poco confuso.
Giorgio Manganelli va però riletto in toto, anche nei suoi scritti sparsi ed in quelli per il teatro, per esempio nel corposo volume a cura di Luca Scarlini pubblicato da Cued col titolo, appunto, Tutto il teatro. Ci sono le sue pièces celebri come Cassio governa a Cipro, riscrittura dell’Otello shakespeariano, e altre numerosissime, per un teatro tutto di parola, notturno e spesso beffardo che per esempio scatenò la fantasia di Carmelo Bene; ma anche le «interviste impossibili» per la radio di cui fu uno degli alfieri (con Calvino, Arbasino, Ceronetti e Camilleri) , insomma tutto il teatro implicito ed esplicito. Manganelli, armato della sua smisurata ricchezza verbale, ha insinuato dubbi, infilato mine, ha distrutto luoghi comuni e principi saldamente accettati: anche quello del bello e del brutto, naturalmente.
Lui del resto amava insistere sulla sua, in particolare, di bruttezza. Si sentiva – o fingeva retoricamente di sentirsi tale, l’uomo più brutto del mondo (quindi tendenzialmente il più buono?). Esempio. La figlia Lietta racconta in Aspettando che l’inferno cominci che il padre, passeggiando per Roma con Edoardo Sanguineti e il musicologo Mario Bortolotto, chiede all’improvviso a quest’ultimo chi sia più brutto, fra lui e Sanguineti. Bortolotto, imperturbabile, risponde: «Ma che centra, Edoardo è antropomorfo, tu no».
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