Samuel Beckett — I quaderni di regia e revised texts

Samuel Beckett ha rivoluzionato il teatro con la forza dei suoi drammi.

I suoi quaderni di regia gettano una nuova luce sull’autore di Aspettando Godot e sui suoi capolavori.

Un grande evento letterario e teatrale.

La biografia di Samuel Beckett

Nato a Dublino nel 1906, Premio Nobel per la letteratura nel 1969, è stato uno degli autori più significativi del ventesimo secolo.

Beckett ha trasformato radicalmente il mondo della letteratura con una serie di opere sperimentali e tragicomiche.

I suoi romanzi e i drammi teatrali portano avanti riflessioni essenziali sul senso dell’esistenza umana, delle relazioni che la animano e sulla sua presenza, assurda, tragica, ilare.

Sono alcuni dei tratti distintivi del teatro beckettiano, che ha saputo cogliere l’essenza dell’animo umano.

I quaderni di regia: nella mente di Sam

Samuel Beckett fu drammaturgo e regista dei suoi testi teatrali, che furono messi in scena nei maggiori teatri europei e statunitensi.

I quaderni di regia sono una vera e propria raccolta di annotazioni e appunti preparatori delle produzioni: costituiscono uno strumento eccezionale per indagare le scelte registiche ed entrare nella mente dell’autore.

Le diverse messe in scena infatti differivano (anche significativamente) dalle versioni edite e persino l’una dall’altra.

Niente può essere mai considerato definitivo nel teatro.
James Knowlson

Ogni messa in scena è un unicum irripetibile, il cui successo è determinato da una combinazione di molteplici fattori: la sensibilità artistica dei diversi registi e attori, il palco e l’attrezzatura disponibili e via dicendo.

Questa natura polimorfa della produzione beckettiana ci insegna a vedere il teatro non come un’entità monolitica, ma come una creatura vivente, che ancora oggi ha tanto da offrire e da trasmettere.

In quest’ottica, i quaderni di regia ci permettono di indagare profondamente il senso dell’opera di Beckett.

I Quaderni vivono in un dialogo costante con i copioni dello spettacolo, i Revised texts delle maggiori opere di Beckett, anch’essi raccolti nel volume, pubblicati e tradotti per la prima volta in Italia.

Questa immensa mole di materiali inediti è affiancata (e chiosata) dalle edizioni critiche di James Knowlson e Stanley Gontarski, tra i massimi esperti mondiali dell’opera di Beckett.

Aspettando Godot: da autore a mito

Una commedia in cui non accade nulla, per due volte.
Vivien Mercier

Aspettando Godot è la più celebre e universalmente nota opera teatrale di Beckett.

La struttura del testo è semplice: su una strada desolata due uomini dialogano di nessun argomento in particolare in attesa di Godot, personaggio enigmatico che alla fine non si presenta all’appuntamento ma fa comunicare da un servo che forse arriverà il giorno successivo.

Nella seconda parte dell’opera, la vicenda si ripete pressoché identica, finché il servo non ritorna e comunica che Godot non si presenterà nemmeno quel giorno.

La tragicommedia, messa in scena per la prima volta nel 1953 a Parigi, ha diviso il pubblico europeo e americano, ma col tempo è diventata l’emblema del teatro dell’assurdo, tanto da entrare nel linguaggio comune: l’espressione «aspettare Godot» viene infatti utilizzata per riferirsi a un evento in apparenza imminente che in realtà non si verificherà mai.

Il testo è volutamente criptico, e la sua ambiguità ha dato adito a molteplici interpretazioni: quel che è certo è che l’opera continua ancora oggi ad affascinare e a riflettere quel sentimento di incertezza e impotenza che ha caratterizzato l’umanità dal ventesimo secolo fino ai giorni nostri.

Finale di partita: la tragicommedia al suo apice

In un mondo post-apocalittico, dentro un’abitazione fatiscente, un anziano padrone cieco e invalido tormenta con modi sgarbati il suo servitore, che, dal canto suo, minaccia costantemente di abbandonarlo senza mai riuscirci.

A completare il quadro, i due genitori del padrone: due personaggi bizzarri, senza gambe, che vivono dentro due bidoni della spazzatura.

Il confronto tra queste figure eccentriche porta alla massima espressione il concetto di tragicommedia:

Non c’è niente di più comico dell’infelicità.

In Finale di partita infatti colpisce la maestria di Beckett nell’affrontare temi come la morte o l’illogicità della vita con levità e ironia.

Le considerazioni sulla mancanza di senso dell’esistenza non risultano mai strazianti, ma suonano piuttosto come battute schiette e mordaci:

Sei sulla terra, non c’è nessuna cura per questo!

L’ultimo nastro di Krapp: alla ricerca del senso

Krapp ha un’abitudine particolare: ogni anno, il giorno del suo compleanno, registra un nastro in cui racconta gli avvenimenti degli ultimi dodici mesi e riascolta le registrazioni degli anni precedenti.

Arrivato al sessantanovesimo compleanno, riascolta con aperto disprezzo il nastro registrato a trentanove e con ancora più sufficienza ripensa all’idealismo che lo aveva caratterizzato a vent’anni, quando aveva creduto di potersi affermare come scrittore.

Nonostante l’anziano Krapp sia sprofondato nell’apatia e nel cinismo, egli resta comunque affascinato nel riascoltare il racconto di alcuni eventi del passato e di relazioni ormai perdute:

Quando la felicità era forse ancora possibile.

La storia di un uomo che riascolta su un nastro la parabola della propria vita cercando invano di darle un senso risulta ancora oggi non solo una lezione di regia e scrittura potente e incisiva, ma denota anche la singolare creatività di Beckett: un ‘dialogo impossibile’ tra l’io del presente incarnato dall’anziano protagonista e l’io del passato materializzato dalla voce del registratore, rappresenta una modalità teatrale assolutamente innovativa, che scardina l’idea tradizionale di personaggi, dialoghi e monologhi e che colloca L’ultimo nastro di Krapp come magistrale esempio del genio beckettiano.

Shorter plays: i drammi essenziali

Dagli anni Sessanta, la produzione teatrale di Beckett si fa ancora più astratta e rarefatta, con drammi brevi e sperimentali che in pochi minuti riescono a veicolare messaggi potenti.

Commedia è il dialogo, quasi musicale, di tre persone immerse in tre urne funerarie: un uomo, sua moglie e la sua amante.

La ripetizione ipnotica di cliché e frasi fatte apre alla riflessione sul labile valore della comunicazione e delle relazioni umane.

Anche in Va e vieni troviamo tre personaggi in dialogo: tre donne sedute su una panchina che chiacchierano con impaccio.

Con una studiata coreografia, ciascuna lascia a turno il proprio posto, mentre le altre due si rivelano un segreto inconfessabile.

Ancora più essenziale, Di’ Joe mette in scena il tormento di un uomo chiuso nella sua stanza, intento a controllare fuori dalla finestra, nell’armadio e sotto il letto.

Nel frattempo, la voce disincarnata di una donna che ha abbandonato lo affligge con le sue accuse.

Al centro di Passi troviamo invece il rapporto tra un’anziana madre in fin di vita con la figlia.

Così lo stesso Beckett descrive il dramma:

Grosso modo è fatta di tre parti: dapprima la figlia parla alla madre malata; poi la madre parla alla figlia che non è davvero lì; infine la figlia evoca il ricordo di un'altra madre e di un'altra figlia. Ella non parla che dei ricordi, che ha di quella madre e di quella figlia.

In Quella volta, un uomo anziano, solo sul palco, ascolta tre voci: quella della maturità, quella della giovinezza e quella della vecchiaia.

Le voci si danno ritmicamente il cambio e raccontano situazioni emblematiche delle diverse età della vita.

Cosa dove mette in scena quattro personaggi criptici e dai nomi ambigui (Bam, Bom, Bim e Bem), che entrano ed escono dal palco dandosi il cambio con ritmo incalzante e rimpallandosi domande destinate a rimanere senza di risposta.

Infine, la protagonista di Non io è la voce di una donna sulla settantina che, immersa in un monologo teso e appassionato, tira le fila della propria esistenza: sullo sfondo il mistero di un evento traumatico subito in passato, i cui dettagli non sono però rivelati dall’anziana narratrice.

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