Dal teatro rinascimentale alle tecnologie digitali: le macchine sceniche come chiave per comprendere lo stupore del teatro
Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»
Tra gli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, si registrò un fiorire di studi sul Teatro Rinascimentale, in particolare sul Teatro dei Medici e sulle Feste che gravitavano attorno ad esso. Dietro tali tumultuose ricerche, grazie all’impegno di editori come Vallecchi, Il Mulino, Feltrinelli, una serie di studiosi ripartì dalle nuove edizioni del De Architectura di Vitruvio, di Il Secondo Libro di Prospettiva di Sebastiano Serlio, dei Quattro dialoghi in materia di rappresentazioni sceniche di Leone De Sommi, per iniziare a mettere a confronto il teatro dei Testi con quello delle Rappresentazioni sceniche, grazie al compito che architetti, ingegneri, coreghi, apparecchiatori di spettacolo, si dettero, essendo convinti che bisognava fare i conti con i nuovi ritrovati della scenotecnica e delle macchinerie sempre più sofisticate, accettando l’idea di una diversa spettacolarità da realizzare in spazi teatrali chiusi, ben diversi da quelli ‘aperti’ e ‘diffusi’, del teatro medioevale.
Nacquero i teatri di Corte, come quello di Buontalenti, per i Medici, in legno, all’interno del complesso degli Uffici, si predisposero le grandi sale alle feste, alle cerimonie e a spettacoli teatrali.
Insomma, durante il Siglo de Oro italiano, lo spettacolo ebbe una tale diffusione da permettere la realizzazione dei primi teatri esemplari, come l’Olimpico di Vicenza, il Teatro Farnese di Parma, il Teatro Olimpico di Sabbioneta, portando alla ribalta architetti come il Palladio e lo Scamozzi.
Dicevo sopra che, sull’argomento, fiorirono una molteplicità di studi che videro impegnati giovani ricercatori, i cui contributi furono raccolti in volumi, oggi preziosi, per chi avesse in mente di continuare le loro ricerche, ma soprattutto per comprendere come il nostro teatro contemporaneo stia vivendo le stesse ansie di quello cinquecentesco e seicentesco, essendo tutto dedito all’uso di effetti tecnologici e alle macchinerie più stravaganti, come quelle della Fura Del Baus, per fare un esempio abbastanza noto.
Nello stesso tempo, come non fare riferimento agli spettacoli di Livermore o di Paperini al Teatro Greco di Siracusa, con la loro smodata estetica della luce. Eppure, questa ansia si stupire, di meravigliare ha il suo antenato nel teatro del Seicento.
Benedetta Colasanti col volume edito da Cue Press: L’ingranaggio e l’incanto ha voluto portare avanti gli studi di Stefano Mazzoni, un pioniere per quanto riguarda non solo i Teatri Olimpici di Vicenza e Sabbioneta, oltre che per il Farnese di Parma, ma anche per il suo Atlante iconografico sugli spazi e le forme del teatro occidentale, e di avere decodificato quelli di Fabrizio Cruciani, Daniele Seragnoli, Fabrizio Ruffini, Maria Teresa Muraro, Andrea Gareffi, Luigi Allegri, Ferruccio Marotti, tutti da lei citati durante la sua trattazione.
Trovandosi dinanzi a un materiale immenso, Benedetta Colasanti, oltre che affrontarlo a livello saggistico, ha deciso di utilizzarlo per mettere in pratica una Storia multimediale dello spettacolo, con particolare riferimento alle macchine sceniche seicentesche, grazie ai ritrovati della scienza e alle condiscendenze del potere di turno.
Il suo lavoro di digitalizzazione, che fa capo a Le Digital Humanities, permetterà al lettore di conoscere meglio le macchinerie, i concetti che contenevano, oltre che i risultati sconvolgenti.
Ci si trova, pertanto, dinanzi ad una umanista, non più di stampo tradizionale, bensì di stampo digitale che ci permette di conoscere meglio il dettato delle macchine, utilizzate, non soltanto, per gli spettacoli, ma anche per le costruzioni dei teatri stessi, come il Farnese di Parma a cui dedica la parte seconda del suo libro con contributi che riguardano le macchine e le maestranze utilizzate per «Il Torneo Mercurio e Marte». Mentre, nella terza parte, è possibile conoscere le ricostruzioni virtuali che si riferiscono alle «Macchine del mare».
Non mancano le corrispondenze tra committenti e artisti, come non mancano degli inediti interessanti. Leggendo il libro della Colasanti, si può meglio capire perché il teatro del terzo millennio abbia preferito ai Testi, l’estetica della meraviglia, dell’eccezionalità, dello stupore e dell’incanto.

