Due giganti del teatro e della filosofia
Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»
Franco Perrelli svela il legame incendiario tra filosofia e drammaturgia nordica, tra idee rivoluzionarie e nascita del teatro moderno
Franco Perrelli, già ordinario di Discipline dello Spettacolo alle Università di Torino e di Bari è uno dei più noti studiosi del Teatro Nordico, in particolare di Ibsen e Strindberg, due autori diversi perché fedeli ai loro ideali, rivoluzionario, in modo pacato, Ibsen, in modo trasgressivo, Strindberg. Senza di loro non ci sarebbe stata la grande stagione del Teatro Novecentesco, solo Pirandello poté stare alla pari.
Si tratta di autori che, pur scrivendo di teatro, affrontavano argomenti di carattere filosofico, tanto da essere considerati filosofi della scena, questo perché leggevano libri di filosofia per capire l’evoluzione del pensiero, non soltanto per percepire il mondo reale. Gli autori preferiti erano Schopenhauer, Hartmann, Nietzsche, Spencer.
Franco Perrelli scrivendo Strindberg, l’esperienza del superuomo. Una biografia intellettuale, edito da Cue Press, ha inteso avere come fine quello di offrire al lettore la conoscenza del rapporto che Strindberg ebbe con i filosofi e i letterati del suo tempo, un rapporto turbolento, perché ciascuno si batteva per il trionfo delle proprie idee, senza fossilizzarsi sulle possibili contraddizioni.
I due temi più scottanti erano il pessimismo e il nichilismo di matrice nicciana.
Strindberg viveva tra due fuochi, uno faceva capo a Schopenhauer e Hartmann, l’altro a Stuart Mill e a Spencer, nel mezzo si trovava sempre George Brandes, noto per «Radicalismo aristocratico», che indicava a Strindberg gli autori da leggere che alquanto spesso lo frastornavano e lo rendevano più ribelle di quello che era stato in passato.
Non c’è dubbio che Strindberg vivesse una forma particolare di nichilismo prima di leggere i libri di Nietzsche e ancor prima del rapporto epistolare che ebbe inizio nel 1888, al tempo del «Padre» che Nietzsche, dopo averlo letto, scrisse di trovarsi dinanzi a «un’opera di grandissimo respiro» che portava, al centro dell’azione, il martirio di un «uomo superiore per carattere e intelligenza», che verrà sottoposto a un «omicidio psichico», forse un po’ simile al suo superuomo.
Appaiono evidenti certe concordanze sul sesso da intendere come lotta che culmina nell’odio mortale, concetto espresso in Ecce Homo, che diventerà un argomento eccitante per la società di fine secolo. Perrelli sottolinea che Il padre fu letto due volte da Nietzsche, notizia ben testimoniata dal carteggio tra i due.
Strindberg scrive, in una delle risposte: «Mi volevano internare a causa della mia tragedia» ed aggiungeva «concludo tutte le mie lettere agli amici con: leggete Nietzsche. È il mio Carthago delenda est». Finché dura, il fervore nei confronti di Nietzsche è immenso, tanto che si possa parlare di influsso nicciano almeno in una parte della sua drammaturgia.
A guardare la cronologia, Strindberg comincia a leggere il filosofo tedesco dopo aver scritto Il Padre, il primo influsso è evidente nella Prefazione alla Signorina Giulia, scritta alcuni anni dopo il debutto è ancora più evidente in Verso Damasco, che ritengo la Bibbia del teatro di tutti i tempi, essendo lo Sconosciuto il protagonista che attraversa tutte le teorie filosofiche di fine Ottocento, comprese l’alchimia e l’esoterismo.
Franco Perrelli fa notare come le teorie nicciane fossero presenti anche in Le chiavi del cielo e in Debito e credito, ma, navigando con assoluta padronanza nell’intera Opera, fa riferimento ad altri testi che affrontavano il tema della solitudine: «Era l’uomo più solo della Scandinavia», il tema della democrazia : «In stupidi tempi democratici si odiano l’originalità e il talento», il tema della disperazione, evidente nel testo Il legame, dove è evocata la disperante esperienza del divorzio con Siri Von Essen.
Se proprio vogliamo capire in che modo Strindberg si confrontasse col ‘gigantismo’ superomistico, Perrelli consiglia di leggere Sul mare aperto, perché i grandi intellettuali hanno sempre due teste, come si evince dai ritratti che lo Sconosciuto vede nella Galleria del Chiostro, dove, alla fine, aveva deciso di ritirarsi, sono ritratti a due teste, come a significare, scrive Perrelli, «l’ambiguità e l’irresolutezza di ogni esperienza esistenziale, ma anche speculativa». Il tema del Doppio pirandelliano è dietro l’angolo.

