Emma Dante e il teatro della metamorfosi, il libro di Anna Barsotti che svela un linguaggio rivoluzionario
Andrea Bisicchia, «Libertà Sicilia»
Un saggio critico indispensabile per comprendere l’universo scenico della regista palermitana
Nel 2009, nella Collana «Percorsi critici», delle edizini Ets, Anna Barsotti pubblicò un libro determinante per meglio capire uno di quei fenomeni teatrali che appaiono come meteore all’insaputa di tutti.
Fummo in parecchi a rimanere turbati da spettacoli come mPalermu, Carnezzeria, Vita mia, si trattava di un turbamento che partiva direttamente dalle tavole del palcoscenico sulle quali si verificavano delle azioni, il cui valore antropologico appariva indiscutibile, dato che Emma Dante si era costruito un suo nucleo familiare che apparteneva a un gruppo sociale, quello di una famiglia siciliana, anzi, palermitana che si caratterizzava per un uso atavico della violenza che la giovane regista costruiva direttamente sulla scena, essendo per lei questa, la pagina, in cui sapeva scrivere meglio, magari attraverso un linguaggio inventato.
Anna Barsotti dedicò, alla trilogia, un libro, Il linguaggio teatrale di Emma Dante, utilizzando una metodologia esemplare, avendo indirizzato le sue indagini proprio verso il linguaggio, convinta, come lo eravamo in molti, che ogni rivoluzione artistica fosse una rivoluzione linguistica.
Anna Barsotti però intendeva, per linguaggio, non quello dei testi, ma quello che nasceva sul palcoscenico, il cui modello era da ricercare in Kantor, essendo un linguaggio originato dal contatto col corpo degli attori, con gli oggetti di scena, con lo spazio visivo e sonoro, insomma con tutto ciò che rende «mobile» la drammaturgia della Dante.
Forse bisognerà partire dalla parola «mobile» per comprendere la parola «metamorfosi» che sta a base del nuovo libro che la Barsotti ha pubblicato per Cue Press, col titolo: Le metamorfosi del teatro di Emma Dante, che ha diviso in due parti, la prima attenta alle «svolte» e all’affermarsi di una «Lingua ignota», la seconda più attenta all’analisi delle opere messe in scena da Emma Dante: Mischelle di Sant’Oliva, Le Pulle, La trilogia degli occhiali, Le sorelle Macaluso, ai quali farà seguire testi che avevano a che fare con le Favole e con i Miti, che a mio avviso avevano alterato sia il linguaggio che la forma scenica, ma che hanno contribuito a quelle che Anna Barsotti definisce «metamorfosi», originate, a suo avviso, da innesti provenienti da altri generi, oltre che da altri mondi, come quello della classicità e della Favola secentesca di Basile.
Non ci sono dubbi sul fatto che la vena creativa della Dante fosse tanto più originale, quanto più riesca ad addentrarsi nel nucleo familiare che per lei rappresenta il nucleo archetipale, ben poco assoggettato alla metamorfosi, come è accaduto con l’ultimo suo spettacolo, L’angelo del focolare, non presente nel libro che si conclude con Bestie di scena, dove l’autrice ritorna, sempre antropologicamente parlando, a un tempo preistorico, prelinguistico, se vogliamo, animalesco, a una comunità di essere primitivi, nella quale si consuma un‘azione molto cara alla Dante, usata spesso nei sui spettacoli, quella della vestizione e della svestizione.
La «lingua ignota» viene ridotta a «lingua balbettio», come ad indicare un percorso a ritroso, ovvero ad un inizio che è anche una fine, ad una evoluzione che, qualche volta, diventa involuzione, insomma a quel processo metamorfico che, secondo Anna Barsotti, collocherebbe Emma Dante nell’ambito del Teatro Postdrammatico.
Ci si trova dinanzi a un libro che ritengo necessario per meglio conoscere il mondo poetico della Dante, per individuarne le strutture performative, la modulistica scenica, per capire la differenza tra linguaggio verbale con la sua matrice paralinguistica e linguaggio che nasce a contatto con la scena.
Il volume è arricchito da una attenta iconografia degli spettacoli analizzati.

