Era mio padre e conosceva ciò che non esiste
Antonio Gnoli, «la Repubblica»
Un’infanzia lontana da Giorgio, scrittore visionario e tellurico, capace di cogliere ogni registro dell’umano. Poi l’incontro con lui quando era sulla soglia dell’età adulta. Qui la figlia dell’autore di Hilarotragoedia si rivela e confessa: «Ho gioito per le sorprese che la vita mi ha donato»
Per dirla, forse, con l’estro menzognero di Glorgio Manganelli, Arena Metato non esiste. È una piccola landa inventata, a un quarto d’ora di macchina da Pisa. È qui che vive Lietta Manganelli, figlia dello scrittore che più di ogni altro ha lasciato che la propria impareggiabile lingua sprofondasse nei segreti inferi della dannazione. Vado a trovare Lietta con in testa ancora l’impressione di aver guardato e sfogliato con ammirazione e timore Tutto il teatro (Cue Press) con cui Luca Scarlini ha voluto rendere omaggio a Giorgio Manganelli. Un libro mostruoso già nell’impaginazione, difficoltosa e ardita, con cui ci introduce in quel genere ormai negletto che è il testo teatrale. Nel volume è raccolta tutta la drammaturgia manganelliana, della quale soprattutto la radio fu il vettore principale: «Mio padre amava la radio con la stessa furia con cui detestava la televisione», mi dice la figlia, dai bordi del letto su cui siede. È un pomeriggio di misericordia che nelle due ore scarse in cui stiamo insieme la risparmia dai dolori che di solito accompagnano le sue giornate.
Lietta qualche anno fa ha anche scritto un bel libro sul padre: Fu una maniera per ritrovare quest’uomo idiosincratico, dalla psiche labirintica e traboccante nella quale più volte ha rischiato di annegare, come se quel rischio appartenesse al repertorio teatrale dell’uomo sconfitto che continua imperterrito a recitare e combattere i propri fantasmi.
A proposito di teatro cosa ti sembra del libro edito sulla produzione di tuo padre?
Lo rappresenta pienamente. Frutto di due innesti precedenti e qualche inedito, il libro restituisce l’universo anamorfico di mio padre.
Cosa intendi?
La capacità di entrare in un testo classico – Shakespeare, Plauto e altri – fino a deformarlo in un’altra verità che non ti aspetti. Del resto, tutto in mio padre era teatro, sia l’infimo che il sublime, l’ilare e il tragico. Fu il più grande esperto di cose che non esistono.
Che lui materializzava.
Con gli strumenti del prestigiatore. Le cose apparivano, sparivano e ricomparivano altrove. Tutto in lui era finzione: il romanzo e la vita.
E tu in mezzo come una presenza inattesa.
Ho conosciuto mio padre a 17 anni. L’avevo perso che non ne avevo tre.
Perso in che senso?
Nel progressivo allontanamento tra i miei, fui allevata dai nonni. Ma prima ci fu una sorta di separazione in casa. Io e mia madre in un’ala della grande abitazione e mio padre con i suoi genitori nella zona padronale. Una situazione di stallo che ebbe fine nel momento in cui Faustina, cioè mia madre, tolse le tende e mi portò dai suoi genitori. Disse: torno a prenderti tra qualche giorno e si presentò quindici anni dopo.
Come crescevi?
Non è stata un’infanzia facile né bella. Ma cercavo di appigliarmi all’immagine paterna. Scoprire con la fantasia chi diavolo fosse quell’uomo dai cui e chi scaturiva il genio e l’inetto.
Non ha provato a cercarti?
Non poteva avvicinarsi. Tra noi c’era un muro insormontabile. Lo aveva alzato Faustina convinta che fosse un bene per me. A volte c’erano fugaci telefonate e letterine ma tutto all’insaputa della mamma. Guai se ne fosse venuta a conoscenza.
Manganelli nel frattempo aveva conosciuto Alda Merini.
Donna straordinaria cui ho voluto bene. Si videro la prima volta nella casa del critico Giacinto Spagnoletti alla fine degli anni Quaranta. Seppi poi che mio padre a volte l’accompagnava dagli psichiatri per vedere come curarla. Le era stata diagnosticata una forma di schizofrenia per la quale aveva giovanissima subito un ricovero a Villa Turro a Milano.
Che differenza di età c’era con tuo padre?
Alda aveva 16 anni e lui 25 quando si conobbero. Erano incontri perlopiù clandestini. La cosa straordinaria per mio padre fu la consapevolezza di poter condividere con Alda il terreno della letteratura e della poesia. Mia madre non aveva nessuna considerazione del suo lavoro. Non gliene importava nulla. Alda invece vedeva in lui, come scrisse, lo straordinario istrione della parola.
Il rapporto non durò.
E come poteva? Lei fu messa in manicomio da cui sarebbe uscita vent’anni dopo. So della disperazione di Manganelli e della decisione di lasciare Milano per Roma.
Come lui scrisse, «si autodeportava».
Lasciò Milano nel 1953. Comprò un biglietto di terza classe e mise sul treno la sua Lambretta. Non aveva soldi e non sapeva dove andare. Portò con sé una valigia di libri e qualche indumento. Alla fine si sistemo a pensione da una famiglia nel quartiere San Giovanni. La sola consolazione è che Roma gli piaceva: i colori, la ricchezza delle immagini, la gergalità, le trattorie popolari.
Come si manteneva?
All’inizio dando lezioni private, in seguito con delle collaborazioni sia per Radio 3, grazie alla segnalazione del fratello Renzo, allora funzionario Rai a Torino, e poi con piccoli lavori editoriali. Per Mondadori tradusse dall’inglese molti gialli. Ma i tempi dell’agiatezza e del riconoscimento erano ancora lontani.
Quando rivedi tuo padre a Roma?
Nel luglio del 1964. Mia madre rompe l’interdetto e decide, sul treno, mentre stiamo andando in Sicilia, di fermarsi una notte a Roma perché vuole che io incontri mio padre.
Come mai ci ripensa?
Non lo so. Avevo 17 anni e credo immaginasse che prima o poi lo avrei visto. Saggiamente, ma alla sua maniera, stabilì quell’incontro.
Come andò?
Fu in un certo senso sconcertante. Vidi un uomo brutto guardarmi con sorpresa e imbarazzo. Notai delle vistose bretelle. Mi fece entrare e scambiammo qualche frase, poi improvvisamente suonò il campanello. Era, come appresi dopo, Gadda. Veniva a protestare perché convinto che il libro di mio padre Hilarotragoedia fosse una parodia del suo La cognizione del dolore. Cominciò a urlare. Manganelli mi spinse sul balcone e mentre abbassava le tapparelle disse: tu stai buona e aspetta qui. Passò quasi un’ora.
Durante quell’ora che accadde?
Sentivo voci concitate, strepiti, lamenti. Ma avvertivo soprattutto il panico crescere in me. Soffro di claustrofobia e su quel balcone stretto e soffocante pensavo di morire. Poi udii alzarsi la serranda e mio padre che, come se niente fosse accaduto, mi invitò a fare una passeggiata per Roma. In realtà decise di portarmi da un dottore che lui definì suo amico.
Dottore di cosa?
Scoprii che era uno psichiatra, al quale chiese di visitarmi.
Ti spiegò perché lo fece?
No, ma immagino che proiettasse i suoi fantasmi mentali su di me. Era convinto di avermi danneggiata in qualche modo. Si rassicurò quando il dottore gli disse che ero una ragazza sana. Quell’uomo, seppi in seguito, era Ernst Bernhard col quale mio padre era in cura da anni. Fu Cristina Campo a consigliarglielo. Sentii una volta dirgli: Bernhard mi ha insegnato a mentire.
Tuo padre di cosa soffriva?
Era bipolare e affetto da crisi psicofisiche. A volte veniva inghiottito dalle sabbie mobili della depressione.
C’è qualcosa che ti ha trasmesso delle sue patologie?
Sinceramente non lo so. Ma so che la mia psiche non è del tutto a posto.
Cosa non funziona?
Ho fatto cose strane. Mi sono sposata giovanissima una prima volta. Dopo nove anni di matrimonio lui se ne è andato e non so più che fine ha fatto. Mi sono risposata una seconda volta innamorandomi di un nano, un attore di teatro per il quale persi letteralmente la testa. Mal me ne incolse.
Per cosa ti innamorasti esattamente?
Era molto autoironico lo sentii recitare un suo testo, Questione di centimetri, dove dava il meglio di sé. Poi un giorno che cominciai a stare male mi disse che non mi voleva a teatro.
Eri consapevole della diversità?
Certo. Ho fatto per anni l’insegnante di sostegno. Ho preso in affidamento una decina di bambini con gravi handicap.
So che ne hai anche adottati.
Due: un maschio e una femmina affetti da acondroplasia. In mezzo ho avuto una figlia biologica che oggi mi assiste.
Gli altri due?
Il più grande ha oggi 56 anni e vive lontano. La più piccola è morta 15 anni fa. L’ho pianta a lungo. Il maschio aveva un carattere forte e complicato. Non prese benissimo l’adozione. In prima elementare saltò sulla cattedra e rivolgendosi ai suoi compagni disse: «Avete mai visto un nano? Eccomi e finiamola qui».
Sembra una storia manganelliana. Che rapporto aveva con i tuoi figli?
C’erano impaccio, turbamento ma anche dolcezza. La prima volta che vide Andrea, il bambino era sul passeggino. Passarono circa un’ora assieme. Poi mi disse: «Sai, non riesco a dirti nulla, ti dispiace se scrivo qualcosa?».
Lo fece?
Scrisse del corpo del bambino come un’esperienza che rivelava un disagio senza angoscia. Un’altra volta presi la decisione di portargli a Roma i miei tre figli. Sapendo che aveva difficoltà a rapportarsi con i bambini temetti il peggio. E invece fu un pranzo in cui lui rivelò, o fece finta, le doti del nonno che racconta vecchie favole. Poi, quando ci congedammo, sparì per qualche tempo.
Cosa pensasti?
Che era rimasto scioccato. Gli scrissi un biglietto di scuse. E lui dopo un po’ mi rispose con una lunga lettera nella quale metteva insieme il dolore cronico dei suoi ultimi anni, la morte del fratello, la storia complicata con Ebe Flamini e quanto coraggio e dedizione io avessi messo nelle mie scelte estreme. Mi scrisse: Lietta, tu forse hai il genio dell’amore.
In effetti sei stata una donna molto coraggiosa.
Ho sempre pensato che aiutare chi sta peggio di noi fosse un modo per onorare le belle parole cui quasi sempre non seguono i fatti. E nel caos della mia vita ho cercato di insegnare ai miei figli a non vergognarsi della loro condizione e quanto valore e bellezza ci sia nella diversità.
Il prossimo anno compirai ottant’anni. Ti sembra di aver più dato o ricevuto dalla vita?
Non ho mai creduto che l’esistenza sia contabilità. E per quanto l’infanzia sia stata avara con me, per quanto io soffra della stessa malattia di mio padre, ho gioito per le sorprese che la vita mi ha donato.
Stessa malattia che intendi?
Soffro di miastenia gravis, una malattia bastarda in cui i muscoli non ce la fanno ad attivarsi, non rispondono ai comandi neurali. Vivo oltretutto da anni con un elettrostimolatore antalgico che riduce il dolore di un’ernia al disco inoperabile.
Quando hai visto tuo padre l’ultima volta?
Mi telefonò a metà maggio del 1990. Era stranamente ilare. Volle invitarmi a Roma. Gli dissi che sarei venuta con Lara, la mia seconda figlia, che aveva vinto un premio letterario e doveva ritirarlo. Sembrò orgoglioso della nipote. Disse che ci avrebbe prenotato l’albergo e ci avrebbe portato al ristorante. Stabilimmo il giorno: 28 maggio. Poi un silenzio prolungato. Papà ci sei? Chiesi. Ci sei papà? Dopo un po’ sentii una specie di urlo strozzato: «Non dimenticarmi!». La mamma era morta due mesi prima. Papa morì esattamente il 28 maggio. Non ci potevo credere.
Fu l’ultima tragica finzione.
L’ultimo colpo di teatro di un uomo che aveva fatto dell’illusione la ragione di vita. Non temeva la morte. Anzi tra i giochi che facevamo c’era la lettura degli annunci mortuari. Mi diceva:
Vedi Lietta quando uno muore puoi riscrivere la sua biografia, fantasticare liberamente e inventarla. La sua ombra te ne sarà eternamente grata.

