Il cinema Usa non è libero e sono pochi i film buoni…
Federico Pontiggia, «Il Fatto Quotidiano»
La pelle e l’anima. Intorno alla Nouvelle Vague con scritti dei grandi protagonisti come Godard. Truffaut e Chabrol: idee, visioni, analisi e accuse
«Complessivamente, c’è una grossa diminuzione della qualità. La ragione per cui amavamo il cinema americano era che su cento film americani ce n’erano, diciamo, ottanta buoni. Oggi, su cento film americani ottanta sono brutti».
Non c’è chi abbia visto i titoli statunitensi ultimi scorsi, compresi i due in Concorso a Cannes Paper Tiger e The Man I Love e i campioni d’incassi Il diavolo veste Prada 2 e Michael, che possa dissentire: Hollywood se la passa male, gli studios indugiano, gli indie non esaltano, gli streamer spadroneggiano senza incantare. Eppure, la disamina non si deve a un fine analista attuale, bensì risale al 1963, ben sessantatré anni fa, e ha illustre titolarità: Jean-Luc Godard.
A dargli man forte l’altro enfant prodige della Nouvelle Vague, François Truffaut: «Ciò che si apprezzava era la capacità; adesso è l’intelligenza, e nel cinema americano l’intelli genza non hainteresse».
Tiene pure quale riflessione geopolitica, ma non divaghiamo: i Giovani Turchi allevati dal teorico André Bazin, pasciuti alla Cinémathèque française guardavano al cinema come immagine del mondo, non la parte del tutto, ma proprio il tutto. A condensarne lo spirito osservazionale, l’acume critico, la passione cinefila è un volume prezioso e seminale (1984), rieditato da Cue Press: La pelle e l’anima. Intorno alla Nouvelle Vague, antologia curata dalla compianta Giovanna Griffagnini e intellettualmente abitata dai citati Godard, Truffaut e Bazin, da Astruc, Chabrol, Rivette e Rohmer. Hanno intelligenza da vendere, e ne fanno scandalo, buttando i miti giù dal piedistallo e issandovi l’incipiente politique des auteurs: Godard punge, «Anthony Mann era un grande autore quando era pagato alla settimana e lo si faceva lavorare»; Rivette morde, «le grandi case, che erano case di produzione, sono diventate case di distribuzione che hanno accordi con produttori indipendenti»; Chabrol sbrana, «quando non sono diventate pozzi di petrolio». L’inchiostro è vecchio di oltre mezzo secolo, ma è lo stato dell’arte. Sempre Godard, con clamorosa preveggenza, fotografa il produttore all’epoca dei conglomerati e delle piattaforme streaming: «Una volta il produttore era un uomo. Il denaro e il produttore erano la stessa cosa, non una presenza astratta e impalpabile, ma unuomo checistava di fronte e contro il quale si lottava. Oggi, quando volete piazzare una sceneggiatura, non potete rivolgervi a una persona precisa, e si va avanti per mesi. Prima si andava a parlare con Goldwyn. Oggi, i produttori del film sono dieci: alla fine è un livello medio di opinioni che fa il film». Chissà se qualche giorno fa Meloni ha ricordato queste parole a Ted Sarandos, il capo di Netflix che ha ricevuto a Palazzo Chigi. Già passati dall’altro lato della macchina da presa: Truffaut aveva esordito nel 1959 con I 400 colpi, Godard l’anno successivo con Fino all’ultimo respiro, gli artefici della Nouvelle Vague non temevano il paradosso, predicavano l’iconoclastia, rifuggivano la messa cantata: François alza, «il cinema americano ci piace, i suoi cineasti sono degli schiavi; che sarebbe se fossero uomini liberi? E, a partire dal momento in cui sono diventati uomini liberi, si sono messi a fare dei brutti film».
Jean-Luc schiaccia: «La prima volta che si fa un film ci si dice: ‘Ah!, se potessi essere libero…’ e, alla quinta o sesta volta, ci si accorge che certe costrizioni sono benefiche, e che la difficoltà di essere liberi nel cinema fa parte del cinema». Andrebbe affisso al Centro Sperimentale di Cinematografia, quale incentivo all’asservimento dei talenti. Sono acerrimi, i Giovani Turchi, nello stigmatizzare il declino dell’impero americano: Rivette osserva che «tutta la forza di quel cinema era nella sua struttura piramidale: c’erano quaranta film buoni e cinque capolavori. Invece adesso c’è quasi lo stesso numero di grandi film che di film medi, è il segno di morte di ogni attività» – esisente la ghigliottina che cade. Chabrol ne estende la ricognizione: «Per ché ci siano cento film buoni, in qualsiasi paese, bisogna girarne cinquecento». In Italia nel 2025 si sono girati centosessanta lungometraggi, e qui il sommo Claude ha sbagliato: non ce ne sono trentadue buoni.

