Il lungo diario di Lars Norén, pagine intime di vita, tempo, teatro
Alessia Stefanini, «Hystrio»
«Io conto il tempo a partire dalla fine».
Il Diario di Lars Norén è formato da cinque libri, quasi 6.500 pagine di appunti fittissimi che il famoso drammaturgo svedese scrive per interrogarsi sul tempo, sul passaggio delle età, il senso dell’esistenza e del mondo. Il tempo, dunque, ma soprattutto il teatro, che è il fulcro intorno al quale ruota tutto e a cui lui sempre ritorna. Gioie e dolori, naturalmente. Come quando racconta del fatto di cronaca che l’ha sfiorato, ma colpito molto moralmente: l’uccisione durante uno scontro armato di due poliziotti, a Malexander nel 1999, da parte di un detenuto che aveva preso parte pochi giorni prima a un suo spettacolo, 7:3, molto criticato per i contenuti che sembravano strizzare l’occhio al neonazismo. Ma ci sono soprattutto tanti volti nel diario, i volti delle persone amate, a cui dedica pagine intense e molto belle: la sua ex moglie, le amanti, le figlie.
E poi le sue estreme contraddizioni: quel desiderio di stare a fianco delle persone che ama e quello ancor più divorante di fuggire, di fare cose nuove, di ritirarsi a vivere in solitudine. E poi, ancora, la terribile infatuazione per il consumismo, per le cose di lusso, lo shopping compulsivo. Personalità complessa Norén, tormentata, a tratti depressa, con una base di psicosi dichiarata: non dimentichiamo le sue frequentazioni di ospedali psichiatrici e i tentativi di terapia. Il mosaico di una mente creativa che lo porta a essere uno dei teatranti più interessanti della contemporaneità. Il diario inizia il 3 agosto del 2000 e finisce il 20 dicembre del 2020, poco prima della morte per complicazioni legate al coronavirus.
Per la prima volta in Italia viene pubblicata l’antologia del Diario – arricchita di ‘anti-poesie’, frammenti di discorsi e riflessioni sulla politica, su Trump, su Israele… –, una scelta dettata dal bisogno di scremare un’opera così massiccia e di renderla più ‘fruibile’ a un pubblico italiano. E anche di universalizzare il pensiero di Norén sul teatro, sul mondo, sulla politica. Leggere il suo diario è come leggere un romanzo intimo, profondo e pieno di cose. Un flusso, ricco di luoghi, oggetti, pensieri. Una teatrografia dettagliata chiude questo volume che fa pensare come un trattato di filosofia e avvince come un romanzo.

