La forza etica delle emozioni: Tairov, il maestro rimosso
Nicola Arrigoni, «Hystrio»
Studiosa di teatro, slavista, traduttrice e critica, Silvana De Vidovich appartiene a quella generazione di intellettuali che ha attraversato il teatro non come pratica separata dalla vita, ma come forma di conoscenza. Da questo percorso nasce il volume Aleksandr Tairov. Il teatro delle emozioni, insieme alla curatela degli Appunti di regia di Aleksandr Tairov, frutto di una ricerca durata anni e di un confronto continuo con una figura centrale e insieme rimossa del teatro del Novecento. Un libro, il primo, che non si limita alla ricostruzione storica, ma interroga il destino dell’artista dentro uno dei periodi più drammatici del secolo.
Tairov (1885-1950) è sempre rimasto ai margini della grande narrazione sul teatro sovietico, dominata da Stanislavskij e Mejerchol’d. Negli anni Venti e Trenta il suo Teatro da Camera era il più noto in Europa. I due volumi vogliono rispondere alla domanda precisa: perché un artista così centrale è stato progressivamente rimosso? De Vidovich risponde con un lavoro certosino che intreccia fonti spesso inedite, contribuisce a delineare il ritratto dell’artista e regista, ne analizza gli spettacoli e mette tutto ciò in relazione col contesto teatrale e sociale di anni caratterizzati da grandi cambiamenti. E se le figure di Stanislavskij e Mejerchol’d rimangono sullo sfondo, Tairov va in cerca di una propria autonomia e non solo perché contesta la biomeccanica quando diventa pura tecnica, pur non rifiutando l’idea di una disciplina rigorosa. Il punto centrale è l’emozione: per Tairov l’emozione non è riviviscenza psicologica, ma forza etica, qualcosa che deve attraversare la scena e colpire lo spettatore.
«Tairov pensava che il teatro dovesse sconvolgere, non educare nel senso didascalico del termine. Se lo spettatore usciva dal teatro senza essere interiormente scosso, per lui il teatro aveva fallito. È una concezione che affida al teatro una funzione profondamente etica, più che politica», osserva l’autrice. Tairov non era un oppositore, ma neppure un artista funzionale al potere. Ha vissuto in una zona grigia, pagandone il prezzo. I due volumi raccontano di un lento e inesorabile oblio per un artista che seppe conquistare non solo la Russia, ma l’Europa.
De Vidovich legge questa cancellazione storica motivandola con la mancanza di una scuola strutturata, perché il lavoro di Tairov era più difficile da classificare. Quando il suo teatro viene chiuso, tutto scompare: l’esperienza, i documenti. Il lavoro di De Vidovich rende giustizia a questa damnatio memoriae.


