Niente mattatori nel teatro totale di Manganelli
Fulvio Fulvi, «Avvenire»
C’è uno rapporto strettissimo tra Giorgio Manganelli e il teatro. Non solo perché fu un prolifico drammaturgo per la scena, la radio e la televisione, ma anche perché ne scrisse copiosamente come critico e saggista, se ne occupò in qualità di studioso e traduttore dall’inglese di drammi elisabettiani (ma non solo), ne fece esperienza diretta da lettore e spettatore colto, appassionato, acuto e rigoroso. Eppure questo aspetto è il meno conosciuto del grande scrittore, uno dei fondatori dell’avanguardia letteraria italiana degli anni Sessanta, il quale concepiva il teatro «semplicemente» come un rito della parola: non uno spettacolo destinato principalmente a intrattenere il pubblico ma una «cerimonia religiosa» dominata dalla voce che si smaterializza dal corpo, costituita dal Verbo che è confine e limite dell’azione scenica e passa quindi in secondo piano. Il suo era un teatro della dialettica, dei luoghi imprecisati.
Niente storie da raccontare né tantomeno rigenerazioni interiori ma «quasi un atto liturgico che nello splendore delle forme rinnova un sacrificio cruento e gioioso, a redenzione umana», annotò nel commentare una riedizione di Assassinio nella cattedrale di T. S. Eliot, provvidamente uscita nel 1948 e salutata dagli intellettuali del tempo come un risveglio della cultura europea dopo i disastri e le divisioni dovuti alla guerra. In seguito, l’autore di Centuria precisò il suo pensiero sull’arte della drammaturgia: «Ho del teatro una idea piuttosto perplessa, e tuttavia eccitante; un sistema di diffidenze, irritazioni e imprecise speranze. Mi irrita che a teatro ci siano attori e pubblico». E, ancora: «Detesto il teatro agonistacentrico, inventato per il grande attore, colui che strappa l’applauso a scena aperta». Esiste, però, un principio di unitarietà di stile e contenuti che muove l’intera sua produzione e che Luca Scarlini mette in evidenza nell’introduzione a Giorgio Manganelli. Tutto il teatro (Cuepress, pagine 600, euro 54,99), il ponderoso e poderoso volume del quale è curatore: «In Manganelli tra la pagina di romanzo, di racconto e di teatro spesso non ci sono differenze». Nel libro troviamo i testi pensati per il palcoscenico come Cassio governa Cipro (la sua piéce più famosa e rappresentata, andata in scena alla Biennale del 1974 nell’area industriale di Marghera e poi alla radio con Carmelo Bene regista e interprete) e Hyperipotesi, le riscritture di classici shakespearini, i dialoghi filosofici tra A & B, i copioni dei radiodrammi, tre interviste impossibili pubblicate da riviste e quotidiani (perché sulle dodici indimenticabili incursioni manganelliane trasmesse dalla seconda rete di Radio Rai dal luglio del ‘74 al marzo del ‘75 pesa il copyright dell’Adelphi che le ha pubblicate in un volume della Piccola Biblioteca).
E poi pagine di recensioni, riflessioni, traduzioni, scritti e atti di televisione, appunti anche inediti tratti dall’immenso archivio a lui dedicato e custodito nel Centro Manoscritti dell’Università di Pavia. Trentacinque ‘pezzi’ che «dialogano tra loro, moltiplicano identità e prospettive fondendo lettura e rappresentazione». Manganelli aveva aperto un personale e ideale laboratorio teatrale nel quale esaminava con uno sguardo moderno e spesso ironico, la lingua, il pubblico, la scena. Negli anni Sessanta e Settanta si interessò ai classici dimenticati del teatro italiano tra Rinascimento e Barocco, tornati allora nei cartelloni dei teatri grazie a Luca Ronconi e Antonio Calenda, nonostante un pubblico non sempre pronto ad affrontare questo clamoroso salto all’indietro nel tempo.

