«Torino era e rimane la città della danza»
Chiara Castellazzi, «Corriere Torino»
In libreria con il suo ultimo libro, Alessandro Pontremoli da trent’anni studia un’arte che con lui per la prima volta è entrata nell’Accademia delle Scienze
Lui è il professore empatico e brillante che ogni studente vorrebbe avere. Lombardo Romagnolo di famiglia e laureato all’Università Cattolica di Milano, è all’Ateneo torinese che Alessandro Pontremoli ha dispiegato una carriera trentennale. Studioso e protagonista della cultura di danza che ha divulgato e approfondito a piene mani, per ultimo con la pubblicazione, questa settimana, di un testo a più contributi, sul coreografo Daniele Albanese: La forma della percezione (Cue Press editore).
Trent’anni sono un lasso di tempo che permette considerazioni e bilanci. Professore, danon torinese, può tracciarli per noi, in tutta libertà?
Arrivai a Torino 1996 quando la città era ancora fortemente legata all’industria, prima del cambiamento strepitoso che ha avuto in pochi anni dal punto di vista dell’accoglienza del turista e della dimensione culturale di città europea. Con una storia che va dal Seicento all’Unità d’Italia, ma anche un’attenzione al contemporaneo superiore al capoluogo lombardo. Torino era ed è la città della danza.
Ebbe il suo primo incarico a contratto nell’anno dell’inaugurazione torinese del Dams.
All’epoca insegnavo Storia della danza e del mimo, da tempo attualizzato in Storia della danza e della performance. Poi si è aggiunto un corso di Laurea Magistrale: Studi di Danza che affronta le problematiche da un punto di vista estetico, filosofico e degli studi culturali. Inoltre tengo una cattedra di Coreografia e Drammaturgia della danza e i miei collaboratori, legati all’avanguardia e al green, insegnano Danza e Paesaggio e Danza e Neuroscienze.
In questi decenni si è molto implementata l’offerta didattica incentrata sulle arti performative.
Siamo arrivati agli insegnamenti 3+2 e ci siamo fatti carico per il Dams di laboratori pratici aperti agli studenti di tutto l’Ateneo.
Direcente è statonominato all’Accademia delle Scienze, primo e unico professore di Arti performative nella storia dell’Istituzione. Che ne dice di questo riconoscimento che le è stato destinato?
Come sempre avviene, sono stato proposto da un Accademico: Paolo Gallarati, professore di Storia della Musica, e in seguito accolto. A Milano ero già nell’Accademia Ambrosiana, classe di Studi Borromaici, ma lì si tratta di una istituzione con tempi e impostazioni molto legati alla vita cattolica, a San Carlo Borromeo e con interventi a cadenza triennale.
L’Accademia di Torino invece ha un calendario serrato e un ruolo di ricerca e divulgazione permanente.
Quando un socio pubblica un libro ne fa dono all’Accademia e lo presenta ai consoci, ma ci sono anche molte conferenze istituzionali aperte alla cittadinanza. Di recente ho presentato il mio volume su Cesare Mancini, medico secentesco di Urbano VIII che scrisse un trattato sul valore e l’efficacia terapeutica della danza. Quella di Torino è forse una delle Accademie più propositive in Italia, fra attività interne e aperte al pubblico. Ed è meravigliosa la sua biblioteca e la sede aulica che condividiamo con il Museo Egizio.
Un riconoscimento per lei che da non torinese ha dato lustro — fin dagli anni del Centro Regionale Universitario per la Danza — alla nostra danza e per gli studi di un’arte ammessa per la prima volta nell’«Empireo».
Sono estremamente onorato di essere stato nominato nella vostra Accademia. Quando sono arrivato, la città era chiusa nei propri salotti ed enclaves e non è stato facile entrarvi: solo lentamente, se conquisti la sua fiducia, Torino sa aprirsi e accoglierti. Qui inoltre c’è stata una riqualificazione urbana cui abbiamo in parte contribuito con le attività del Teatro di Comunità. I cittadini si sono appropriati del loro territorio e della loro comunità e io l’ho visto dall’interno. In questo ancora una volta la capitale subalpina è stata all’avanguardia e trainante in Italia. Ora entrare in un’Accademia così esclusiva, mi ha fatto sentire amato e stimato anche dalla Città.

