«Non vogliamo un teatro astratto o un teatro intimista o, peggio ancora, un teatro di poesia. Noi vogliamo un teatro che, nella storia di un’epoca, valga come il periodo blu di Picasso o la Sagra della primavera di Stravinskij».
A usare questi toni infuocati è un critico poco più che ventenne di nome Paolo Grassi. È il 1943 e la rivista Eccoci!, quindicinale dei Guf di Cremona, pubblica i suoi articoli polemici e visionari. Oggi li conosciamo grazie allo sforzo del giornalista Nicola Arrigoni che li ha raccolti in una snella ma sapiente pubblicazione che include anche i sorprendenti scritti di Giorgio Strehler, pagine in cui il futuro maestro della scena europea vagheggia «un teatro disumano» sottratto al piatto naturalismo e alla pura mimesi. Sono i primi movimenti di quella che sarebbe diventata la più grande avventura teatrale del secondo dopoguerra, la nascita del Piccolo di Milano, il 14 maggio del 1947, ad opera di Paolo Grassi e Giorgio Strehler. Se, come annota Arrigoni, «quanto Grassi fa e scrive in età giovanile lo porterà in età matura a leggere il teatro come categoria di pensiero e di realtà», il teatro disumano teorizzato dal ragazzo Giorgio porta il germe di una rivoluzione scenica che «nulla lascerà di intatto in noi».