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Una parola sorprendente ed esotica: cioè teatrale…
14 Giugno 2026

Una parola sorprendente ed esotica: cioè teatrale…

Viola Papetti, «Alias»

Le traduzioni da Yeats, la riscrittura di Othello, i testi per la radio, i dialoghi filosofici, le interviste impossibili… Tutto il teatro di Giorgio Manganelli, librone Cue Press a cura di Luca Scarlini

Mi disse Manganelli «Faccio teatro di parola», collocandosi a grande distanza dalla semiotica teatrale che imperversava nelle università italiane negli anni Settanta-Ottanta. Per me la sua parola era stata sempre teatrale: sorprendente, ricca di senso, esotica. Cercai qualche definizione e la trovai in «Parole infinite», pubblicato postumo in Il rumore sottile della prosa (Adelphi 1994). «C’è una natura vegetale delle parole che si consegna con difficoltà, solo al rilettore accanito… se leggiamo più volte il primo capoverso dei Promessi Sposi – un luogo comune – ci accorgiamo che le parole via via si spogliano del loro significato, e riappaiono come allusione, suono, e tessuto di ritmo; e quando avremo finito per la terza volta i Promessi Sposi non ci ricorderemo più di Don Rodrigo e nemmeno di Renzo, ma avremo nella mente uno straordinario tessuto di cerimonie, danze, magie, ombre e luci». Luca Scarlini ha raccolto il teatro esplicito e implicito di Manganelli, testi, traduzioni, teorie, monologhi, duologhi, interviste, in Tutto il teatro, pubblicato da Cue Press, formato di circa 30×20, grafica elegante (pp. 602, €54,99). L’informatissima introduzione dello stesso Scarlini celebra Manganelli come drammaturgo originale nel quadro della produzione italiana dell’epoca. Negli anni Cinquanta Manganelli aveva meditato a lungo sul teatro simbolista di Yeats, dove la parola denudava la scena. Il personaggio mitico era identificato dal nome, il nome era il suo destino. Tradusse quattro drammi di Yeats, Deirdre, L’elmo verde, Sulla spiaggia di Baile, L’unica gelosia di Emer, che furono pubblicati postumi con la mia cura solo molti anni dopo. Da questa esperienza presero le mosse gli scritti teorici di Manganelli, tra cui il provocatorio Cerimonia e artificio: «Ho del teatro un’idea piuttosto perplessa, e tuttavia eccitata; un sistema di diffidenze, irritazioni e imprecise speranze. Mi irrita che a teatro ci siano attori e pubblico. Cominceremo dunque, e per tempo, a inchiodare porte e finestre. Se saremo abbastanza tempestivi, riusciremo a tener fuori anche gli attori, tolti quegli smagriti lemuri che il paziente esercizio abbia reso idonei a insinuarsi per le imperfette commessure». Teatro non psicologico, non di denuncia, non documento. Conclude: «Non solo l’oleografia dobbiamo espungere dal palcoscenico, ma la volgarità dell’intelligenza aggiornata e sensibile, l’oscenità della vita interiore, quel pattume di anima…». Le conversazioni con l’amico Augusto Frassineti, autore di grande successo con il suo sarcastico Misteri dei ministeri (edizione ultima: Einaudi 2022, a cura di Andrea Gialloreto) risvegliarono l’interesse per un nuovo tentativo. Il funerale del padre, probabile autore Piero Mazzoleni, una commedia festosa molto amata dalle compagnie di dilettanti. Si trattava dello scambio di due funerali e due cortei che non avevano riconosciuto il loro defunto. I cortei furono ridotti a un duetto tra i due figli, modello ricorrente in A e B. Lo scambio cresceva in modo vertiginoso verso una crudele conclusione, i due protagonisti si riconoscono fratelli e assassini: «Non mi dirà che… Lei dunque ha capito che… Ma come… Il cuscino, il cuscino sulla faccia… le smorfie… Io? Io… Era ubriaco come una scimmia…due dita nel naso. Tre minuti. Fu un piacere semplice e solenne. Le buone letture giovano. Cuscino sul volto, morte da re». La stessa severa misura delle battute costituì nei testi più lunghi di Manganelli la conversazione tra personaggi inerti e immobili – vedi High Tea – immersi nella loro eleganza metafisica. Giorgio Manganelli era un fine conoscitore della letteratura inglese, ovviamente di Shakespeare e, dell’operazione innovativa di Samuel Beckett. Da Beckett imparò a svuotare il mondo. High Tea ricorda un’incursione in un quadro di Savinio, che aveva detto – e Manganelli di sicuro approvava – «La mia pittura non finisce dove finisce la pittura, continua». Traduzione come riscrittura dell’Othello di Shakespeare è Cassio governa a Cipro (Rizzoli 1977), in cui Manganelli dà prova della sua sofisticata tecnica decostruttiva dell’originale. Emerge dal testo shakespeariano la crudele storia dell’origine. Jago, Othello, Desdemona e Cassio hanno cambiato volto e postura. In special modo Desdemona denuncia la dea arcaica che si adorna delle ossa dei suoi amanti sacrificati. Il suo nome infatti sta per Des-Demons. Nei testi successivi scorre una vena nichilista (Severino, Givone…) che ben si adatta a giustificare il teatro ultimo a cui mira Manganelli. Un lunghissimo monologo che termina con un punto interrogativo, coniugando teatro e prosa, percorre l’origine della parola sino al suo limite. Si tratta di Rumori o voci del 1987 (pubblicato da Rizzoli). Da un paesaggio primario di fiumi, prati, strade, squittii di animali, mormorii naturali e improvvisi prende forma la voce. «E dopo qualche minuto di sosta vi accadrà di sentire un rumore lieve, e comincerete a chiedervi: rumore o voce? E di che o di chi? E come descriverlo?» Questo vorremmo sapere: «Che è questo rombo, farnetico, frastuono, quale rissa governa il mondo, dilata lo spazio? … E che vuoi che sia, mio caro nottambulo, mio sedentario delle tenebre, se non questo, questo appunto – la resurrezione dei morti?».

Giorgio manganelli tutto il teatro cover

Carta: 54,99