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La grande abbuffata
18 Giugno 2026

La grande abbuffata

David Frati, «Mangialibri»

Gennaio, Parigi. Ugo gestisce un ristorante piccolo ma elegante, frequentato da una clientela affezionata e benestante. È sposato con Madeleine, «una donna matura in cui la bellezza di un tempo assume ora dei tratti duri e autoritari». Lo sta guardando perplessa, ora. Ugo, infatti, ha riempito un tavolo di vasi e barattoli sottratti alla cucina del ristorante, dice che deve portarli con sé per un weekend con gli amici. E – con grande sorpresa della donna – lui ora sta anche prendendo la scatola di legno e pelle che contiene la sua preziosissima collezione di coltelli da cucina, un regalo di suo padre che Ugo considera praticamente sacro. Madeleine gli chiede spiegazioni, ma lui zitto: si infila il cappotto e dà ordine a uno sguattero di caricargli in macchina le conserve e i coltelli… Nello stesso momento Michel, celebre producer televisivo, sta controllando con aria soddisfatta uno scatolone fatto consegnare dal negozio all’angolo della strada: guanti di gomma, sapone per piatti, altri prodotti per la pulizia della cucina. La sua elegantissima segretaria lo guarda perplessa, lui la rassicura con un buffetto: starà via per un po’, è stanco e ha bisogno di ritrovarsi. Ha lasciato ben quattro settimane di trasmissioni registrate, la situazione è tranquilla. Prima di partire, incontra sua figlia Cordelia. È venuta accompagnata dal fidanzato, un ragazzo nero alto e magro di nome Zac. Michel chiede notizie di sua moglie, non la sente da molto tempo ma a quanto pare anche Cordelia non è che la veda molto di più. L’uomo consegna alla figlia le chiavi del suo appartamento: «Me ne vado, una serie di reportages…». La figlia accetta di buon grado il regalo, prende le chiavi e lo abbraccia. Del resto, chi non vorrebbe abitare in uno dei più eleganti appartamenti di Parigi, a due passi dagli Champs-Élysées? Ma non le salta certo in mente di chiedere perché lui lo stia lasciando a lei… Nello stesso momento un DC 8 delle linee aeree italiane sta atterrando a Orly. Marcello, il comandante, spegne i motori e controlla che tutto sia a posto. Come al solito ha assolto al suo compito in modo impeccabile. Del resto, il volo Roma-Parigi per lui è ormai un tragitto d’autobus. Ha cinquant’anni, è bello ed elegante e ha un’aria da ragazzo che fa girare la testa alle donne. Appena sceso dalla scaletta, gli si fa incontro una hostess: «Non c’è la macchina e il pullman è partito». Lui non trattiene il disappunto. E ora come farà a trasportare il formaggio? Qualcuno rimedia un carrello portabagagli e lui lo carica di forme di prezioso formaggio che ha portato dall’Italia, poi si avvia all’aeroporto. Un brivido gli percorre la schiena pensando ai giorni che lo aspettano…

Pubblicata per la prima volta da Bompiani nel 1973 ma ormai introvabile da anni, torna in libreria grazie alla Cue Press di Mattia Visani – la prima casa editrice digitale italiana interamente dedicata alle arti dello spettacolo – la novelization del memorabile film di Marco Ferreri interpretato da Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Michel Piccoli e Andréa Ferréol. Come la sceneggiatura del film, è firmata da Ferreri e da Rafael Azcona, suo stretto collaboratore sin dal 1959. La leggenda vuole che l’ispirazione per questa storia a Ferreri sarebbe venuta durante un pranzo memorabile condiviso con il produttore Jean-Pierre Rassam e i fratelli Philippe e Alain Sarde: «A quell’epoca, mio fratello Philippe, che è compositore di musiche da film, Marco Ferreri ed io eravamo molto amici e passavamo le nostre giornate a mangiare. Alla fine di un pranzo pantagruelico in un ristorante, cominciammo a preparare il menù della cena della sera», ricorda Alain Sarde. La trama è semplice, per certi versi brutale ma inquietante. Quattro amici di mezza età della buona borghesia – Marcello (pilota di linea), Ugo (ristoratore), Michel (regista televisivo) e Philippe (magistrato) –, annoiati dalla loro esistenza, si rinchiudono in una villa del XVI arrondissement di Parigi, smarcandosi da lavoro e famiglia con diverse scuse, apparentemente per un paio di giorni lontano da tutto a base di cucina, vino e chiacchiere tra uomini. Ma il vero progetto, mai dichiarato eppure inequivocabile, è un suicidio collettivo per overdose alimentare. A ‘contaminare’ questo proposito iniziale l’idea che emerge ben presto di invitare delle prostitute per associare alla bulimia alimentare anche quella sessuale. Cucinano, scopano, mangiano, parlano, mangiano. Mangiano senza sosta, fino a scoppiare. Le prostitute a un certo punto desistono, nicchiano, se ne vanno, ma i quattro commensali continuano fino a morire, uno ad uno, assistiti – come fosse una sorta di sacerdotessa, di madre o di valchiria, da Andréa, un’esuberante maestra elementare che accetta di partecipare all’orgia gastronomica e sessuale, divenendo progressivamente testimone e complice della dissoluzione dei quattro protagonisti. Non vi è introspezione psicologica, non vi è speranza in un colpo di scena né in un lieto fine: i quattro personaggi si muovono come automi verso la propria morte, e la narrazione li osserva con la stessa impassibilità con cui li osserva la macchina da presa nel film: lo spettatore-lettore non è mai invitato a identificarsi con i quattro protagonisti, ma a guardarli dall’esterno, con quella distanza che trasforma la morte in grottesco e il grottesco in satira. Qui né il sesso né il cibo sono mai descritti come veri piaceri: sono al tempo stesso armi e strumenti di un sacrificio rituale. All’uscita del film Ferreri aveva dichiarato alla rivista Express: «Si dimentica sempre l’uomo fisiologico e le sue necessità. Temere di mostrarlo significa cancellare, dimenticare il suo lato tragico. Significa barare. Ebbene, io faccio film fisiologici. Niente di filosofico in tutto ciò». Nel 1972 la carriera di Ferreri era in stallo. Il suo Liza (1971), era stato un pesante insuccesso commerciale. I produttori non volevano più saperne, dei suoi film. La grande abbuffata venne finanziato dai soli disposti a scommettere su di lui, Jean-Pierre Rassam e Vincent Malle. Il film fu girato in un antico hôtel particulier del XVI arrondissement di Parigi, nel febbraio del 1973. Il celebre traiteur Fauchon fornì le vivande per il set. Per assicurarsi alti incassi, Rassam puntò tutto sullo scandalo: alimentò la curiosità della stampa divulgando ad arte alcune fotografie di scena ‘suggestive’, ma vietò ogni accesso al set. La strategia si rivelò di un’efficacia formidabile: all’uscita del film l’hype – come si direbbe oggi – era ai massimi livelli e gli incassi al botteghino furono eccellenti. Il film fu presentato in concorso al 26° Festival di Cannes e ottenne il Prix Fipresci ex aequo con La Maman et la Putain di Jean Eustache. La pellicola era una critica alla società dei consumi travestita da favola boccaccesca e lugubre, e fece scandalo: Philippe Noiret però rispose alle critiche con lapidaria sintesi: «Tendevamo uno specchio alla gente e loro non hanno amato vedersi riflessi. Questo rivela una grande stupidità». La pubblicazione Bompiani seguì di pochi mesi l’uscita del film in Italia (settembre 1973), capitalizzando l’ondata di scandalo e curiosità: il volume fu addirittura scelto come numero inaugurale della collana «Ombre Rosse».

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