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Approfondimenti, interviste, recensioni e cultura: il meglio dell’editoria e delle arti da leggere, guardare e ascoltare.

Jon fosse
6 Ottobre 2023

Jon Fosse, il Nobel che racconta l’indicibile

Carmelo Claudio Pistillo, «Libero»

Dopo Bjørnstjerne Bjørnson 1903, che insieme a Henrik Ibsen ha contribuito alla nascita della drammaturgia norvegese, Knut Hamsun, premiato nel 1920 e Sigrid Undset, nel 1928, la Norvegia si porta a casa il quarto premio Nobel della Letteratura. A godere di questo privilegio è Jon Fosse, scrittore, poeta e drammaturgo nato nel 1959, amante di autori di assoluto rigore e inimitabile complessità, come un sovvertitore del linguaggio teatrale che risponde al nome di Samuel Beckett, il percussivo e narrativamente implacabile Thomas Bernhard o l’oscurissimo Georg Trakl, legato incestuosamente alla sorella. Già da questi nomi, che racchiudono alcune sue predilezioni letterarie, non certamente di metodo, si può dedurre la precisione con cui l’Accademia Svedese ha inteso motivare l’assegnazione del premio a questo scrittore prolifico e appartato: «Per le sue opere teatrali e di prosa innovative che danno voce all’indicibile». Poco conosciuto ma assolutamente in evidenza per i suoi libri pubblicati in Italia e tradotti in quaranta lingue, nella sua residenza nel Grotten, datagli in affido dal re di Norvegia per i suoi meriti letterari, il poliedrico scrittore sta vivendo una crescente e inaspettata popolarità. In un’intervista rilasciata al Corriere nel 2022 dichiarava non senza qualche imbarazzo la sua incredulità rispetto all’ipotesi del conferimento del premio Nobel. Ecco le sue parole: «Non so se sono un vero candidato, comunque è un onore che molte persone pensino che io lo meriti, o almeno che pensino che l’Accademia svedese pensi che io meriti un Premio Nobel. Invece il pensiero di essere premiato è terrorizzante». Raggiunto al telefono in queste ore, dopo essere già stato nominato cavaliere dell’Ordre national du Mèrite in Francia nel 2007, con questo felice annuncio Fosse sembra essere entrato con sobrietà ed eleganza nell’abito del vincitore: «Sono così felice e sorpreso. Non me lo aspettavo davvero».
Nessuno se lo aspettava, anche se il suo nome echeggiava con sicurezza negli ambienti più più vicini all’Accademia svedese.

La reazione a Godot

Ma chi è Jon Fosse, considerato il «Samuel Beckett del XXI secolo» per le sue qualità drammaturgiche riconosciutegli dopo il suo debutto come autore teatrale di Qualcuno arriverà, scritto come reazione ad Aspettando Godot. Come i grandi letterati, anche il nuovo premio Nobel non si accontenta della descrizione della realtà senza che in questa aleggi il respiro di un altro ipotetico universo. La letteratura è uno strumento d’indagine sul senso ultimo delle cose. Di aiuto, in questa sua ricognizione, ha un ruolo fondamentale il silenzio da cui cerca di estrarre parole insperate ma degne di entrare e caratterizzare la pagina scritta. La sua prosa non attinge alla dimensione più autobiografica se non in termini di suggestioni, ma si nutre d’immaginazione e non di fantasia. Dichiarò nel 2022: «Non scrivo mai per parlare di me ma per liberarmene, allontanarmi. Da questo punto di vista, la scrittura somiglia al bere. Ecco perché forse non ho mai scritto così tanto come dopo avere smesso con l’alcol. La letteratura può essere una forma di sopravvivenza, per me è stata di sicuro un modo per vivere». Una tecnica sapiente, la sua, dove al ritmo studiato nella poesia unisce la coerenza lungo tutta la trama assorbite dal teatro. Sono più d’una le traduzioni italiane delle sue opere spesso dominate dal paesaggio nordico. Diverse le case editrici che in questi ultimi anni hanno fiutato con lungimiranza il valore dello scrittore: Fandango con Melancholia (2009) e Insonni (2011) entrambi tradotti da C. Falcinella, Cuepress con Saggi gnostici (2018) e Caldo (2018) curati da uno dei maggiori esperti della letteratura nordica come Franco Perelli, ma prima ancora, a mettere le mani su questo autore, è stata Editoria e Spettacolo con Teatro (2006), per la cura di Rodolfo Di Gianmarco. Con protagonista il tormentato Lars Hertevig, fra i maggiori pittori norvegesi, è utile ricordare un gioiello come Melancholia, che si avvicina, almeno nella trama, al miglior Bernhard. Il pittore, infatti, viene colto nell’ultimo giorno di vita prima del suicidio avvenuto per ragioni amorose o forse, per motivi più profondi come l’incapacità di vivere, tema tipicamente bernhardiano.

La vis polemica

Per la Nave di Teseo sono inoltre disponibili sia Mattino e sera (2019) che L’altro nomeSettologia vol. 1-2 (2021), entrambi tradotti da Margherita Podestà. Mentre Mattino e sera racconta i termini della vita attraverso la nascita di un figlio e l’ultimo giorno di un vecchio nella ripetizione di gesti sempre definitivi, L’altro nome è la singolare storia di due uomini con lo stesso nome, Asle, una doppia versione dello stesso uomo. Il dieci ottobre sempre la casa editrice guidata da Elisabetta Sgarbi pubblicherà Io è un altro Settologia III-IV volume, un romanzo-mondo dal titolo rimbaudiano, che vuole essere un riflessione poetica sull’amore, sull’arte e sull’amicizia. Il nuovo Nobel non manca, come accade spesso in questi casi, di vis polemica. Giusto, secondo lui, il premio conferito a Luigi Pirandello ma non quello a Dario Fo, un non scrittore. Così come ritiene ingiusto aver onorato un autore come Bob Dylan. Non è meno tenero con il teatro contemporaneo, a suo avviso troppo legato ai classici e poco incline alle novità. Sicuro, comunque, di una sua ripresa nel solco della contemporaneità.

Oslo, Norway 20161012. Portrait of author Jon Fosse. The picture is taken in the State honorary housing for deserving artists, "Grotten", in Oslo. Photo: Ole Berg Rusten / NTB scanpix
6 Ottobre 2023

Jon Fosse. Triste, solitario e Nobel

Anna Bandettini, «la Repubblica»

Ha fama di scontroso, solitario, depresso, ex alcolista, di isolato tra i fiordi e le nebbie della sua Norvegia, ma con le sue parole ha scaldato di emozioni, pensieri, profondità migliaia di spettatori nel mondo, Jon Fosse: una delle voci più innovative della scena internazionale e ora, a 64 anni, Premio Nobel della Letteratura 2023. Poeta, saggista, scrittore (il suo monumentale Settologia, romanzo oversize è per il «New York Times» uno dei più grandi capolavori) e soprattutto grande autore di teatro, Fosse è stato tradotto in più di 40 paesi, con schiere di fan e i suoi testi rappresentati nelle sale dei cinque continenti, dalla Cina agli Usa. Tanto che il suo Nobel (vale 11 milioni di corone svedesi, circa 1 milione di euro) è un po’ anche una festa per il teatro, il segno della vitalità di un’arte, la scrittura drammatica, solitamente considerata elitaria, inutile o futile; e invece decisiva e addirittura primaria, visto che il premio a Fosse segue quello di altri grandi drammaturghi, George Bernard Shaw (1925), Pirandello (1934), Eugene O’Neill (1936), Beckett (1969), Dario Fo (1997), Elfriede Jelinek (2004), Harold Pinter (2005), Peter Handke (2019).

Quel che è certo è che con il riconoscimento al «nuovo Ibsen» come è stato chiamato – con la motivazione che «le sue opere teatrali e di prosa innovative danno voce all’indicibile» – l’Accademia svedese di Stoccolma ha visto giusto e colto nel segno, anche nel segno dei tempi. Perché parliamo di un gigante che ha fotografato le inquietudini e fluidità del mondo contemporaneo e ha attraversato, specie col teatro, le strade più buie dell’animo umano con personaggi che spesso non hanno nome, hanno un linguaggio secco e senza fronzoli, dialoghi apparentemente minimali, ma che scavano nelle angosce e nel fondo delle nostre relazioni e della nostra vita. Storie come Melancholia, Insonni (editi da Fandango), e soprattutto gli amari testi di teatro, Qualcuno arriverrà, Inverno, il bellissimo Io sono il vento, Caldo. «Faccio il possibile per scrivere ciò che non si può dire, come dicevano Wittgenstein e Derrida», aveva dichiarato in una intervista a Repubblica nel 2016, in occasione del debutto mondiale nella rassegna ’Quartieri dell’arte’ di Viterbo della sua commedia Det er Ales (Lei è Alice).

Nato a Haugesund, sulla costa occidentale della Norvegia, un viso nordico, severo, fisico massiccio, laureato in letteratura comparata e in filosofia, Fosse ha cominciato a scrivere a 12 anni. «Ho avuto una infanzia felice, mi piaceva il pallone, con l’adolescenza tutto è cambiato. Ho cominciato a sentirmi estraneo, salvo che nello scrivere. E ancora oggi la scrittura è il rifugio» ha detto. All’esordio nel 1983 con il romanzo Red, Black, seguono, tra i più celebri, Melancholia e Insonni, una favola moderna sulla disillusione di due piccoli protagonisti, fino al capolavoro Settologia, un romanzo di migliaia di pagine, sette parti, scritto nel 2019. Da noi martedì uscirà Io è un altro, i volumi III-V nella traduzione di Margherita Podestà Heir, con La nave di Teseo che ha già pubblicato (oltre al romanzo Mattino e sera) i volumi I e II sotto il titolo di L’altro nome: una storia fiume di due uomini che hanno lo stesso nome (forse sono lo stesso uomo) lungo un non-tempo, come spesso è nell’opera di Fosse, dove «passato e presente si muovono in un solo attimo, come fossero più vicini all’eternità», e sono parole sue. Nonostante abbia smesso di scrivere testi drammatici, come autore di teatro Fosse è stato forse perfino più prolifico e amato. Dal successo, nel 1999, di Qualcuno sta per venire, molte commedie sono tradotte, messe in scena (anche se più spesso da piccole compagnie) e pubblicate, dal volume Teatro (Editoria & Spettacolo, 2006), che raccoglie sei testi (tra cui Sogno d’autunno, Inverno), al bellissimo Io sono il vento (Titivillus). In italiano sono apparsi anche Saggi gnostici (a cura di Franco Perelli, Cue Press, 2018).

Sposato con figli, Fosse vive in prevalenza nella residenza di Grotten, a Oslo, concessagli dal Re per i meriti letterari e da lì si dice conduca una vita quasi claustrale, scossa dall’alcolismo da cui si è dichiarato guarito e dall’ansia cronica in parte risolta con l’avvicinamento alla fede cattolica.

La notizia del Nobel l’ha ricevuta in auto, come successe a Dario Fo; lui guidando nei pressi di Bergen, sulla costa occidentale della Norvegia. «Negli ultimi dieci anni mi sono preparato con cautela al fatto che ciò potesse accadere. Ma credetemi, non mi aspettavo di ricevere il premio oggi, anche se avevo una chance». Vederlo dal vivo in Italia sarà difficile, ma in questa stagione sarà in scena con lo Stabile di Torino La ragazza sul divano con la regia di Valerio Binasco, un’altra vicenda di personaggi irrisolti: qui una donna, alla ricerca di una qualche ragione per vivere. Quale? «Semplice: l’amore», aveva risposto in passato Fosse. Crediamogli.

Jon Fosse
6 Ottobre 2023

Jon Fosse, esercizi di incomunicabilità

Andrea Romanzi, «Il Manifesto»

L’introduzione del norvegese Jon Fosse alla letteratura fu – a suo dire – poco invitante e ancor meno lusinghiera: nel corso di una intervista del 2006 per la rivista «Bok & Bibliotek» rivelò al suo interlocutore: «Iniziai a leggere nello stesso momento in cui cominciai a scrivere. La maggior parte di ciò che leggevo non mi piaceva … fatta eccezione per Tarjei Vesaas, di cui lessi prima di tutto Il castello di ghiaccio (Iperborea). Successivamente, ricordo che inserii nell’elenco Gli uccelli (Iperborea)». Erano titoli da cui uno studente norvegese non poteva prescindere: Fosse avrebbe aggiunto, più avanti, fra i suoi autori Knut Hamsun, anche lui Nobel per la letteratura nel 1920, e fra le sue letture l’Inferno di Dante, letto in diverse traduzioni.

Nonostante la sua scrittura abbia una chiara matrice modernista, i pilastri su cui Fosse ha costruito la propria cultura letteraria sono ben radicati nella letteratura classica, in particolare nei poemi epici – l’Iliade e l’Odissea – e nella Bibbia. Nello stile ricorda da vicino alcune pagine di Samuel Beckett, ma la sua scrittura è ancora più radicale e, soprattutto nel teatro, procede per sottrazione, scardinando e deostruendo gli elementi spazio-temporali, così da presentare un ambiente privo di punti di riferimento, dove anche il concetto di identità perde consistenza. Governate da un estremo minimalismo, le pièces di Fosse sono connotate dall’assenza di una trama vera e propria, da una lingua scarna e da pochissimi personaggi privati del nome e di qualsiasi elemento che contribuisca alla loro caratterizzazione.

Quarto scrittore norvegese a ricevere il Nobel per la letteratura, Fosse è nato nel 1959 e ha studiato filosofia e sociologia, prima di specializzarsi in scienze della letteratura. Mentre stava ancora studiando, a metà degli anni Ottanta, pubblicò il suo primo romanzo, Raudt, Svart (Rosso, nero), dando avvio a una carriera prolifica, che spazia tra i generi più disparati: dal romanzo, ai libri per bambini, alle opere teatrali, ai saggi, alle poesie, tutti tradotti in molte lingue e apprezzati soprattutto in Germania, Stati Uniti, Giappone e Polonia.

La componente modernista dei suoi scritti attinge alla corrente letteraria che ha incontrato più larga fortuna nella Norvegia degli anni Ottanta, e di cui Fosse è forse l’esponente più acclamato. Cresciuto in un contesto familiare intensamente permeato dal pietismo e dal quaccherismo, ne prese le distanze molto presto dichiarandosi in un primo tempo ateo, ma convertendosi poi al cattolicesimo nel 2013. Sui suoi scritti i motivi religiosi fanno, patentemente, una grande presa: tutta la filosofia nichilista che parte dalla «morte di dio» è – secondo Fosse – il presupposto fondatore della letteratura moderna; compresa la sua. Il che non gli ha impedito di conferire alla scrittura il carattere sacro di un esercizio religioso.

Già a partire dai primi studi, le questioni di teoria della letteratura entrano stabilmente nei suoi saggi, che risentono palesemente dell’influenza di linguisti, semiologi e aforisti – da Greimas, a Barthes – concretizzandosi in una scrittura letteraria sintatticamente asettica e minimalista ma allo stesso tempo connotata da un gran numero di ripetizioni – che contribuiscono a problematizzare la questione della lingua – e l’incapacità di metterci in comunicazione, con gli altri e con noi stessi. Non a caso, i pochi personaggi delle opere teatrali di Fosse si parlano addosso, si ripetono, pirandellianamente senza capirsi mai, dando luogo a sequenze narrative di natura descrittiva, più che mirata a restituire l’azione dei caratteri in campo. I quali, tuttavia, proprio in quanto sottratti alle esigenze narrative più votate all’intreccio, assumono uno spessore psicologico complesso e intrigante, che si risolve in una focalizzazione introspettiva, consentendo al lettore di scendere nelle più recondite fratture del loro animo.

Già dai suoi primi tre romanzi erano evidenti la potenzialità narrative di Jon Fosse: l’esordio, Raudt Svart (Rosso, nero) si articola in numerosi salti temporali, e altrettanto frequenti cambi di prospettiva, per raccontare la ribellione di un giovane ragazzo nei confronti dell’ambiente pietista in cui cresce. Ma è con Stengd gitar, (Chitarra chiusa) secondo romanzo pubblicato nel 1985, che il nome di Jon Fosse si carica di una maggiore risonanza: la storia di una giovane madre, che, rimanendo chiusa fuori casa, si condanna a separarsi dal suo bambino di un anno, vive sulla pagina grazie alla descrizione allarmante dell’impotenza della donna, restituita con una tecnica narrativa basata su associazione di idee e stati d’animo che scorrono, lineari, sotto gli occhi del lettore.

Più complesso dei precedenti, e chiaramente più evoluto da un punto di vista stilistico, il terzo titolo dello scrittore norvegese si carica di contorni oscuri: Blod. Steinen er (Sangue. La pietra è) (1987) è costruito come un lungo monologo interiore che ruota attorno a un possibile caso di omicidio. «I miei romanzi erano così oscuri e densi che la poesia si fece strada a forza». E, infatti, i suoi versi portano chiara una sorta di necessità naturale, un’ineluttabilità di esistere, almeno sulla pagina.

Negli ultimi anni, la fortuna di Jon Fosse si è costruita soprattutto attorno alla sua produzione teatrale: il debutto avvenne nel 1994 al teatro di Bergen con il primo dramma, E non ci separeremo mai (Cue Press), che lo consacrò come uno dei più importanti drammaturghi della nostra epoca. Spesso inquadrati nel teatro post-modernista, i suoi stykk – come i norvegesi chiamano i testi teatrali – sono anch’essi figli di un inconfondibile stile scarno e pragmatico, che predilige ambientazioni quasi irreali, comunque scheletriche. I suoi personaggi, molto spesso anonimi, sono analizzati – anzi denudati – davanti agli occhi dello spettatore, privi di qualsivoglia barriera e liberi da imbarazzi, portando a galla i desideri, le paure e le passioni più nascoste del nostro subconscio. Torna, anche nelle battute dei personaggi portati sulla scena, l’insistenza sulle ripetizioni, già abbondanti nei lavori in prosa, con un effetto ritmico coinvolgente.

Il motivo per cui le anafore sono una prerogativa imprescindibile nel suo modo di scrivere, Fosse lo ha spiegato in una conversazione uscita sulla rivista «Prosopopeia», dell’Università di Bergen: «Le utilizzo in maniera del tutto involontaria. È la verità. Ho iniziato a scrivere dopo essermi interessato molto di musica; tentavo di riprodurre lo stesso stato d’animo che avevo quando suonavo… È per questo che è sbagliato intendere le ripetizioni come uno strumento narrativo, come un qualcosa di calcolato. Non è mai stato così». Questa naturalezza a cui Fosse fa riferimento è ben percepibile, per esempio, in drammi come Nokon kjem til a komme (Arriverà qualcuno) del 1996, in cui mette in scena una coppia di cui non conosciamo quasi nulla, nemmeno i nomi. I due, che nel testo vengono indicati come «Lui» e «Lei», si recano presso la nuova casa che hanno acquistato, vicino al mare, pianificando una vita tranquilla, lontana dal resto del mondo: vogliono stare soli, è questo che ripetono, ritmicamente, finché un uomo non si presenta bussando alla loro porta e sconvolge i loro piani. L’incontro riporta alla luce desideri nascosti, paure, abiezioni: Lui e Lei si trasformano nel corso dell’opera, mutevoli ed incerti come ognuno di noi.

Un’opera monumentale, che si compone di sette volumi, è in corso di traduzione per La nave di Teseo, che farà uscire, di qui a pochi giorni, il primo libro di questa Settologia, con il titolo Io e un altro (traduzione di Margherita Podestà Heir), che corrisponde ai volumi III-V dell’opera. Fosse prosegue tra queste pagine il racconto cominciato in L’altro nome (volumi I-II) il cui protagonista, Asle, è un pittore che vive sulla costa occidentale della Norvegia. Per Natale dovrà dipingere un’opera, e le aspettative riposte in lui lo forzeranno a rompere l’isolamento in cui si è rifugiato dopo la morte della moglie.

Del resto, la pittura è per lui un tramite per la conoscenza del proprio sé, qualcosa di realistico tanto quanto lo sono le fotografie, pur nella loro diversa concretezza. Il comparto introspettivo viene squadernato in Io e un altro più che in altre prove narrative, e come quasi sempre accade nelle pagine di Jon Fosse, il piano relativo alla propria identità, quello temporale e quello più meramente fisico sfocano i loro contorni scivolando l’uno nell’altro, fino a trasformare la narrazione in un onirico viaggio verso la conoscenza di sé.

Jon fosse
6 Ottobre 2023

Jon Fosse, il Nobel che viene dal rock e sussurra al buio

Camilla Tagliabue, «il Fatto Quotidiano»

Nella solitudine dei campi di cotone in cui vaga il teatro contemporaneo, driiin: l’Accademia di Svezia chiamò. A rispondere è Jon Fosse, norvegese, classe 1959, drammaturgo sopraffino prima ancora che venerato romanziere, fresco di Nobel per la Letteratura per aver «dato voce all’indicibile». Da Pinter a Jelinek, almeno a Stoccolma si ricordano di quell’arte chiamata drammatica, appena espunta, per dire, dal nuovo programma dell’italico Salone del Libro. Chiosa il «NYT»: «Fosse è uno di quegli scrittori che ti senti in colpa di non avere ancora letto». «Sorpreso, ma preparato alla felice evenienza», l’autore dal tipico humour nordico ha già detto «che dopo questo premio, non si arriva più in alto, è solo discesa».
Cresciuto nella Norvegia occidentale, tra i fiordi e la pesca, Fosse vive da tempo a Oslo, nella residenza concessagli dal re per meriti letterari, dall’esordio nel 1983 alle traduzioni in oltre 40 lingue, dalle pièce allestite ovunque ai tanti blasoni e riconoscimenti (due volte Premio Ibsen e Nynorsk Prize; European Prize; il Willy Brandt e il nostrano Ubu…).

«Quando la scrittura è buona ha in sé un dolore. L’arte si fonda su un temperamento malinconico». Con allegrezza artica Fosse debutta a 24 anni con un romanzo sul suicidio, Rosso, nero, mentre in altri suoi testi «si può dire per esempio / che quello che separa noi vivi da noi morti / è una cabina telefonica». Svedese. Credente, cattolico e con una spiccata avversione per l’educazione puritana ricevuta, il Nostro non è nato imparato: «Non ero bravo a scrivere, avevo cattivi voti: sono arrivato alla scrittura dal rock». E ora, sornione, dichiara per mestiere di «sussurrare nella tenebra», mercanteggiando col caos, la solitudine, la depressione, Dio. Antirealista, antipsicologista, Fosse si definisce un «minimalista»;di formazione filosofica più che letteraria, a parte le grandi sbronze: Bernhard, Beckett, Joyce e ovviamente il compaesano Ibsen, unico a batterlo come norvegese più rappresentato al mondo. «Non mi occupo della vita inconscia, ammesso che esista, m’interessa la relazione». Poi certo, le relazioni sono un inferno; non ci si capisce niente, non ci si capisce mai.

Approdato al teatro controvoglia — come i veri drammaturghi ne provava «avversione» — inanella una serie di «commedie», dice lui diabolico, di successo, di grande respiro, cioè da apnea e panico. I titoli sono laconici, lapidari: Caldo; Inverno; Il nome; Qualcuno verrà, seee… Lei, Lui, Uomo, Secondo uomo, Donna, Ragazzo, Madre: i personaggi non hanno nome, sono archetipici, ruoli perché appunto definiti dalla relazione prima che da sé. In Sogno d’autunno, ad esempio, tra i pochi visti su un palco italiano negli ultimi anni (Binasco, 2017), la trama gira di funerale in funerale, ammesso che i protagonisti non siano già morti. Ma la vita del corpo, per Fosse, conta poco, così come pensieri, emozioni e «sentimenti di merda».

Nei suoi Saggi gnostici (Cue Press) si legge: «Ci sono uomini molto sensibili che per questo non diventano buoni artisti, i più anzi non lo diventano, e io credo che molti di questi sensibili siano perdenti». Si muove nel tempo, Jon (ok lo fanno tutti i geni da Proust in su e giù), non nello spazio, come si evince dalla monumentale Settologia (2019-2021), il cui secondo volume è in uscita martedì con La nave di Teseo. Io è un altro c’entra con Rimbaud, al diavolo Lacan: è il flusso di coscienza di oltre 1.300 pagine di Asle, un uomo e il suo doppio. Tra gli altri romanzi, i più noti sono Melancholia e Insonni (Fandango): il primo è sul pittore Lars Hertervig; il secondo è un apologo breve, dall’asprezza biblica, su una coppia di adolescenti che vaga in cerca di un rifugio per la notte, ma nessuno è disposto a ospitarli: lui porta un violino in spalla, lei lo scandalo in grembo. «Così spariscono l’uno nell’altra e si sente solamente, debole, il vento tra gli alberi». Nella solitudine dei campi di cotone. Chissà dove.

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6 Ottobre 2023

Jon Fosse, la voce dell’indicibile

Alessia Rastelli, «Corriere della Sera»

«Quando scrivo, ascolto. Ascolto il silenzio e cerco di farlo parlare». Così il 17 gennaio 2021, su «La Lettura», Jon Fosse apriva le porte del suo universo letterario. E ieri la sua tenace ricerca di un senso, da raggiungere sottraendo, nella narrativa come nella drammaturgia, ha ottenuto il riconoscimento più importante. L’autore norvegese, 64 anni, è il Nobel per la Letteratura 2023. L’Accademia svedese ha riconosciuto la forza luminosa della sua prosa e del suo teatro, fatti di poche azioni e gesti essenziali, ma che non di rado rinviano ad altro, nutriti da un anelito metafisico in grado di far vivere al lettore e allo spettatore un’autentica esperienza interiore.

Ad annunciare il Premio, «per le innovative opere drammaturgiche e la prosa che danno voce all’indicibile», è stato il segretario permanente dell’Accademia Mats Malm, il quale ha raccontato di avere raggiunto Fosse al telefono mentre stava guidando nelle campagne nei dintorni di Bergen, nella Norvegia sud-occidentale, e che l’autore gli ha promesso che avrebbe proseguito con prudenza fino a casa. Il nome di Fosse — autore anche di racconti, poesie, saggi, traduzioni e libri per bambini, oltre che di romanzi e opere teatrali tra le più rappresentate al mondo — circolava già alla vigilia tra i possibili vincitori. E, infatti, «sono stato sorpreso, ma allo stesso tempo non troppo» ha commentato l’autore con l’emittente norvegese Nrk. Anche se poi ha aggiunto: «Negli ultimi dieci anni mi ero cautamente preparato al fatto che potesse accadere. Ma non mi aspettavo di ricevere il Premio oggi, anche se c’era una chance». Fosse ha poi diffuso una nota attraverso la sua casa editrice di Oslo, Samlaget: «Sono commosso e grato. È un premio alla letteratura che vuole innanzitutto essere letteratura, senza altre considerazioni«.

Una frase in cui c’è molto di lui e delle sue idee. Se nella sua opera Fosse abbraccia le contraddizioni del vivere e le domande più scottanti — la solitudine, l’ansia e l’invecchiare, la morte, il senso del tempo e dell’arte, la ricerca di Dio — resta però sempre salda la fiducia nella letteratura come strumento d’indagine sul senso ultimo delle cose. «La letteratura è immaginazione. La sua essenza ha a che fare con ciò che la separa dalla realtà, con la trasformazione della realtà, con la creazione di un universo fatto di forma e contenuto, che così, a sua volta, ti fa guardare la realtà in modo nuovo». A partire da questa visione, Fosse si era anche detto contrario a un certa recente influenza delle «politiche dell’identità» sulla letteratura; così come lontano dall’autofiction, che invece tanta fortuna ha portato a un altro norvegese illustre, Karl Ove Knausgård, allievo del neo-Nobel quando insegnava all’Accademia di scrittura di Hordaland. Negli anni scorsi Fosse ha pure spiegato di non condividere l’assegnazione del Nobel a personalità come Dario Fo e Bob Dylan, lontane dalla figura del letterato «puro», mentre in un dialogo con il «Corriere» alla Buchmesse 2019, poco dopo il Premio a Peter Handke, difese quella scelta in nome della separazione tra arte e politica.

Nato nel 1959 a Haugesund, nella regione dei fiordi, nel sud-ovest della Norvegia, Fosse ha ottenuto la residenza per meriti letterari nell’edificio reale di Grotten, a Oslo, ma si divide con l’Austria, dove possiede una casa con la seconda moglie di origine slovacca. A 7 anni rischiò di morire in un incidente, episodio che lo segnò; mentre più avanti si laureò in Letterature comparate all’Università di Bergen. L’esordio narrativo risale al 1983 con il romanzo Raudt, svartRosso, nero»); quello drammaturgico al 1992 con Qualcuno arriverà. Il titolo, ha chiarito l’autore, nacque in contrapposizione ad Aspettando Godot di Samuel Beckett: gigante al quale è stato paragonato e di cui Fosse stesso ammette l’influenza ma, proprio per questo, la contestuale esigenza di «ribellarsi, come un figlio al padre». Con il poeta austriaco Georg Trakl e lo scrittore norvegese Tarjei Vesaas, gli altri debiti letterari dichiarati. Nella vasta e poliedrica produzione di Fosse, nel 1995 arriva Melancholia: dittico di monologhi di cui è protagonista il pittore norvegese Lars Hertervig. Su intuizione di Sandro Veronesi, l’opera viene pubblicata nel 2009 in Italia da Fandango, che due anni dopo replica con la favola moderna Insonni. Nel 2006, invece, Rodolfo Di Giammarco aveva curato il volume Teatro (Editoria e Spettacolo), che contiene opere di Fosse come E la notte canta (1997) e La ragazza sul divano (2002). Una rappresentazione di quest’ultima, diretta da Valerio Binasco, principale interprete italiano di Fosse, debutterà il 5 marzo al Carignano di Torino. È invece con Settologia, impresa narrativa di oltre 1.200 pagine senza mai un punto, divisa in 7 parti, che Fosse firma probabilmente il capolavoro narrativo. In Italia l’editore è La nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi che pubblicherà tutto il catalogo dell’autore: il primo libro, L’altro nome, è uscito nel 2021; il secondo, Io è un altro, che il «Corriere» ha letto in anteprima, arriverà il 10 ottobre; il terzo nel 2024. Ha detto Fosse: «È un lavoro in cui confluiscono temi e modi di tutta la mia produzione, ma in una luce nuova».

Il protagonista è Asle, un pittore anziano, ex bevitore, che conta solo sull’amicizia di un altro Asle, di fatto un suo doppio, e di un pescatore. Scarna la trama, in un paesaggio norvegese di mare e di neve. Lenta e avvolgente, mistica, la prosa. Quasi una preghiera, fatta di flashback, ripetizioni e visioni, mentre il protagonista scivola tra presente e passato, riflettendo sul senso dell’arte, della religione, della vita. Nulla a che vedere con un romanzo tradizionale. Ha spiegato Fosse: «Cercavo una prosa lenta — ha spiegato Fosse —, così smisi con il teatro, e smisi di bere. Anche se poi, alla drammaturgia, sono tornato». Per quanto rifugga dall’autobiografismo, come Asle anche Fosse è stato un bevitore e ha raccontato di avere smesso una decina di anni fa: «Non scrivo mai per parlare di me ma per liberarmene. Da questo punto di vista, la scrittura somiglia al bere. Ecco perché forse non ho mai scritto così tanto come dopo avere smesso con l’alcol. La letteratura può essere una forma di sopravvivenza». Una svolta è anche la conversione al cattolicesimo, intorno al 2012: «Da giovane ero ateo. Poi proprio la scrittura, il chiedermi che cosa la determinasse, mi ha fatto uscire dal mio confortante ateismo. Ho iniziato a credere in ciò che può essere chiamato Dio. Ora, dopo un lungo viaggio, sono un cristiano praticante». Anche in questo caso, un percorso condiviso con il personaggio di Asle. Il quale nel libro riflette: «Considerarsi cattolici non è soltanto una questione di fede, ma è un modo di vivere la propria vita e nel modo che può somigliare all’essere un artista (…), perché entrambi creano, per dirla così, una certa distanza dal mondo mentre al contempo indicano qualcos’altro, qualcosa che è presente nel mondo (…) e qualcosa di lontano dal mondo, qualcosa di trascendente». Come fa la scrittura di Fosse.

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6 Ottobre 2023

Il Premio Nobel per la Letteratura Jon Fosse e quel legame con Imola

Luca Balduzzi, «il Nuovo Diario Messaggero»

È un po’ imolese il Premio Nobel per la letteratura che l’Accademia svedese di Stoccolma ha assegnato allo scrittore e drammaturgo norvegese Jon Fosse, «per le sue opere teatrali e la prosa innovativa che danno voce all’indicibile». A pubblicare le sue opere nel nostro Paese, infatti, ha contribuito anche la casa editrice Cue Press di piazzale Pertini.

Il catalogo della casa editrice comprende tre libri dello lo scrittore e drammaturgo: Teatro, una raccolta dei suoi primi testi teatrali (Qualcuno verrà del 1992-1993, E non ci separeremo mai del 1994, e Il nome del 1995); Caldo, un altro testo teatrale del 2005; e Saggi gnostici, una raccolta di testi teorici scritti fra il 1990 e il 2000. Prima di ricevere il Premio Nobel in Svezia, in patria Fosse si è visto riconoscere i propri meriti letterari in una maniera decisamente molto particolare: nel maggio del 2011 il re Harald V gli ha concesso di vivere nella residenza onoraria di Grotten ai margini del parco del Palazzo reale, nella capitale Oslo.

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6 Ottobre 2023

Nobel a Jon Fosse. Custodire il mistero

Oliviero Ponte Di Pino, «Doppiozero»

Come spesso accade quando viene annunciato il Nobel per la Letteratura, molti intellettuali italiani, prima di buttarsi su Google, si chiedono: «Fosse chi? Ma come lo danno questo premio?». Chi frequenta i teatri dell’esistenza dello scrittore norvegese era informato almeno da una ventina d’anni, da quando cioè i suoi testi vengono rappresentati e pubblicati in Italia con una certa assiduità.

In Italia il nome di Jon Fosse è arrivato grazie alla sensibilità e alle recensioni di un «critico europeo» come Franco Quadri. E nel 2001 era arrivato a Viterbo, ospite del festival I Quartieri dell’Arte. Già all’epoca risiedeva, per meriti letterari, nella residenza reale di Grotten, a Oslo, raccoglieva premi e veniva tradotto in decine di lingue. Compreso l’italiano. Nel 2006 Editoria e Spettacolo raccoglieva un primo volume di Teatro (Qualcuno arriverà, E la notte canta, Sogno d’autunno, Inverno, La ragazza sul divano, Il drammaturgo). Nel 2012 Titivillus pubblicava Tre drammi (Variazioni di morte, Sonno, Io sono il vento, traduzione e cura di Vanda Monaco Westerståhl) e il saggio «sulla drammaturgia di Jon Fosse» di Leif Zern, Quel buio luminoso.

Fosse ha vinto il Nobel «per le sue opere teatrali e la sua prosa innovativa che danno voce all’indicibile». Nell’attuale scenario culturale il teatro non è dunque così marginale, se viene prima dei romanzi… Sono a Lecce, per l’inaugurazione del LAFLIS (Living Archive Floating Islands), nato per volontà di Eugenio Barba e di Julia Varley. Prima di trasferirsi a Holstebro, in Danimarca, Barba aveva fondato l’Odin Teatret a Oslo. A questa tre giorni leccese partecipano dunque alcuni giornalisti e artisti norvegesi. La notizia non li ha sorpresi: «Era da più di dieci anni che ce l’aspettavamo». Sono ovviamente felici, ma per loro è un atto dovuto a un grande artista.

L’eccellenza sulle scene mondiali del norvegese Fosse e dello svedese Lars Norèn ricorda la coppia composta più di un secolo prima dal norvegese Henrik Ibsen e dallo svedese August Strindberg (di cui Adelphi ripubblica in questi giorni la tormentata autobiografia Inferno, a cura di Luciano Codignola). E tra queste due coppie scandinave naturalmente giganteggia come trait d’union Ingmar Bergman. (E oggi c’è Klaus Ove Knausgaard: Fosse fu il suo docente di scrittura creativa e gli stroncò una poesia). In realtà alla drammaturgia Fosse, romanziere e saggista, ci è arrivato piuttosto tardi, per guadagnare qualche soldo. Il teatro non lo interessava, e anzi, lo irritava. Però apprezzò subito i limiti della scrittura teatrale: «Di natura, sono sempre stato una sorta di minimalista e, per me, il teatro è di per sé una sorta di forma d’arte minimalista, con molte strutture costitutive minimaliste: uno spazio limitato, un lasso di tempo limitato e via dicendo. Con mia grande sorpresa, quando la prima volta mi sono impegnato a stendere un dramma, ho scoperto che mi piaceva molto scrivere le didascalie o il dialogo, che poteva significare quanto o anche più di quello che viene detto, forse persino l’opposto di quello che viene detto, senza essere ironico. E dopo avere scritto il mio primo dramma, mi sentivo sicuro di avere scritto un buon testo, sebbene fossi assai incerto se potesse funzionare sulla scena» (Jon Fosse, Saggi gnostici, Cue Press, 2019, p. 69). Infatti per diversi anni ha praticamente smesso di scrivere romanzi. La sua scrittura teatrale, rarefatta e allusiva, si nutre della bravura degli attori e delle attrici.
A risuonare, in quelle frasi semplici, in quelle ellissi, in quei silenzi, ci sono la bellezza, la malinconia, l’orrore della vita, gli enigmi e gli abissi che custodiamo e che non possiamo affrontare direttamente senza cadere in una banalità burattinesca. La psicologia è un imbuto, una trappola di spiegazioni. La scrittura di Fosse invece sa custodire il mistero, e al tempo stesso ce lo trasmette.

L’altro straordinario punto di forza della scrittura di Fosse è la sua musicalità. Da ragazzo suonava in una band; il nesso tra la musica e la scrittura è molto forte: «Dal rock al testo, da ore a improvvisare alla chitarra a quelle dietro la macchina da scrivere, e poi alla tastiera di un pc. Suonare per ore, senza che nessuno ascolti. Solo noi della band. Quasi sempre andava così, sempre a provare, pochi concerti. Sia la mia musica sia la mia scrittura sono stati in generale per me stesso, e forse il più delle volte un tormento per gli altri» (Jon Fosse, Essay, 2011, pp. 238-39).

Sono diversi gli allestimenti italiani dei suoi testi, anche apprezzati, ma senza sfondare la bolla teatrale, tra cui Inverno, regia di Valter Malosti, con Michela Cescon, per il Teatro di Dioniso, Premio Ubi 2004 per il miglior testo straniero; La notte… canta, regia di Beno Mazzone al Teatro Libero di Palermo nel 2004; Je suis le vent, con la regia di Lukas Hemleb, con Luca Lazzareschi e Giovanni Franzoni nel 2014. È stato anche oggetto di un progetto giovane, come il Trittico allestito nel 2015 al Teatro di Roma, registi Thea Dellavalle (Suzannah), Alessandro Greco (Io sono il vento) e Vincenzo Manna (Inverno). Il jolly l’ha pescato l’ostinato Valerio Binasco, che nel marzo 2024 dirigerà Pamela Villoresi, Michele di Mauro e Giovanna Mezzogiorno in La ragazza sul divano per lo Stabile di Torino, dopo aver allestito Qualcuno arriverà (2007), E la notte canta (2008), Un giorno d’estate (2008), Sonno (2010) e Sogno d’autunno (2017).

Fosse è nato nel 1959 a Haugesund, sulla costa norvegese affacciata sul Mare del Nord. Anche la lingua dei testi teatrali non è facile: «Non è il norvegese che parlano a Oslo», spiega Franco Perrelli, autore di traduzioni e prefazioni per Cue Press, la casa editrice che più si è impegnata negli ultimi anni per far conoscere il teatro di Fosse, pubblicando Caldo (2019) e i tre testi del volume Teatro (E non ci separeremo mai, Qualcuno verrà, Il nome, 2023), oltre che i Saggi gnostici (2008). Perrelli, storico del teatro, anche lui a Lecce per festeggiare l’Odin Teatret, spiega che quella di Fosse «È una lingua che usano in campagna. È un grande scrittore, difficile da tradurre».

È stato peraltro lo stesso scrittore a interrogarsi sul complesso rapporto tra il nynorsk (il neonorvegese), la forma più diffusa della lingua, e il bokmål, più vicino ai dialetti norvegesi orientali. Il legame con la terra d’origine resta intenso: «Com’è noto, l’arte non è la massima espressione della cultura, anzi arte e cultura stanno agli antipodi: l’arte è pura materialità, la cultura è necessariamente falsa socialità, che fa sì che uno scrittore di Drammen possa essere pure di Parigi. Quando affermo che appartengo alla costa occidentale della Norvegia, corro forse il rischio di diventare ‘culturale’ all’incirca come il citato scrittore di Drammen, ma intanto non posso, se debbo essere onesto – e vorrei esserlo – affermare nient’altro che il mio posto, la mia terra, è la costa occidentale della Norvegia» (Jon Fosse, Essay, p. 320). In quella regione sono ambientati anche molti dei suoi romanzi. Senza mai essere esplicitamente autobiografici, raccontano con spietata lucidità i rapporti affettivi e i legami interpersonali, fino alle pulsioni più oscure, scavando nel profondo. In Italia tra i suoi romanzi sono stati tradotti da Fandango Melancholia (2009, dedicato al pittore ottocentesco Lars Hertervig e alla sua incapacità di vivere) e Insonni (2011).

Negli ultimi anni la sua narrativa è stata ripresa dalla Nave di Teseo. Il protagonista di Mattino e sera (2019), il pescatore Johannes, è sdoppiato in un confronto tra il sé bambino e il sé ormai avviato alla fine. E sono usciti i primi due volumi della sua Settologia, nel 2021 L’altro nome, parti I-II, e nel 2023 Io è un altro, parti III-V (2023). Del resto, il tema dell’incontro con l’altro è centrale nell’esercizio solitario della scrittura, contrapposta al «discorso», e vissuta come un’esperienza di mistica negativa: «Almeno per me, esiste un nesso, per esprimermi un po’ imprecisamente, fra ciò che altri provano in diverse congregazioni religiose (c’è pure chi afferma di provare certe esperienze nella natura), e quel che io stesso posso provare quando scrivo; in altri termini, è la scrittura che mi ha aperto la prospettiva religiosa e mi ha trasformato in una persona religiosa, e alcune delle mie esperienze più profonde possono, come ho compreso a poco a poco, essere definite esperienze mistiche. E queste esperienze mistiche sono connesse alla scrittura. Per quanto mi riguarda, né ciò di cui ho fatto esperienza della vita né ciò di cui ho fatto esperienza della morte mi ha smosso dal mio tranquillo ateismo; la scrittura invece l’ha fatto, giorni e anni di scrittura, giorni e anni totalmente a confronto con lo scritto; nei momenti felici, non a confronto, ma dentro lo scritto. È la scrittura che mi ha trasformato e ha dissolto la mia riprovevole certezza, sostituendola con un’umile sicurezza di essere consegnato all’altro e nelle mani di quel ch’è altro. Ciò che io sono, io stesso, è quindi un io nella condizione della grazia dell’uno e di quel ch’è altro» (Jon Fosse, Saggi gnostici, p. 23).

Questo atteggiamento porta con sé un paradosso. Dopo aver letto Bachtin, il teorico del romanzo polifonico, Fosse dice di essere «[…]arrivato alla concezione che il romanzo sia una specie di dialogo con il narratore, lo scrittore e il personaggio in quanto voci in uno scritto che non è espresso da una voce sola, ma da diverse simultaneamente. Nel discorso è possibile soltanto una voce alla volta, altrimenti sarebbe il caos, mentre la scrittura romanzesca rende possibile parecchie voci alla volta senza creare il caos […]. Questa pluralità conferisce al romanzo la propria voce, una voce che una volta ho definito la voce della scrittura, perché le differenti voci del romanzo compongono un’espressione […]. Il romanzo è un’espressione peculiare, essendo una voce della scrittura dalle molteplici voci» (Jon Fosse, Saggi gnostici, p. 27).

Proprio per questo la scrittura romanzesca si trova intrappolata in un paradosso che la rende inevitabilmente ironica: «Narratore e personaggio stanno in reciproca relazione dialogica; a questo dialogo prende parte anche lo scrittore e, all’interno di questo dialogo, che è reso possibile dalla scrittura, sorge l’ironia del romanzo, dove il significato appare e si dilegua in un modo che non può essere restituito oralmente e che è sospinto dall’indefinibile dinamica della scrittura» (Jon Fosse, Saggi gnostici, p. 49). L’ironia incarna insieme la nostalgia e la promessa del significato: per questo nel romanzo – e nella sua malinconia – risuona ancora la morte di Dio, ovvero del significato: «La letteratura diventa la mistica del mondo secolarizzato. Lo scrittore diventa il mistico ascetico del mondo secolarizzato» (Jon Fosse, Saggi gnostici, p. 55).

Nella lotta di Fosse con la scrittura riecheggia la dialettica con Ludwig Wittgenstein e con la frase finale del Tractatus logico philosophicus: «Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Forse non è un caso che l’inquieto filosofo austriaco, ormai trasferitosi a Cambridge, tra il 1913 e il 1914 abbia cercato pace in una baita su un declivio montano di Skjolden, con vista su un fiordo, dove ritirarsi a scrivere in solitudine. O meglio, come spiegava, a «occuparsi di logica, fischiettare, andare a spasso e deprimersi». Con la sua opera Jon Fosse, citando Derrida (ed evocando Beckett), dimostra che «ciò che non può essere detto, deve essere scritto».

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MG
6 Ottobre 2023

A Imola l’editore del Nobel: «Ordinati duemila libri in un’ora»

Patrick Colgan, «il Resto del Carlino»

«Si è risvegliata un’attenzione incredibile, ci hanno ordinato duemila copie in un’ora».
Pioggia di telefonate ieri alla Cue Press di Imola, piccola e apprezzata casa editrice specializzata in cinema e teatro. Ieri è stata una giornata speciale perché è una delle poche case editrici che hanno tradotto e pubblicato Jon Fosse, l’eclettico autore norvegese vincitore del premio Nobel per la Letteratura 2023. Drammaturgo, spesso paragonato a Ibsen per importanza, romanziere, poeta e saggista, Fosse è molto noto nei paesi scandinavi e fra gli addetti ai lavori, meno – almeno fino a ieri – al grande pubblico italiano. Mattia Visani è il fondatore di Cue Press che ha pubblicato tre libri di fosse, un testo teatrale, un saggio e una raccolta di testi teatrali.

Visani, come è avvenuto l’incontro con l’opera Fosse?

Frequento il teatro e la drammaturgia e Fosse è un autore che mi è sempre interessato. E così con i nostri autori e interlocutori ci siamo detti ‘perché non lo traduciamo e portiamo in Italia?’. Con il professor Franco Perelli, ordinario al Dams di Torino, decidemmo di fare un primo progetto dedicato a Jon Fosse proprio in occasione di una messa in scena a Roma del suo testo Caldo. Però sentivamo anche l’esigenza di offrire un saggio del portato teorico del pensiero di Fosse, quindi decidemmo di tradurre anche i Saggi gnostici.

Fosse però resta un autore noto principalmente agli addetti ai lavori.

È rappresentato in Italia ma non molto, conosciuto ma non molto. Diverso in Scandinavia o in Francia, dove è riconosciuto come un autore di grande statura. Abbiamo deciso di continuare a lavorare su Fosse anche perché, bisogna dirlo, i paesi scandinavi investono molto nella promozione della loro cultura, quindi è un piacere avere a che fare con loro.

E così avete pubblicato un altro volume.

Non più di due settimane fa abbiamo lanciato la raccolta teatrale tradotta da Vanda Monaco che contiene E non ci separeremo mai, Qualcuno verrà e Il nome. Abbiamo fatto un lavoro importante, cominciato nel 2018. Se consideriamo che Cue Press compie dieci anni, metà della vita della nostra casa editrice ha visto un lavoro su Fosse.

Lo avete mai incontrato di persona?

No, ma sarebbe bello portarlo in Italia, a Bologna o a Imola.

Cosa succede quando l’autore di una casa editrice vince il Nobel?

È una giornata particolare. Abbiamo ricevuto molte telefonate, molte richieste di interviste, ordini. Si è risvegliata un’attenzione incredibile, ci hanno ordinato duemila copie in un’ora. Non le abbiamo, vanno ristampate. Speriamo che ora venga più conosciuto e letto. Non è però l’unico Nobel in catalogo…

Qual è l’altro?

Abbiamo pubblicato testi, anche inediti, di Samuel Beckett.

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5 Ottobre 2023

Jon Fosse è il Premio Nobel per la Letteratura

Cue Press è la sua casa editrice italiana

Jon Fosse è Premio Nobel per la Letteratura 2023:

Per le sue opere teatrali e di prosa innovative che danno voce all’indicibile.

La motivazione del premio richiama inequivocabilmente i testi scritti per il teatro, che ne rappresentano il fulcro.

All’epoca dell’assegnazione, Cue è l’unica casa editrice italiana a detenere i diritti di pubblicazione delle opere teatrali del neo Premio Nobel.

Per cinque anni prima del Nobel, Cue è stata l’unica a pubblicare nuove opere teatrali di Fosse in Italia e, negli ultimi quindici anni, l’unica ad aver investito in modo continuativo nel suo teatro.

Un piccolissimo contributo alla fama di un autore immensamente grande.

Tra il 2018 e il 2023, Cue ha pubblicato un corpus teatrale e teorico significativo, comprendente Caldo, E non ci separeremo mai, Il nome, Qualcuno verrà, Saggi gnostici.

A queste opere si aggiunge il più autorevole commento critico sulla sua produzione teatrale: Quel buio luminoso. Sulla drammaturgia di Jon Fosse del critico svedese Leif Zern.

10 Agosto 2020

Ecco infine il ‘metodo’ Mejerchol’d: lavorar...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

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1 Agosto 2020

Un diario in versi

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30 Luglio 2020

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«Qui comincia — Rai 3 Radio»

Il libro del giorno è Cinema e teatro del Fronte Popolare di Goffredo Fofi. Il Fronte Popolare francese degli anni Trenta non è stato soltanto il tentativo di costituire una coalizione politica socialista come alternativa all’egemonia del capitale, ha rappresentato anche un inesauribile laboratorio culturale. Lungo le pagine del volume, Fofi rievoca con ironia, ma anche […]
9 Luglio 2020

Mattia Visani racconta la casa editrice

«Hollywood Party — Rai Radio 3»

Oltre all’approfondimento sul film Ombre di John Cassavetes e alle evocative suggestioni musicali di Stefano Zenni, la serata vedrà la partecipazione di Mattia Visani, editore della Cue Press. Visani illustrerà la storia e la filosofia della casa editrice, approfondendo il progetto di riscoperta e ripubblicazione di testi rari e fuori catalogo, e presentando le imperdibili […]
6 Luglio 2020

Elogio del disordine

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1 Luglio 2020

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1 Luglio 2020

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Poesie per ricordare Albertazzi

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24 Giugno 2020

Berlino. Tra passato e futuro

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Assumendo a paradigma la programmazione della Volksbühne, il teatro per antonomasia della DDR assieme al Berliner Ensemble, Sotera Fornaro scrive: «sembra che si voglia neutralizzare l’aspetto politico» anche per soffocare la possibile «nostalgia dell’Est» e, di riflesso, dare maggiore importanza alla Schaubühne, il teatro simbolo della Berlino occidentale. Questo depotenziamento identitario, via via progredito dopo […]
22 Giugno 2020

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L’ultimo, inatteso, appassionato, insospettabilmente delicato, e pentito, e struggente spettacolo di Giorgio Albertazzi è in un libro, Poesie e pensieri, pubblicato da Cue Press, co-curato con impagabile sentimento alla moglie Pia Tolomei di Lippa, da Mariangela D’Abbraccio, già partner e compagna, e da Eugenio Murrali. Ha senso di memoria storica e discreta, la prefazione di […]
10 Giugno 2020

Vedere o non vedere

Massimo Bertoldi, «Il Cristallo»

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1 Giugno 2020

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31 Maggio 2020

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Il 25 ottobre 1917 la corazzata Aurora entra nella Neva e si ancora a fianco della cattedrale di Pietro e Paolo. Alle 21:45, un colpo di cannone dà il segnale della rivoluzione. In quel clima, tra i primi provvedimenti di Lenin, arriva la nomina a commissario per l’istruzione di Anatolij Lunacarskij che convoca subito nella […]
20 Maggio 2020

Impulsiva nevrotica mutevole. La sfuggente Hedda G...

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Colpisce subito, di questo poderoso, dettagliato e accurato volume sui teatri antichi greco-romani in Italia, la dedica che l’autore rivolge all’archeologo siriano Khaled al-Asaad, ucciso dai miliziani jihadisti nel 2015, in quanto si era rifiutato di rivelare dove fossero nascosti i tesori di Palmira. Uno studioso coraggioso e consapevole del patrimonio di cui simbolicamente si […]
15 Maggio 2020

Lettere di August Strindberg

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Ha il ritmo narrativo di uno splendido romanzo epistolare questo volume curato da Franco Perrelli, illustre studioso di teatro scandinavo, che impagina le Lettere di August Strindberg seguendo un assemblaggio finalizzato a intrecciare la corrispondenza epistolare con la vita e il percorso creativo dello scrittore. È lo stesso drammaturgo e romanziere svedese a suggerire questo […]
13 Maggio 2020

Giuseppe Verdi a Napoli

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10 Maggio 2020

Riflessioni sull’essere attore. Un atto d...

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9 Maggio 2020

Moro a teatro

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Martire. Eroe. Vittima. Devoto. Corpo. Cadavere. Voce. Servo dello Stato. Statista. A partire dal momento della sua violenta morte – se non da prima – la figura di Aldo Moro è stata scomposta e reinterpretata in molte e diverse declinazioni; la maggior parte di esse rispettava quel carico di compassione e indulgenza che, per tacito […]
3 Maggio 2020

Indagine sul Verga ‘fiorentino’ quando Verga s...

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1 Maggio 2020

Il teatro di Claudio Morganti

«Persone — Radio India»

Nella rubrica curata da Daria De Florian, l’ospite è Claudio Morganti, attore e regista di lunga esperienza nel panorama teatrale italiano. Insieme alla conduttrice, Morganti dialoga sui temi affrontati nei suoi due volumi: La grazia non pensa (Cue Press, 2018) e Il serissimo metodo Morg’Hantieff (Edizioni dell’Asino, 2011). Durante la conversazione, l’autore ripercorre la genesi […]