Logbook

Approfondimenti, interviste, recensioni e cultura: il meglio dell’editoria e delle arti da leggere, guardare e ascoltare.

Fosse
5 Ottobre 2023

Jon Fosse ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura

«Il Post»

Jon Fosse ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura 2023, che gli è stato assegnato dall’Accademia Svedese per «la drammaturgia e la prosa innovative che danno voce all’indicibile». Fosse è uno scrittore norvegese autore di romanzi, drammi teatrali, saggi, poesie e libri per ragazzi. Ha sessantaquattro anni, è anche un traduttore ed è molto famoso nel suo paese. In Italia non è stato molto letto finora, ma i suoi libri sono stati tradotti in più di cinquanta lingue e ultimamente ha ricevuto particolari attenzioni internazionali perché sia nel 2020 che nel 2022 è stato candidato all’International Booker Prize, un influente premio letterario per la narrativa tradotta in inglese.

I due libri con cui era stato candidato sono la prima e la terza parte di un’opera chiamata Settologia (nonostante il nome, pubblicata in tre volumi), che in Italia sta traducendo La nave di Teseo, casa editrice che negli ultimi anni ha pubblicato i libri di vari autori che, tra gli addetti ai lavori, si pensa potrebbero vincere il Nobel. Settologia è una serie di romanzi narrati con un unico flusso di coscienza, quello di un anziano pittore impegnato a finire un dipinto, e che ripensa a vari momenti della sua vita. Il 10 ottobre uscirà in italiano la seconda parte, intitolata Io è un altro. Il titolo della prima è L’altro nome. Per avere un’idea di come è scritto, inizia così (non c’è nessun punto in tutto il libro): «E mi vedo mentre osservo il dipinto con le due linee, una viola e una marrone, che si intersecano al centro, un quadro oblungo, e noto di averle dipinte lentamente con uno spesso strato di pittura a olio, che è colata, e nel punto in cui la linea marrone e quella viola si intersecano il colore si è amalgamato magistralmente prima di sbavare e penso che questo non è un quadro, eppure è proprio così che deve essere, è finito, non ha bisogno di ritocchi, penso, e devo toglierlo da lì, non voglio che rimanga sul cavalletto, non lo voglio più vedere, penso e penso che oggi è lunedì e penso che devo aggiungerlo agli altri a cui sto lavorando e che non ho ancora ultimato, sono appoggiati alla parete con il telaio rivolto verso l’esterno, tra la porta della camera da letto e quella dell’ingresso, sotto il gancio dove è appesa la borsa a tracolla di cuoio marrone, quella in cui tengo il blocco per gli schizzi e la matita, e poi dirigo lo sguardo verso le due file di quadri pronti appoggiati alla parete accanto alla porta della cucina […]».

A chi non ha mai letto nessuna opera di Fosse, Anders Olsson, il presidente della commissione dell’Accademia Svedese che si occupa del Nobel per la Letteratura, ha consigliato di cominciare con una qualsiasi delle sue opere teatrali (le ha definite tutte «estremamente accessibili») oppure con Mattino e sera, un breve romanzo sulla vita di un pescatore dall’infanzia alla vecchiaia, per poi proseguire con Settologia. Anche Mattino e sera è pubblicato in italiano da La nave di Teseo, nella traduzione di Margherita Podestà Heir, che ha lavorato e sta lavorando anche a Settologia.

In Italia parte del teatro di Fosse è pubblicato dalla casa editrice Cue Press ed è stato spesso messo in scena dall’attore e regista Valerio Binasco, direttore artistico del Teatro Stabile di Torino. Nella stagione teatrale 2023-2024, a marzo, sarà messo in scena La ragazza sul divano, con Pamela Villoresi, Giovanna Mezzogiorno, Michele Di Mauro e Giordana Faggiano; poi lo spettacolo sarà portato anche in altri teatri. Il dramma parla di una pittrice intenta a dipingere un quadro che raffigura una ragazza su un divano e a interrogarsi sulla propria capacità di dipingere. Fosse ha fatto per un periodo anche l’insegnante di scrittura e ha avuto come studente tra gli altri lo scrittore norvegese Karl Ove Knausgård, piuttosto noto in Italia (sicuramente più di Fosse), autore dell’imponente opera autobiografica in sei volumi La mia battaglia, pubblicata da Feltrinelli. Fosse compare anche come personaggio nell’autobiografia di Knausgård.

Era da più di dieci anni che il Nobel non andava a un autore scandinavo: l’ultimo era stato il poeta svedese Tomas Tranströmer, nel 2011. C’erano già stati tre premi Nobel per la Letteratura norvegesi finora, ma l’ultimo risaliva al 1928, alla scrittrice Sigrid Undset. Nel Regno Unito gli ultimi libri di Fosse sono stati pubblicati da Fitzcarraldo, una piccola casa editrice letteraria che negli ultimi anni ha «indovinato» molti Premi Nobel per la Letteratura: Svetlana Alexievich (2015), Olga Tokarczuk (2018) e Annie Ernaux (2022). Fosse era l’autore considerato favorito per ricevere il Nobel di quest’anno stando alle puntate nelle agenzie di scommesse britanniche, che potrebbero essere influenzate anche da informazioni fatte circolare da persone vicine all’Accademia Svedese.

Il Nobel è il premio più prestigioso nel campo letterario internazionale e viene assegnato dal 1901 grazie alla fondazione creata da Alfred Nobel (1833-1896), l’inventore della dinamite. Ogni anno persone e organizzazioni competenti del mondo propongono come candidati per il premio scrittori, drammaturghi e poeti che nel corso della loro carriera si sono distinti nel loro paese e all’estero su invito dell’Accademia Svedese. Nel giro di alcuni mesi una commissione dell’ente riduce il numero di nominati a cinque e infine l’intera Accademia, che è composta da scrittori, linguisti e studiosi svedesi ed è una delle organizzazioni fondate dalla monarchia svedese per la promozione delle arti, della cultura e della scienza, vota il vincitore o la vincitrice. Il Nobel per la Letteratura può cambiare notevolmente la vita di chi lo vince. Prima di tutto perché ha un alto valore economico: undici milioni di corone svedesi, cioè quasi novecentocinquantamila euro. In secondo luogo perché nei mesi successivi all’assegnazione il pubblico e le vendite dei libri scritti dalla vincitrice o dal vincitore aumentano tantissimo. Se in certi paesi i suoi libri non sono ancora stati pubblicati, l’autore può ottenere poi contratti editoriali molto vantaggiosi per concedere i diritti di traduzione. Inoltre chi vince un Nobel per la Letteratura diventa una celebrità la cui presenza agli eventi culturali e i cui interventi sui giornali diventano molto richiesti: è una ragione in più per cui chi lo ottiene ha molti nuovi guadagni, anche se comporta anche aspetti stressanti e, per molti autori, un’interruzione temporanea delle attività di scrittura. Dal 1901 hanno vinto il Nobel per la Letteratura centoventi persone, diciassette donne e centotre uomini con Fosse.

Collegamenti

Jon fosse 5 (1)ok
5 Ottobre 2023

Premio Nobel per la Letteratura 2023 a Jon Fosse

Raffaella De Santis, «la Repubblica»

A Stoccolma l’Accademia svedese ha annunciato il nuovo premio Nobel per la Letteratura 2023: si tratta del norvegese Jon Fosse. Nel 2022 il premio era andato alla scrittrice francese Annie Ernaux. La porta dell’Accademia si è aperta e il segretario Mats Malm ha pronunciato in una sala immersa nel silenzio il fatidico nome del vincitore: Jon Fosse. La motivazione: «Per le sue opere teatrali e di prosa innovative che danno voce all’indicibile». La reazione dello scrittore, raggiunto da una telefonata pochi minuti prima dell’annuncio, è stata di stupore: «Sono così felice e sorpreso. Non me lo aspettavo davvero». In realtà il suo nome era nelle ultime ore tra i favoriti dai bookmaker.

Classe 1959, scrittore, poeta e drammaturgo norvegese. Profilo ibrido, come piace agli accademici svedesi, per i quali la letteratura è un attraversamento largo di territori culturali, non una macchina esclusivamente romanzesca. Fosse è lo scrittore «totale» adatto ai palati esigenti dei giurati della Svenska Akademien, l’artefice di una scrittura paradossale che attraverso le parole insegue il silenzio, ciò che non è spiegabile, né nominabile. Sul sito del Nobel si legge che Fosse ha molto in comune con il norvegese Tarjei Vesaas: «Fosse combina forti legami locali, sia linguistici che geografici, con tecniche artistiche moderniste». Tra i suoi numi tutelari ci sarebbero Samuel Beckett, Thomas Bernhard e Georg Trakl. Attenzione però a scambiarlo per un pessimista. Gli accademici svedesi fanno notare che: «Sebbene condivida la visione pessimistica di tali predecessori, non si può dire che la sua particolare visione gnostica si traduca in un disprezzo nichilista del mondo. Anzi nel suo lavoro c’è un grande calore e humour e nelle sue crude immagini dell’esperienza umana c’è un’ingenua vulnerabilità».

Anders Olsson, poeta e presidente della Comitato Nobel incaricato di scegliere la shortlist dei finalisti, ha detto subito dopo l’annuncio che Fosse ha la capacità di toccare i nostri sentimenti più profondi, «ansie, insicurezze, domande sulla vita e sulla morte». La sua vittoria evoca quella di un altro genio poco ortodosso, Knut Hamsun, incoronato nel 1920. Scorrendo nella lista di premi ricevuti da Fosse, se ne rintraccia uno assegnato dall’Accademia svedese nel 2007. Certo per il Nobel era un’altra era geologica, prima dello scandalo che lo ha travolto nel 2018 e del nuovo assetto attuale. Nuovi giurati, nuovo corso.

La Norvegia nella sua storia ha vinto tre volte, l’ultima nel 1928 con Sigrid Undset. Quella di Fosse è la quarta vittoria a quasi un secolo di distanza. L’esordio letterario di Fosse è nel 1983 con Red, Black. Da quel momento Fosse smette di scrivere per il teatro per dedicarsi alla letteratura. Si deve alla Nave di Teseo la pubblicazione in Italia di recente di un paio di suoi lavori magistrali, Mattino e sera e L’altro nome. Settologia 1-2, opera fiume che prevede sette parti radunate in più volumi per un totale di oltre millecinquecento pagine. In Italia possiamo leggere al momento solo le prime due parti della Settologia, tradotte in italiano da Margherita Podestà Heir. Protagonista un pittore, Asle, che vive isolato su un fiordo della Norvegia occidentale accontentandosi di un’esistenza frugale e solitaria. Romanzo che procede per flashback, squarci che illuminano la vita di Asle. Una scrittura asciutta, che guarda al teatro, mai un punto, solo virgole. Pare non ci siano punti neanche negli altri volumi della serie.

La pubblicazione del secondo libro della Settologia (parti III e IV) per La Nave di Teseo esce in libreria il 10 ottobre col titolo Io è un altro, che evoca la fortunata citatissima formula di Rimbaud. Una Elisabetta Sgarbi commossa ha sintetizzato così in una intervista a caldo sul Libraio.it il romanzo-mondo di Fosse: «Racconta cosa significa essere vivi […] è un grande romanzo sul doppio, sull’arte e sulla morte». E ha ricordato che Fosse è stato acquistato dalla Nave di Teseo grazie all’agente letteraria Barbara Griffini. La scrittura come forma di preghiera laica, terra che con le parole rincorre il silenzio. Tra i pittori preferiti di Fosse c’è Rothko.

Tra gli altri titoli di Fosse tradotti in italiano ci sono: Melancholia (Fandango); Insonni (Fandango); Saggi gnostici (Cue Press); Caldo (Cue Press). Piccola curiosità: Fosse è un ammiratore dello scrittore australiano Gerhald Murnane, del quale ha tradotto in norvegese il romanzo The Fields (Le pianure). Che fossero entrambi tra i favoriti a questo Nobel disegna un campo di immaginazione letteraria preciso: la scrittura come necessità che non risponde ad esigenze commerciali ma è animata da un’ansia di conoscenza totale e destinata alla sconfitta. Sarà rimasto male Karl Ove Knausgard, altro autore di opere inarginabili, che da anni appare e scompare dalla top ten dei papabili. Tra l’altro i due condividono la stessa traduttrice in lingua italiana, Margherita Podestà Heir.

Fosse è considerato un gigante, i suoi lavori sono tradotti in quaranta lingue nel mondo. Vive nella residenza onoraria di Grotten, a Olso, datagli in affido dal re di Norvegia per i suoi meriti in campo letterario. È nato nel 1959 a Haugesund, villaggio della costa occidentale norvegese, ed è cresciuto a Strandebarm, sul fiordo di Hardanger.

Collegamenti

Jon Fosse1
5 Ottobre 2023

Il Nobel per la Letteratura va al norvegese Jon Fosse: «Sono sorpreso, ma non troppo»

Emanuela Minucci, «La Stampa»

Il Nobel per la letteratura è stato assegnato a Jon Fosse, 64 anni, scrittore e drammaturgo norvegese noto per il suo stile minimalista e lirico. Il quale, come primo commento, ha detto: «Sono sorpreso, ma non troppo». Le sue opere in Italia sono pubblicate da La nave di Teseo. La motivazione: «Per la sua prosa innovativa, che ha dato voce a chi non l’aveva».

Chi è Jon Fosse

Scrittore estremamente prolifico, classe 1959, autore di romanzi, teatro, saggistica, libri per bambini, Jon Fosse è conosciuto e apprezzato, in Italia, soprattutto come drammaturgo e, sebbene siano poche le opere tradotte, vi si riconosce quella continuità che egli stesso conferma di cercare. Tutti i suoi testi, infatti, a suo dire, parlano al di là dei generi, si adattano reciprocamente, si sviluppano l’uno nell’altro scambiandosi i temi e andando a formare un’unica grande opera. Nella parte più francamente saggistica, Fosse riconosce l’influenza fondamentale di Heidegger, la cui filosofia cercava di descrivere «l’esistenza», così come Fosse – tra i migliori del tardo modernismo europeo – cerca di cogliere la struttura fondante della vita.
Esordì nella scrittura nel 1983 ed è appunto reputato tra gli autori più significativi del teatro contemporaneo. Ha sperimentato diversi generi, dal racconto alla poesia, dalla saggistica ai libri per l’infanzia.
In un panorama letterario come quello norvegese, piuttosto dominato da un certo realismo spesso focalizzato sulle relazioni familiari, la scrittura di Fosse rimane piuttosto unica, se non perfino isolata. Profondamente poetica è la sua ricerca di ciò che è difficilmente esprimibile, della melodia nelle parole. Chi lo paragona a Ibsen si limita a accostamenti puramente geografici e nazionali, l’ispirazione letteraria più evidente – e anche dichiarata – è invece quella di Beckett: forse più nelle opere passate, tuttavia, mentre di recente si è fatto più forte il suo mettersi in rapporto con la tradizione attraverso l’inserimento nei testi di elementi formali e tematici della letteratura classica. Un giovane stregone nel 2019 è stato pubblicato dalla Nave di Teseo.

La vita

Nato il 29 settembre 1959 a Haugesund, un piccolo villaggio sulla costa occidentale norvegese, crescendo poi a Strandebarm, sullo spettacolare fiordo di Hardanger. Si è laureato all’Università di Bergen in letteratura comparata e da allora ha iniziato a dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, insegnando a lungo all’Accademia di scrittura di Hordaland. Oggi vive nella residenza onoraria di Grotten, a Oslo, concessagli dal re di Norvegia per i suoi meriti letterari che lo hanno reso famoso a livello internazionale. Fosse è uno scrittore incredibilmente prolifico e un intellettuale poliedrico, tra le voci più significative della drammaturgia contemporanea, tanto da guadagnarsi il soprannome di «Samuel Beckett del XXI secolo». Ha esordito nella scrittura nel 1983 con il romanzo Raudt, svart (Rosso, nero), sperimentando successivamente generi e stili eterogenei, quali la narrativa breve, la poesia, la saggistica e la letteratura per l’infanzia. Le sue opere sono state tradotte in oltre 40 lingue, compreso l’italiano.

I primi riconoscimenti

Già agli inizi degli anni Novanta a Jon Fosse arrivano i primi riconoscimenti, soprattutto per i suoi racconti per l’infanzia; nel 1996, oltre a ricevere diversi premi per le sue opere in prosa, vince per la prima volta il prestigioso Premio Internazionale Henrik Ibsen (lo vincerà nuovamente nel 2010); da allora, la sua attività artistica è stata costantemente accompagnata da una ricca messe di riconoscimenti, che lo portano ad aggiudicarsi, tra gli altri, il Nynorsk Literature Prize, lo Swedish Academy’s Nordista Pris, il Premio Ubu, l’European Prize for Literature. Nel 2005 viene nominato Commendatore dell’Ordine reale norvegese di Sant’Olav e nel 2007 la Francia gli conferisce l’Ordine Nazionale al Merito. Nel 2015 l’Università di Bergen, che lo vide giovane laureato nel 1987, gli ha attribuito il dottorato honoris causa e nello stesso anno ha vinto il Nordic Council’s Literature Prize. Nel 2016 è stato insignito del Premio Willy Brandt, che ha sancito il successo di Fosse in Germania, dove è ampiamente tradotto e dove registi di primo piano, come Thomas Ostermeier, lo hanno più volte portato sulle scene con grande sensibilità e successo. I suoi testi teatrali sono stati messi in scena in tutto il mondo, affermandosi come autore di opere di struttura frugale che danno voce, con lucida analisi, al disagio che scaturisce dalle barriere comunicative poste tra gli uomini e le donne della nostra epoca, tra figure d’età diverse, tra persone disunite da vincoli famigliari, tra soggetti vivi e ombre.

L’esordio nel dramma

Già nel suo primo dramma Nokon kjem til å komme(Qualcosa sta per arrivare, 1992-93) è compiutamente espressa la cifra stilistica di Fosse, caratterizzata da una scrittura scarna e spietata, pronta a cogliere tutte le contraddizioni del linguaggio e delle reti relazionali, indagando temi quali la labilità della comunicazione, il divario generazionale e la precarietà dei rapporti familiari e di coppia. Autore del poderoso dittico sul pittore norvegese ottocentesco Lars Hertervig Melancholia (1995-96; traduzione italiana da Fandango Libri nel 2009), tra i romanzi più famosi di Fosse spicca Insonni (Fandango Libri 2011), una favola moderna dai toni dolci in cui i piccoli protagonisti, due creature simili all’Hansel e Gretel della fiaba, assistono impotenti alla crudeltà del giudizio con il cuore ancora pieno di speranza per quel miracolo che è la vita. Come autore di intensi drammi, tra i numerosi altri figurano Natta syng sine songar(1998; traduzione italiana con il titolo E la notte canta da Editoria e Spettacolo nel 2002) e Eg er vinden (2007; traduzione italiana Io sono il vento da Titivillus nel 2012; nello stesso volume compaiono anche Variazioni di morte e Sonno). Il volume Teatro di Jon Fosse (Editoria e Spettacolo, 2006) raccoglie sei drammi: Il nome(1995), Qualcuno arriverà(1996), E la notte canta(1998), Sogno d’autunno (1999), Inverno(2000), La ragazza sul divano (2002).
Tra i suoi lavori più recentemente pubblicati in Italia figurano Morgon og kveld(2000; Mattino e sera, La nave di Teseo 2019) e il monumentale progetto letterario Det andre namnet: septologien I-II(2019; L’altro nome: settologia I-II, La nave di Teseo 2021).
In italiano sono apparsi anche Saggi gnostici(a cura di Franco Perelli, Cue Press, 2018) e Caldo(Cue Press, 2018).

Collegamenti

Fosse portrait
5 Ottobre 2023

Jon Fosse. Quattro libri per conoscere il Premio Nobel per la Letteratura 2023

Federico Vergari, «Wired»

Il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura 2023 è il norvegese Jon Fosse (il centoventesimo della storia, il quarto norvegese). Scrittore a tutto tondo, principalmente di romanzi e drammi teatrali, ma anche di saggi, libri per ragazzi e poesie. Fosse si è aggiudicato il premio dell’Accademia reale svedese «per le sue opere teatrali e di prosa innovative capaci di dare voce all’indicibile». L’autore sessantaquattrenne non era tra i nomi più forti in lista per il premio, ma tra gli addetti ai lavori nelle ultime ore l’idea di una sua possibile vittoria aveva iniziato a farsi sempre più concreta, fino a diventare realtà al momento dell’annuncio: alle 13 di oggi, giovedì 5 ottobre. Una curiosità: sulla home page del sito ufficiale del Premio Nobel è presente un sondaggio per chiedere ai visitatori se hanno mai letto qualcosa di Fosse. Nel momento in cui sta andando online questo pezzo solo il 12% delle risposte è affermativa. Fosse è pubblicato in Italia da La Nave di Teseo e Cue Press e di seguito consigliamo una guida minima alla lettura per chi vorrà per imparare a conoscere meglio Jon Fosse.

Saggi Gnostici

Un libro non facile, ma forse quello da cui bisognerebbe cominciare. Una raccolta di testi teorici di Fosse (tradotti e curati da Franco Perrelli) per conoscere le opere del Premio Nobel pubblicate tra il 1990 e il 2000, il periodo in cui il suo pensiero e la sua scrittura si sono sempre più affinate fino a diventare – per molti – una vera e propria forma d’arte intima, mistica e autobiografica. Col senno di poi un lavoro da leggere come una sorta di manifesto programmatico del suo operato intellettuale, letterario e teatrale.

Mattino e sera

Si tratta del libro – edito nel 2019 – che gli è valso la definizione di erede di Beckett da parte del «New York Times» e che racconta i due momenti estremi della vita. La nascita, cioè il mattino, e la morte, cioè la sera. Come un continuum della stessa giornata, il racconto diventa una lettura dell’esistenza che tra i picchi alti e bassi galleggia nel mare della normalità. Tra i pensieri di un padre che vede nascere un figlio e quelli di un vecchio uomo che affronta il suo ultimo giorno di vita. Un libro che riesce a parlare a tutti e che attraverso una scrittura dettagliata, ma al tempo stesso semplice, disegna un manifesto di intenti dell’autore. Estremizzando, potremmo dire che Mattino e sera non è altro che la definizione di vita per Fosse.

L’altro nome. Settologia vol. 1-2

Un grande classico della letteratura: il gioco di specchi che vede fondersi due protagonisti. In questo caso si tratta di Asle ed Asle, due personaggi diversi, con lo stesso nome e che di fatto non sono altro che una diversa versione della stessa persona. Entrambi artisti, il primo anziano, vedovo e intento a rimuginare sulla vita e la sua storia. Il secondo, invece, conduce un’esistenza solitaria con la bottiglia di alcol come unica compagna di vita. Questo continuo rimando tra i due Asle diventa un escamotage per interrogarsi sulle grandi questioni che da sempre affliggono l’uomo: la vita, la morte, il semplice esistere.

Io è un altro. Settologia vol. 3-5

In uscita dal 10 ottobre, mai tempismo fu più azzeccato per un Premio Nobel per la letteratura, Io è un altro. Settologia vol. 3-5 è una sorta di seguito del precedente L’altro nome. Settologia vol. 1-2. I due Asle come dei viaggiatori dello spazio-tempo si incontrano per la prima volta e noi li osserviamo. Li guardiamo conoscersi, confrontarsi, osservarsi per poi prendere – ognuno – la propria strada. Io è un altro torna indietro nel tempo e ci mostra l’inizio delle due vite. Gli amori nascere, le passioni sbocciare, i vizi crescere. Un libro che guarda avanti portandoci indietro. Là dove la storia raccontata nel precedente lavoro, di fatto, comincia.

Collegamenti

Fosse foto autore
5 Ottobre 2023

Chi è Jon Fosse, il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura

Redazione Web, «L’Unità»

Il Premio Nobel per la Letteratura 2023 è stato assegnato dall’Accademia di Svezia all’autore norvegese Jon Fosse «per le sue opere teatrali e la prosa innovativa che danno voce all’indicibile». Lo scrittore e poeta è nato il 29 settembre 1959 a Haugesund, un piccolo villaggio sulla costa occidentale norvegese, crescendo a Strandebarm, sullo spettacolare fiordo di Hardanger. Fosse è considerato un maestro della letteratura scandinava, oltre che autore emblematico della scena teatrale contemporanea. Si è laureato all’Università di Bergen in letteratura comparata e da allora ha iniziato a dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, insegnando a lungo all’Accademia di scrittura di Hordaland. Oggi vive nella residenza onoraria di Grotten, a Oslo, concessagli dal re di Norvegia per i suoi meriti letterari che lo hanno reso famoso a livello internazionale.

Chi è Jon Fosse, il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura

Fosse è uno scrittore incredibilmente prolifico e un intellettuale poliedrico, tra le voci più significative della drammaturgia contemporanea, tanto da guadagnarsi il soprannome di «Samuel Beckett del XXI secolo». Ha esordito nella scrittura nel 1983 con il romanzo Raudt, svart;(Rosso, nero), sperimentando successivamente generi e stili eterogenei, quali la narrativa breve, la poesia, la saggistica e la letteratura per l’infanzia. Le sue opere sono state tradotte in oltre quaranta lingue, compreso l’italiano. I primi riconoscimenti arrivano a Fosse già agli inizi degli anni Novanta, soprattutto per i suoi racconti per l’infanzia. Nel 1996, oltre a ricevere diversi riconoscimenti per le sue opere in prosa, vince per la prima volta il prestigioso Premio Internazionale Henrik Ibsen (lo vincerà nuovamente nel 2010).

La biografia e la carriera

Da allora, la sua attività artistica è stata costantemente accompagnata da una ricca messe di riconoscimenti, che lo portano ad aggiudicarsi, tra gli altri, il Nynorsk Literature Prize, lo Swedish Academy’s Nordista Pris, il Premio Ubu, l’European Prize for Literature. Nel 2005 viene nominato Commendatore dell’Ordine reale norvegese di Sant’Olav e nel 2007 la Francia gli conferisce l’Ordine Nazionale al Merito. Nel 2015 l’Università di Bergen, che lo vide giovane laureato nel 1987, gli ha attribuito il dottorato honoris causa e nello stesso anno ha vinto il Nordic Council’s Literature Prize. Nel 2016 è stato insignito del Premio Willy Brandt, che ha sancito il successo di Fosse in Germania, dove è ampiamente tradotto e dove registi di primo piano, come Thomas Ostermeier, lo hanno più volte portato sulle scene con grande sensibilità e successo.

Dall’università, all’insegnamento, al teatro

I suoi testi teatrali sono stati messi in scena in tutto il mondo, affermandosi come autore di opere di struttura frugale che danno voce, con lucida analisi, al disagio che scaturisce dalle barriere comunicative poste tra gli uomini e le donne della nostra epoca, tra figure d’età diverse, tra persone disunite da vincoli famigliari, tra soggetti vivi e ombre. Già nel suo primo dramma Nokon kjem til å komme (Qualcosa sta per arrivare, 1992-93) è compiutamente espressa la cifra stilistica di Fosse, caratterizzata da una scrittura scarna e spietata, pronta a cogliere tutte le contraddizioni del linguaggio e delle reti relazionali, indagando temi quali la labilità della comunicazione, il divario generazionale e la precarietà dei rapporti familiari e di coppia. Autore del poderoso dittico sul pittore norvegese ottocentesco Lars Hertervig Melancholia (1995-96; traduzione italiana da Fandango Libri nel 2009), tra i romanzi più famosi di Fosse spicca Insonni (Fandango Libri 2011), una favola moderna dai toni dolci in cui i piccoli protagonisti, due creature simili all’Hansel e Gretel della fiaba, assistono impotenti alla crudeltà del giudizio con il cuore ancora pieno di speranza per quel miracolo che è la vita.

Letteratura e poesia

Come autore di intensi drammi tra i numerosi altri figurano Natta syng sine songar (1998; traduzione italiana con il titolo E la notte canta da Editoria e Spettacolo nel 2002) e Eg er vinden (2007; traduzione italiana Io sono il vento; da Titivillus nel 2012; nello stesso volume compaiono anche Variazioni di morte e Sonno). Il volume Teatro di Jon Fosse («Editoria e Spettacolo», 2006) raccoglie sei drammi: Il nome (1995), Qualcuno arriverà (1996), E la notte canta (1998), Sogno d’autunno (1999), Inverno (2000), La ragazza sul divano (2002). Tra i suoi lavori più recentemente pubblicati in Italia figurano Morgon og kveld (2000; Mattino e sera, La nave di Teseo 2019) e il monumentale progetto letterario Det andre namnet: septologien I-II (2019; L’altro nome: settologia I-II, La nave di Teseo 2021). In italiano sono apparsi anche Saggi gnostici (a cura di Franco Perelli, Cue Press, 2018) e Caldo (Cue Press, 2018).

Collegamenti

202304 Fosse 797x1062
1 Ottobre 2023

Saggi gnostici di Jon Fosse, Cue Press 2018

Angela Forti, «Prospero, Teatro e Critica»

Nei Saggi gnostici Jon Fosse si muove sui temi della poesia, della letteratura, dell’arte quasi senza rispetto, con una prosa informale e schietta, brutale. Nella raccolta di scritti redatti tra il 1990 e il 2000 e curata da Franco Perrelli per Cue Press, la parola teatro compare pochissimo. Circa ottanta volte, togliendo titoli e note, di cui trenta soltanto nell’introduzione di Perrelli. Nella vita di Fosse il teatro interviene in maniera molto più concreta, quasi rubando l’autore alla letteratura e alla narrativa, ma molto tardi. Per caso, o meglio, per economia. Fosse detesta il teatro, e sostiene che non farà mai il drammaturgo, non perché non si senta in grado di scrivere un dramma, questo non l’ha mai turbato, bensì per una forma di protesta nei confronti del teatro.

Con tutta la schiettezza della sua prosa dichiara che è stato l’esclusivo bisogno di soldi a portarlo ad accettare la commissione del suo primo dramma. Un primo dramma, che «grazie a Dio», ha funzionato, e che ha sorpreso lo scrittore nel piacere di scrivere le didascalie e i dialoghi in quello spazio e tempo limitato, minimalista. Scrive Fosse: «È soprattutto l’essere umano che il teatro cerca, cerca e manca, di trasformare in arte». E forse qui qualcosa di religioso, di mistico, avviene: come dicono in Ungheria, c’è un momento nel teatro, quando il teatro funziona, in cui «un angelo attraversa la scena». Un istante di comprensione emozionale collettiva, di armonia totale, nel quale il teatro è capace di possedere «il più intimo, grande e indicibile segreto». Un momento soltanto, che porta lo scrittore, lo «spregiatore del teatro» ad abbandonare, almeno per un po’, la narrativa, e dedicarsi alla drammaturgia. Un uomo pratico, uno scrittore pratico, che si sforza di scrivere nel limbo tra tragedia e commedia, tra lacrime e risa, sapendo che un drammaturgo non può mai barare e che può solamente tentare tutto quello che può perché un angelo possa, per un solo istante, attraversare la scena.

Collegamenti

COPERTINA CALDO OK
1 Ottobre 2023

Caldo di Jon Fosse, Cue Press 2019

Simone Nebbia, «Prospero, Teatro e Critica»

È una calda giornata d’estate, c’è un pontile, una casa, ovunque è il mare; ci sono due uomini, forse, poi c’è una donna che appare e scompare. Sarebbe tutto qui Caldo di Jon Fosse (Cue Press, 2019), ma l’autore norvegese, proprio in questa immagine scarna, apparentemente debole, essenzialmente onirica, raccoglie e disvela la ricorrenza delle atmosfere rarefatte in cui si ampliano a dismisura i vasti silenzi, quel deserto in cui si ripetono parole già dette, azioni già svolte a sostituirne altre che non si svolgeranno, parole eventuali che darebbero un senso più compiuto al testo, forse una maggiore distensione nella lettura, mentre invece quella assenza esplicita del tutto lo spaesamento e fa affiorare una complessità inattesa, ispessita sotto la superficie del non detto. Proprio per questo, nel testo del recente Premio Nobel, il fascino più esteso è dato da ciò che non compare ma che, sulla pagina o sulla scena, coinvolgerà il lettore o spettatore in una compresenza inevitabile. La stessa scelta, ricorrente in vari testi, di non esplicitare la punteggiatura, concorre a rendere assertivo un testo pieno di possibili domande, motivando ancor di più uno spaesamento non solo cognitivo ma esperienziale; ne nasce una sospensione, spesso palesata, di tempo e di spazio: i protagonisti si chiedono compulsivamente «quando» e «dove», nessuna risposta li soddisfa, ricordano e non ricordano, poi tornano allora a domandare e domandarsi ciò che non può avere una definizione: «quanto a lungo», «no non ho idea».

«Ma siamo stati qui tanto tempo / forse / È come se non ci fosse / sì tanto e poco. Noi stiamo qui in ogni caso». Tutte qui, evidenti, le note pinteriane prima e ibseniane poi individuate dall’introduzione di Franco Perrelli, che cura anche la traduzione: quello di Fosse, scrive, è un «realismo mobile o instabile», intendendo cioè quella vocazione della sua scrittura a offrire spazi vuoti più che i pieni, ampiezze in cui si situa un teatro, dice l’autore, come «epifania estesa nel tempo».

Collegamenti

Malick i giorni del cielo cavell fata morgana web rivista recensione
15 Settembre 2023

Ontologia del cinema, critica dei film

Roberto De Gaetano, «Fata Morgana Web»

Iniziamo col dire che la traduzione in italiano del libro di Stanley Cavell Il mondo visto è un piccolo evento editoriale. L’edizione originale del libro (The World Viewed) data 1971, quella aggiornata 1979. Si aspettava da tempo un’edizione italiana. Merito dell’editore Cue Press, di chi ha curato e introdotto il libro secondo una prospettiva filosofica, Piergiorgio Donatelli, e chi ne ha misurato nella postfazione il rilievo per gli studi sul cinema, Giacomo Manzoli.
Da dove nasce l’importanza del libro? Dalle domande che lo attraversano, tutte riconducibili in definitiva alla domanda ontologica, come esplicita tra l’altro il sottotitolo, Riflessioni sull’ontologia del cinema. Tale domanda ha attraversato alcune delle riflessioni teoriche più significative sul cinema. La prima delle quali, la più giustamente nota perché nata nel solco della fenomenologia merleau-pontyana nel momento storico decisivo del Secondo dopoguerra, è quella di André Bazin e di Che cos’è il cinema? (autore di cui Cavell tiene conto); la seconda è l’ontologia radicale di Gilles Deleuze, comparsa negli anni ottanta con L’immagine-movimento e L’immagine-tempo, questa volta nel solco della filosofia bergsoniana (in primis di Materia e memoria). Se per Bazin l’immagine cinematografica è rivelazione della realtà singolare delle cose, per Deleuze l’immagine è la realtà, l’identità dell’immagine e della cosa in un piano di immanenza, prima dell’intervento selettivo della percezione propriamente umana.

Per Stanley Cavell la questione è diversa. Anche se condivide con Bazin l’idea della base fotografica del cinema, il problema per il filosofo americano riguarda il mondo, cioè la trasformazione della realtà in qualcosa di sensato, in una forma di vita. Ma non c’è mondo senza azione, e dunque senza racconto. E questo non può prescindere dalle strutture mitiche che lo informano, dalle generalizzazioni dei tipi che lo animano (centrali al cinema perché costruiti anche sugli attori), che vanno ben oltre la singolarità dei personaggi e la loro individualizzazione. Se per il critico francese i film capaci di «intercedere» per affermare il realismo del cinema sono quelli del neorealismo italiano, perché animati da pura deambulazione a-narrativa e dunque più capaci di rivelare gli incontri imprevedibili e singolari con le cose, per Cavell è invece il cinema classico americano a svolgere tale ruolo, con le sue complesse codificazioni narrative e di genere. Per Cavell il problema è dunque il mondo, il vero tema unificante di un libro che a volte sembra smarrirsi enigmaticamente in più direzioni. La questione di come il cinema sia capace allo stesso tempo di raggiungere e nascondere il mondo è il cuore del libro: «Il mondo di un film viene proiettato. Lo schermo non è un supporto, non è come una tela; in quel modo non ha nulla da sostenere. […] Che cosa mostra lo schermo luminoso? Lo schermo mi nasconde dal mondo che contiene – mi rende infatti invisibile. E mi nasconde il mondo – ovvero mi nasconde la sua esistenza» (Cavell 2023, p. 59).

Il mondo di un film è tale, e dunque è lì e ci riguarda, perché mette in gioco quella che con Sartre potremmo chiamare una doppia «nullificazione»: della sua presenza ora («il mondo proiettato non esiste ora», ibidem) e della presenza dello spettatore. È questa luminosità segnata da un doppio nascondimento lo specifico del cinema e del suo rapporto con la realtà. Perché il cinema in «quanto proiezione automatica del mondo» (ivi, p. 169) non necessita di molto altro per attestare la presenza del mondo stesso. L’automatismo nasconde il tratto soggettivo dell’arte, recuperabile solo attraverso l’esplicito lavoro sulle forme, che Cavell individua nel carattere modernista di un certo cinema, quello che emerge quando la codificazione delle forme della tradizione entra in crisi (con quello che con il lessico della teoria francese, ampiamente diffuso e condiviso, potremmo chiamare il «cinema moderno»).

Restando ai dispositivi espressivi, la differenza dell’immagine cine-fotografica da quella pittorica non può essere misurata semplicemente a partire dalla maggiore capacità nella restituzione realistica del mondo da parte della prima. L’immagine cine-fotografica determina un modo radicalmente nuovo di attestare il rapporto tra uomo e mondo: «Per mantenere la convinzione della nostra connessione con la realtà, per mantenere il nostro essere presenti, la pittura accetta il ritiro dal mondo. La fotografia mantiene l’essere presente del mondo accettando che noi ne siamo assenti».

L’ascendente romantico di tale idea, che lo stesso Cavell tira in ballo, è chiaro. In pittura il soggetto tocca il mondo ritirandosi creativamente da esso. Nella fotografia e nel cinema, all’opposto, il mondo accede ad immagine automaticamente, espellendo la necessità della soggettività autoriale: «[…] Per mantenere il nostro essere presenti, la pittura accetta il ritiro dal mondo. La fotografia mantiene l’essere presente del mondo accettando che noi ne siamo assenti». L’automatismo diventa la differenza decisiva. È la genesi specifica dell’immagine cinematografica a garantire l’accesso del mondo ad immagine, con l’espulsione di ogni soggettività. Lo schermo diventa allora una sorta di «fazzoletto magico» (l’immagine è del Morin del Cinema o l’uomo immaginario, libro che Cavell non considera, anche quando si tratta di pensare la specifica origine magico-religiosa del cinema), in cui le cose sono presenti ed assenti allo stesso tempo, e sono anche capaci di metamorfizzarsi, di mutare rapidamente.

Il fatto che un automatismo esista è una cosa, il fatto che abbia senso un’altra. Se il cinema è un medium (cioè una possibilità) non significa che sia una condizione a priori delle opere particolari, di questo o quel film. Esattamente l’opposto. L’essere medium del cinema è un effetto dei film e delle forme determinate e reali che li definiscono (in termini bergsoniani diremmo che è il reale a generare il possibile): «I primi film di successo – le prime pellicole cinematografiche accettate come film – non erano applicazioni di un medium definito da possibilità date, ma erano la creazione di un medium per il fatto che questi film davano significato a delle possibilità specifiche. Solo l’arte stessa può scoprire le sue possibilità, e la scoperta di una nuova possibilità è la scoperta di un nuovo medium».

Queste parole di Cavell permettono oggi di portare alla luce uno dei grandi equivoci delle teorie dei media: pensarli come meri dispositivi (cioè possibilità), prescindendo dalla effettività delle forme date, significa condannarsi ad un discorso sterile. Un medium è sempre generato da forme specifiche ed effettive, e dal loro uso. Il cinematografico, per dirla con Pasolini, è generato dal filmico, al di fuori del quale semplicemente non esisterebbe o la cui esistenza – come quella di Dio – andrebbe dimostrata attraverso categorie della ragione o atti di fede. Non esiste contrapposizione tra arte e medium. Esiste il «medium di un’arte» (ivi, p. 119), cioè la trasformazione di una data e specifica forma espressiva in una possibilità di generare nuovi contenuti, attraverso per esempio tipizzazioni e codificazioni, come è stato per Hollywood. E una stessa arte può generare più media, più possibilità, per cui il compito dell’artista moderno non è «la creazione di un nuovo esempio della sua arte ma di un nuovo medium all’interno di essa» (ivi, p. 152). Questo porta ad un corollario importante: «Si può sostenere che gli unici strumenti suscettibili di fornire dati per una teoria del cinema siano le procedure della critica». È solo partendo dai film, dalla «critica umanistica che si occupa di film interi» (ibidem), che possiamo immaginare di creare concetti utili per una teoria del cinema, per pensare cosa sia un’arte, a che punto si trovi, e come possa generare nuovi media, e anche portare ad una migliore comprensione di se stessi e del mondo da parte degli spettatori.

E non è un caso che lo stesso Cavell, sia nel volume dedicato alla commedia hollywoodiana del rimatrimonio, Alla ricerca della felicità, sia nel libro sul melodramma, Contesting Tears, sia in uno dei suoi testi più belli, sullo scetticismo in Shakespeare, Il ripudio del sapere, ma anche in Cities of Words – dove mette in dialogo un film e un filosofo o scrittore – costruisca l’ossatura dei suoi libri su «conversazioni critiche» (come le chiama in Alla ricerca della felicità) con i film. Ed è solo da queste conversazioni critiche che possono emergere non solo elementi di teoria, ma anche la comprensione di quanto di buono i film hanno, anche quelli popolari, con la loro capacità di mettere lo spettatore in condizione di comprendere la sua propria esperienza e di modificarla. Perché la critica non opera su un piano di astrazione, ma a partire da quell’esperienza immediata e primaria – di cui parla Robert Warshow – che è quella dello spettatore: «The actual, immediate experience of seeing and responding to the movies as most of us see them and respond to them» (Warshow 2001, p. XL).

L’opera di Stanley Cavell rimane uno dei grandi esempi di quella che mi è capitata di chiamare la «teoria impura» (De Gaetano 2017, pp. 9 sgg), l’unica teoria che resta ancora viva, perché nata a ridosso della singolarità degli oggetti, del carattere determinato della forma, dell’esperienza concreta dello spettatore.

Riferimenti bibliografici
A. Bazin, Che cos’è il cinema?, Garzanti, Milano 1999.
S. Cavell, Contesting Tears, The University of Chicago Press, Chicago 1996.
Id., Il ripudio del sapere. Lo scetticismo nelle tragedie di Shakespeare, Einaudi, Torino 2004.
Id.,Cities of Words. Pedagogical Letters on a Register of the Moral Life, Harvard University Press, Cambridge 2005.
Id.,Alla ricerca della felicità. La commedia hollywoodiana del rimatrimonio, Cue Press, Imola 2022.
R. De Gaetano, Il cinema e i film. Le vie della teoria in Italia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2017.
R. Warshow, The Immediate Experience, Harvard University Press, Cambridge 2001.

Collegamenti

14 Settembre 2023

Bando Transizione Digitale Organismi Culturali e Creativi

Indetto dal Ministero della Cultura nell’ambito del Pnrr

Cue Press vince il Bando Tocc – Transizione Digitale per gli Organismi Culturali e Creativi.

Il Bando Tocc è un’iniziativa promossa dal Ministero della Cultura nell’ambito del Pnrr, finalizzata a sostenere e incentivare la trasformazione digitale di realtà attive nel settore culturale e creativo.

Attraverso contributi a fondo perduto, il bando finanzia progetti che puntino all’adozione di nuove tecnologie e alla digitalizzazione dei processi, favorendo l’innovazione, la diffusione culturale e la competitività di queste realtà sul territorio nazionale e all’estero.

Tra le iniziative premiate si distingue Cue Press, che ha conseguito un importante riconoscimento grazie a un progetto che unisce in modo virtuoso l’editoria tradizionale alle più recenti soluzioni digitali.

27 Aprile 2020

L’Ottocento a teatro tra commedie borghesi e...

Lorena Vallieri, «Drammaturgia»

Grazie alla casa editrice imolese CUE press sono nuovamente disponibili in formato cartaceo e digitale alcuni dei primi contributi di Siro Ferrone dedicati al teatro dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento: Il teatro di Verga (1972), Commedie e drammi borghesi (1979) e gli atti dei convegni Teatro dell’Italia unita (1980). Pagine pioneristiche, scritte in […]
27 Aprile 2020

Milano come Berlino? Una singolare comparazione. N...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Sotera Fornaro è una studiosa di Letteratura greca e Letteratura comparata, all’Università di Sassari, ma con notevole esperienza all’interno di Università tedesche come Friburgo e Luneburg. Ha frequentato i teatri berlinesi, tanto da dedicare loro un volume: Berlino tra passato e futuro, edizioni Cue Press, ormai la sola casa editrice che pubblica libri di teatro […]
22 Aprile 2020

«Io, che ormai sono un miliardo di miliardi di pa...

Alessando Carli, «Pangea»

Non poteva che uscirsene così: con un colpo di teatro. Lui, non i suoi scritti: quelli rimarranno e continueranno a vivere nella voce e nei movimenti e nelle regie di chi si abbevera alla fonte della parola, atto liturgico, nemesi lisergica che solo dopo la morte trova chi la pota e se ne prende cura. Il […]
19 Aprile 2020

S. E. Gontarski interview 1988

Alexander Laurence, «The Portable Infinite»

March 22, 1988 2:45pm. Stan Gontarski is a writer and a director of plays of many Samuel Beckett’s plays including Ohio Impromptu, What Where, Company, and Happy Days. His books include Samuel Beckett’s Happy Days: A Manuscript Study and The Intent of Undoing in Samuel Beckett’s Dramatic Texts. He also edited the book On Beckett: […]
16 Aprile 2020

Teatri a Berlino, la vertigine della Storia

Roberto Canziani, «Hystrio», XXXIII-2

Alle città del teatro – partendo dalla nostra Milano (a breve una riedizione) – Cue Press dedica Le Guide, una collana diretta da Andrea Porcheddu. La tappa più recente è Berlino. Sostiene l’autrice, Sotera Fornaro, che proprio qui ha trovato realizzazione, nell’ultimo decennio e «con un accentuato e inarrestabile processo di estetizzazione», la «società dello […]
16 Aprile 2020

Diverse abilità, nuove vie della danza

Carmelo A. Zapparrata, «Hystrio», XXXIII-2

Navigare esplorando le innumerevoli possibilità creative del corpo danzante, senza preconcetti. È questo il motore del libro curato da Andrea Porcheddu che affronta tematiche urgenti, tra le quali il rapporto tra professionismo e disabilità, dando parola proprio agli artisti. Concepito come una pluralità di voci, l’agile volume fa propri i termini della marineria per sviluppare […]
13 Aprile 2020

Così Puppa aggira I giganti della montagna. Un vi...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Paolo Puppa è uno dei conoscitori più attenti e profondi dell’opera pirandelliana, a cui ha lavorato per oltre quarant’anni, senza tralasciare nulla, tanto che la sua metodologia esegetica ne viene persino condizionata e risulta perfettamente ciclica, nel senso che utilizza un testo base e, attorno a esso, costruisce la sua indagine. Ne è prova il […]
23 Marzo 2020

Instabili e vaganti, senza fissa dimora. Ma con il...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Il volume Stracci della memoria, pubblicato da Cue Press, mi permette di fare alcune riflessioni sulla dimensione teatrale del terzo millennio, tipica di una generazione che ha scelto di rinunziare al testo come rappresentazione per accedere a un lavoro artistico capace di coinvolgere il corpo, da utilizzare per la realizzazione di un ‘progetto’. Non si […]
12 Marzo 2020

Il Pilastro e la cupola di Dom: gli anni incauti d...

Massimo Marino, «Corriere di Bologna»

Anni incauti era il titolo dell’ultima rassegna di Laminarie ed è anche quello di un libro che doveva essere presentato in questi giorni. A cura di Bruna Gambarelli, con Febo Del Zozzo anima della compagnia bolognese, ricorda i dieci anni di attività al Pilastro in modo originale. I centri sono due: L’invenzione di Dom la […]
12 Marzo 2020

Anni incauti, ma con metodo

Silvia Napoli, «Il Manifesto in rete»

Ci sono pur sempre diverse pubblicazioni dedicate ad esperienze teatrali e ai loro protagonisti: mai abbastanza, per la verità, ma raramente è dato avere per le mani un libro polifonico come questo, un oggetto colmo di soggettività, che in qualche modo esprimono se stesse e il loro punto di vista sul circostante quasi servendosi di […]
24 Febbraio 2020

E, accanto ai templi, su pendii di rocce, tra cave...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

La nascita dei primi teatri in legno e, successivamente, di pietra, coincide con la nascita della civiltà occidentale, quando verrà sovvertita la concezione tribale del rito, per dare spazio, alla nascente societas, di convivere con apparati di intrattenimento sociale, per i quali saranno necessari le codificazioni delle leggi, delle religioni e anche dei teatri, concepiti […]
18 Febbraio 2020

Sergio Blanco: Autofinzione. L’ingegneria dellâ€...

Nicola Arrigoni, «Sipario»

«Nella scrittura dell’io trovo un’opportunità di dirmi, la possibilità di costruire il mio racconto e di andare incontro agli altri. Non smetterò mai di ripeterlo: scrivo su di me perché sono solo e ho bisogno di incontrare gli altri. Scrivo su di me nel tentativo di capire me stesso e gli altri. Scrivo su di […]
13 Febbraio 2020

Famiglie arcobaleno prendono la scena

Francesca Saturnino, «Hystrio», XXXIII-1

Giugno 2016. Era da poco stato approvato il decreto Cirinnà quando, nel teatro di Castrovillari, al festival Primavera dei Teatri, debuttò o, per meglio dire, deflagrò l’anteprima nazionale di Geppetto e Geppetto, lavoro prezioso e delicatissimo di e con Tindaro Granata, Angelo Di Genio e un gruppo di attori affiatati, che racconta in maniera estremamente […]
29 Gennaio 2020

Anni incauti: l’invenzione di Dom

Attilio Scarpellini, «Qui si comincia — Rai Radio 3»

Antologia della rivista Ampio Raggio. Esperienze d’arte e di politica: Rivista semestrale diretta da Bruna Gambarelli per la Compagnia Laminarie, la rivista del quartiere Pilastro di Bologna pubblicata per festeggiare i dieci anni di insediamento dell’iniziativa.Ampio Raggio accompagna le attività del teatro Dom la Cupola del Pilastro, gestito a Bologna dalla compagnia Laminarie (Premio Ubu […]
6 Gennaio 2020

La grande avventura d’un teatro minore. Amato da...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

A chi voglia conoscere la storia del Café Chantant in Italia, dalla sua nascita agli ultimi strascichi del secondo Novecento, consiglio di leggere il libro di Rodolfo De Angelis: Café-chantant, pubblicato da Cue Press, nella Collana «I saggi del teatro», a cura di Stefano De Matteis, a cui dobbiamo anche la pubblicazione nel 1980 di […]
2 Gennaio 2020

Teatro

Massimo Bertoldi, «Il Cristallo»

Dice Jordi: «…ho paura». Risponde Anna: «…siamo tutti spaventati». Queste battute poste a chiusura de Il principio di Archimede (2012) costituiscono il sottile filo conduttore che attraversa il Teatro del catalano Josep Maria Mirò raccolto in questo prezioso e importante volume di Cue Press. I due personaggi, rispettivamente un giovane estroverso istruttore di nuoto e […]
16 Dicembre 2019

Io, l’altro. Il teatro di Sergio Blanco

Alessandro Iachino, «Teatro e Critica»

Io. Soltanto la prima persona singolare, il soggetto che agisce o subisce, il cartesiano ego cogitante: solo l’io, nient’altro. Un territorio che trova il proprio confine – concreto, e ciò nonostante apparente – nel corpo, e che tuttavia sembra in costante e altalenante metamorfosi tettonica: ora in grado di accogliere e conquistare sconfinate porzioni di […]
23 Novembre 2019

Premio Fiesole

Prestigioso riconoscimento conferito dal Comune di Fiesole

Cue Press ha ricevuto il Premio Speciale Fiesole 2019, un riconoscimento che celebra eccellenze e innovazioni nel panorama culturale. Il Premio Fiesole è un prestigioso riconoscimento assegnato annualmente a personalità, istituzioni o realtà che si distinguono per il loro contributo innovativo e significativo alla cultura, all’arte e alla società. Ideato per celebrare l’eccellenza in diversi […]
20 Novembre 2019

La cultura è impresa

Katarzyna Woźniak, «Performer 18/2019», Grotowski Institute

Una volta, parlando con un’agente di teatro italiana, ho sentito da lei che non ha mai rimesso soldi sulle pubblicazioni di libri di teatro, ovvero che ci ha sempre guadagnato, cosa impossibile in Polonia. Si vendono o non si vendono i libri di teatro? Perdere dei soldi in una attività culturale è più facile che […]
10 Novembre 2019

Turbare l’anima dello spettatore davanti alla vi...

Andrea Bisicchia, «lo Spettacoliere»

Realismo globale di Milo Rau, Editore Cue Press, è un libro necessario per meglio conoscere il regista, che, in questo ultimo decennio, ha fatto parlare di sé e del suo teatro d’impegno sociale, politico, anche se non proprio ideologico. Sfruttando certi eventi drammatici, diventati iconici, ha potuto portare in scena il mondo globalizzato, in particolare […]
7 Novembre 2019

Premio speciale alla Casa Editrice Cue Press

«Corriere Fiorentino»

È Giulia Caminito la vincitrice del XXVIII Premio Fiesole Narrativa Under 40. Il suo romanzo Un giorno verrà edito da Bompiani, ha conquistato la giuria presieduta da Franco Cesati e composta da Caterina Briganti, Francesco Tei, Silvia Gigli, Marcello Mancini, Gloria Manghetti, Fulvio Paloscia e Lorella Romagnoli. Gli altri finalisti erano Serena Patrignanelli con La […]