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Approfondimenti, interviste, recensioni e cultura: il meglio dell’editoria e delle arti da leggere, guardare e ascoltare.

Fosse portrait
5 Ottobre 2023

Jon Fosse. Quattro libri per conoscere il Premio Nobel per la Letteratura 2023

Federico Vergari, «Wired»

Il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura 2023 è il norvegese Jon Fosse (il centoventesimo della storia, il quarto norvegese). Scrittore a tutto tondo, principalmente di romanzi e drammi teatrali, ma anche di saggi, libri per ragazzi e poesie. Fosse si è aggiudicato il premio dell’Accademia reale svedese «per le sue opere teatrali e di prosa innovative capaci di dare voce all’indicibile». L’autore sessantaquattrenne non era tra i nomi più forti in lista per il premio, ma tra gli addetti ai lavori nelle ultime ore l’idea di una sua possibile vittoria aveva iniziato a farsi sempre più concreta, fino a diventare realtà al momento dell’annuncio: alle 13 di oggi, giovedì 5 ottobre. Una curiosità: sulla home page del sito ufficiale del Premio Nobel è presente un sondaggio per chiedere ai visitatori se hanno mai letto qualcosa di Fosse. Nel momento in cui sta andando online questo pezzo solo il 12% delle risposte è affermativa. Fosse è pubblicato in Italia da La Nave di Teseo e Cue Press e di seguito consigliamo una guida minima alla lettura per chi vorrà per imparare a conoscere meglio Jon Fosse.

Saggi Gnostici

Un libro non facile, ma forse quello da cui bisognerebbe cominciare. Una raccolta di testi teorici di Fosse (tradotti e curati da Franco Perrelli) per conoscere le opere del Premio Nobel pubblicate tra il 1990 e il 2000, il periodo in cui il suo pensiero e la sua scrittura si sono sempre più affinate fino a diventare – per molti – una vera e propria forma d’arte intima, mistica e autobiografica. Col senno di poi un lavoro da leggere come una sorta di manifesto programmatico del suo operato intellettuale, letterario e teatrale.

Mattino e sera

Si tratta del libro – edito nel 2019 – che gli è valso la definizione di erede di Beckett da parte del «New York Times» e che racconta i due momenti estremi della vita. La nascita, cioè il mattino, e la morte, cioè la sera. Come un continuum della stessa giornata, il racconto diventa una lettura dell’esistenza che tra i picchi alti e bassi galleggia nel mare della normalità. Tra i pensieri di un padre che vede nascere un figlio e quelli di un vecchio uomo che affronta il suo ultimo giorno di vita. Un libro che riesce a parlare a tutti e che attraverso una scrittura dettagliata, ma al tempo stesso semplice, disegna un manifesto di intenti dell’autore. Estremizzando, potremmo dire che Mattino e sera non è altro che la definizione di vita per Fosse.

L’altro nome. Settologia vol. 1-2

Un grande classico della letteratura: il gioco di specchi che vede fondersi due protagonisti. In questo caso si tratta di Asle ed Asle, due personaggi diversi, con lo stesso nome e che di fatto non sono altro che una diversa versione della stessa persona. Entrambi artisti, il primo anziano, vedovo e intento a rimuginare sulla vita e la sua storia. Il secondo, invece, conduce un’esistenza solitaria con la bottiglia di alcol come unica compagna di vita. Questo continuo rimando tra i due Asle diventa un escamotage per interrogarsi sulle grandi questioni che da sempre affliggono l’uomo: la vita, la morte, il semplice esistere.

Io è un altro. Settologia vol. 3-5

In uscita dal 10 ottobre, mai tempismo fu più azzeccato per un Premio Nobel per la letteratura, Io è un altro. Settologia vol. 3-5 è una sorta di seguito del precedente L’altro nome. Settologia vol. 1-2. I due Asle come dei viaggiatori dello spazio-tempo si incontrano per la prima volta e noi li osserviamo. Li guardiamo conoscersi, confrontarsi, osservarsi per poi prendere – ognuno – la propria strada. Io è un altro torna indietro nel tempo e ci mostra l’inizio delle due vite. Gli amori nascere, le passioni sbocciare, i vizi crescere. Un libro che guarda avanti portandoci indietro. Là dove la storia raccontata nel precedente lavoro, di fatto, comincia.

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Fosse foto autore
5 Ottobre 2023

Chi è Jon Fosse, il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura

Redazione Web, «L’Unità»

Il Premio Nobel per la Letteratura 2023 è stato assegnato dall’Accademia di Svezia all’autore norvegese Jon Fosse «per le sue opere teatrali e la prosa innovativa che danno voce all’indicibile». Lo scrittore e poeta è nato il 29 settembre 1959 a Haugesund, un piccolo villaggio sulla costa occidentale norvegese, crescendo a Strandebarm, sullo spettacolare fiordo di Hardanger. Fosse è considerato un maestro della letteratura scandinava, oltre che autore emblematico della scena teatrale contemporanea. Si è laureato all’Università di Bergen in letteratura comparata e da allora ha iniziato a dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, insegnando a lungo all’Accademia di scrittura di Hordaland. Oggi vive nella residenza onoraria di Grotten, a Oslo, concessagli dal re di Norvegia per i suoi meriti letterari che lo hanno reso famoso a livello internazionale.

Chi è Jon Fosse, il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura

Fosse è uno scrittore incredibilmente prolifico e un intellettuale poliedrico, tra le voci più significative della drammaturgia contemporanea, tanto da guadagnarsi il soprannome di «Samuel Beckett del XXI secolo». Ha esordito nella scrittura nel 1983 con il romanzo Raudt, svart;(Rosso, nero), sperimentando successivamente generi e stili eterogenei, quali la narrativa breve, la poesia, la saggistica e la letteratura per l’infanzia. Le sue opere sono state tradotte in oltre quaranta lingue, compreso l’italiano. I primi riconoscimenti arrivano a Fosse già agli inizi degli anni Novanta, soprattutto per i suoi racconti per l’infanzia. Nel 1996, oltre a ricevere diversi riconoscimenti per le sue opere in prosa, vince per la prima volta il prestigioso Premio Internazionale Henrik Ibsen (lo vincerà nuovamente nel 2010).

La biografia e la carriera

Da allora, la sua attività artistica è stata costantemente accompagnata da una ricca messe di riconoscimenti, che lo portano ad aggiudicarsi, tra gli altri, il Nynorsk Literature Prize, lo Swedish Academy’s Nordista Pris, il Premio Ubu, l’European Prize for Literature. Nel 2005 viene nominato Commendatore dell’Ordine reale norvegese di Sant’Olav e nel 2007 la Francia gli conferisce l’Ordine Nazionale al Merito. Nel 2015 l’Università di Bergen, che lo vide giovane laureato nel 1987, gli ha attribuito il dottorato honoris causa e nello stesso anno ha vinto il Nordic Council’s Literature Prize. Nel 2016 è stato insignito del Premio Willy Brandt, che ha sancito il successo di Fosse in Germania, dove è ampiamente tradotto e dove registi di primo piano, come Thomas Ostermeier, lo hanno più volte portato sulle scene con grande sensibilità e successo.

Dall’università, all’insegnamento, al teatro

I suoi testi teatrali sono stati messi in scena in tutto il mondo, affermandosi come autore di opere di struttura frugale che danno voce, con lucida analisi, al disagio che scaturisce dalle barriere comunicative poste tra gli uomini e le donne della nostra epoca, tra figure d’età diverse, tra persone disunite da vincoli famigliari, tra soggetti vivi e ombre. Già nel suo primo dramma Nokon kjem til å komme (Qualcosa sta per arrivare, 1992-93) è compiutamente espressa la cifra stilistica di Fosse, caratterizzata da una scrittura scarna e spietata, pronta a cogliere tutte le contraddizioni del linguaggio e delle reti relazionali, indagando temi quali la labilità della comunicazione, il divario generazionale e la precarietà dei rapporti familiari e di coppia. Autore del poderoso dittico sul pittore norvegese ottocentesco Lars Hertervig Melancholia (1995-96; traduzione italiana da Fandango Libri nel 2009), tra i romanzi più famosi di Fosse spicca Insonni (Fandango Libri 2011), una favola moderna dai toni dolci in cui i piccoli protagonisti, due creature simili all’Hansel e Gretel della fiaba, assistono impotenti alla crudeltà del giudizio con il cuore ancora pieno di speranza per quel miracolo che è la vita.

Letteratura e poesia

Come autore di intensi drammi tra i numerosi altri figurano Natta syng sine songar (1998; traduzione italiana con il titolo E la notte canta da Editoria e Spettacolo nel 2002) e Eg er vinden (2007; traduzione italiana Io sono il vento; da Titivillus nel 2012; nello stesso volume compaiono anche Variazioni di morte e Sonno). Il volume Teatro di Jon Fosse («Editoria e Spettacolo», 2006) raccoglie sei drammi: Il nome (1995), Qualcuno arriverà (1996), E la notte canta (1998), Sogno d’autunno (1999), Inverno (2000), La ragazza sul divano (2002). Tra i suoi lavori più recentemente pubblicati in Italia figurano Morgon og kveld (2000; Mattino e sera, La nave di Teseo 2019) e il monumentale progetto letterario Det andre namnet: septologien I-II (2019; L’altro nome: settologia I-II, La nave di Teseo 2021). In italiano sono apparsi anche Saggi gnostici (a cura di Franco Perelli, Cue Press, 2018) e Caldo (Cue Press, 2018).

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1 Ottobre 2023

Saggi gnostici di Jon Fosse, Cue Press 2018

Angela Forti, «Prospero, Teatro e Critica»

Nei Saggi gnostici Jon Fosse si muove sui temi della poesia, della letteratura, dell’arte quasi senza rispetto, con una prosa informale e schietta, brutale. Nella raccolta di scritti redatti tra il 1990 e il 2000 e curata da Franco Perrelli per Cue Press, la parola teatro compare pochissimo. Circa ottanta volte, togliendo titoli e note, di cui trenta soltanto nell’introduzione di Perrelli. Nella vita di Fosse il teatro interviene in maniera molto più concreta, quasi rubando l’autore alla letteratura e alla narrativa, ma molto tardi. Per caso, o meglio, per economia. Fosse detesta il teatro, e sostiene che non farà mai il drammaturgo, non perché non si senta in grado di scrivere un dramma, questo non l’ha mai turbato, bensì per una forma di protesta nei confronti del teatro.

Con tutta la schiettezza della sua prosa dichiara che è stato l’esclusivo bisogno di soldi a portarlo ad accettare la commissione del suo primo dramma. Un primo dramma, che «grazie a Dio», ha funzionato, e che ha sorpreso lo scrittore nel piacere di scrivere le didascalie e i dialoghi in quello spazio e tempo limitato, minimalista. Scrive Fosse: «È soprattutto l’essere umano che il teatro cerca, cerca e manca, di trasformare in arte». E forse qui qualcosa di religioso, di mistico, avviene: come dicono in Ungheria, c’è un momento nel teatro, quando il teatro funziona, in cui «un angelo attraversa la scena». Un istante di comprensione emozionale collettiva, di armonia totale, nel quale il teatro è capace di possedere «il più intimo, grande e indicibile segreto». Un momento soltanto, che porta lo scrittore, lo «spregiatore del teatro» ad abbandonare, almeno per un po’, la narrativa, e dedicarsi alla drammaturgia. Un uomo pratico, uno scrittore pratico, che si sforza di scrivere nel limbo tra tragedia e commedia, tra lacrime e risa, sapendo che un drammaturgo non può mai barare e che può solamente tentare tutto quello che può perché un angelo possa, per un solo istante, attraversare la scena.

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1 Ottobre 2023

Caldo di Jon Fosse, Cue Press 2019

Simone Nebbia, «Prospero, Teatro e Critica»

È una calda giornata d’estate, c’è un pontile, una casa, ovunque è il mare; ci sono due uomini, forse, poi c’è una donna che appare e scompare. Sarebbe tutto qui Caldo di Jon Fosse (Cue Press, 2019), ma l’autore norvegese, proprio in questa immagine scarna, apparentemente debole, essenzialmente onirica, raccoglie e disvela la ricorrenza delle atmosfere rarefatte in cui si ampliano a dismisura i vasti silenzi, quel deserto in cui si ripetono parole già dette, azioni già svolte a sostituirne altre che non si svolgeranno, parole eventuali che darebbero un senso più compiuto al testo, forse una maggiore distensione nella lettura, mentre invece quella assenza esplicita del tutto lo spaesamento e fa affiorare una complessità inattesa, ispessita sotto la superficie del non detto. Proprio per questo, nel testo del recente Premio Nobel, il fascino più esteso è dato da ciò che non compare ma che, sulla pagina o sulla scena, coinvolgerà il lettore o spettatore in una compresenza inevitabile. La stessa scelta, ricorrente in vari testi, di non esplicitare la punteggiatura, concorre a rendere assertivo un testo pieno di possibili domande, motivando ancor di più uno spaesamento non solo cognitivo ma esperienziale; ne nasce una sospensione, spesso palesata, di tempo e di spazio: i protagonisti si chiedono compulsivamente «quando» e «dove», nessuna risposta li soddisfa, ricordano e non ricordano, poi tornano allora a domandare e domandarsi ciò che non può avere una definizione: «quanto a lungo», «no non ho idea».

«Ma siamo stati qui tanto tempo / forse / È come se non ci fosse / sì tanto e poco. Noi stiamo qui in ogni caso». Tutte qui, evidenti, le note pinteriane prima e ibseniane poi individuate dall’introduzione di Franco Perrelli, che cura anche la traduzione: quello di Fosse, scrive, è un «realismo mobile o instabile», intendendo cioè quella vocazione della sua scrittura a offrire spazi vuoti più che i pieni, ampiezze in cui si situa un teatro, dice l’autore, come «epifania estesa nel tempo».

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Malick i giorni del cielo cavell fata morgana web rivista recensione
15 Settembre 2023

Ontologia del cinema, critica dei film

Roberto De Gaetano, «Fata Morgana Web»

Iniziamo col dire che la traduzione in italiano del libro di Stanley Cavell Il mondo visto è un piccolo evento editoriale. L’edizione originale del libro (The World Viewed) data 1971, quella aggiornata 1979. Si aspettava da tempo un’edizione italiana. Merito dell’editore Cue Press, di chi ha curato e introdotto il libro secondo una prospettiva filosofica, Piergiorgio Donatelli, e chi ne ha misurato nella postfazione il rilievo per gli studi sul cinema, Giacomo Manzoli.
Da dove nasce l’importanza del libro? Dalle domande che lo attraversano, tutte riconducibili in definitiva alla domanda ontologica, come esplicita tra l’altro il sottotitolo, Riflessioni sull’ontologia del cinema. Tale domanda ha attraversato alcune delle riflessioni teoriche più significative sul cinema. La prima delle quali, la più giustamente nota perché nata nel solco della fenomenologia merleau-pontyana nel momento storico decisivo del Secondo dopoguerra, è quella di André Bazin e di Che cos’è il cinema? (autore di cui Cavell tiene conto); la seconda è l’ontologia radicale di Gilles Deleuze, comparsa negli anni ottanta con L’immagine-movimento e L’immagine-tempo, questa volta nel solco della filosofia bergsoniana (in primis di Materia e memoria). Se per Bazin l’immagine cinematografica è rivelazione della realtà singolare delle cose, per Deleuze l’immagine è la realtà, l’identità dell’immagine e della cosa in un piano di immanenza, prima dell’intervento selettivo della percezione propriamente umana.

Per Stanley Cavell la questione è diversa. Anche se condivide con Bazin l’idea della base fotografica del cinema, il problema per il filosofo americano riguarda il mondo, cioè la trasformazione della realtà in qualcosa di sensato, in una forma di vita. Ma non c’è mondo senza azione, e dunque senza racconto. E questo non può prescindere dalle strutture mitiche che lo informano, dalle generalizzazioni dei tipi che lo animano (centrali al cinema perché costruiti anche sugli attori), che vanno ben oltre la singolarità dei personaggi e la loro individualizzazione. Se per il critico francese i film capaci di «intercedere» per affermare il realismo del cinema sono quelli del neorealismo italiano, perché animati da pura deambulazione a-narrativa e dunque più capaci di rivelare gli incontri imprevedibili e singolari con le cose, per Cavell è invece il cinema classico americano a svolgere tale ruolo, con le sue complesse codificazioni narrative e di genere. Per Cavell il problema è dunque il mondo, il vero tema unificante di un libro che a volte sembra smarrirsi enigmaticamente in più direzioni. La questione di come il cinema sia capace allo stesso tempo di raggiungere e nascondere il mondo è il cuore del libro: «Il mondo di un film viene proiettato. Lo schermo non è un supporto, non è come una tela; in quel modo non ha nulla da sostenere. […] Che cosa mostra lo schermo luminoso? Lo schermo mi nasconde dal mondo che contiene – mi rende infatti invisibile. E mi nasconde il mondo – ovvero mi nasconde la sua esistenza» (Cavell 2023, p. 59).

Il mondo di un film è tale, e dunque è lì e ci riguarda, perché mette in gioco quella che con Sartre potremmo chiamare una doppia «nullificazione»: della sua presenza ora («il mondo proiettato non esiste ora», ibidem) e della presenza dello spettatore. È questa luminosità segnata da un doppio nascondimento lo specifico del cinema e del suo rapporto con la realtà. Perché il cinema in «quanto proiezione automatica del mondo» (ivi, p. 169) non necessita di molto altro per attestare la presenza del mondo stesso. L’automatismo nasconde il tratto soggettivo dell’arte, recuperabile solo attraverso l’esplicito lavoro sulle forme, che Cavell individua nel carattere modernista di un certo cinema, quello che emerge quando la codificazione delle forme della tradizione entra in crisi (con quello che con il lessico della teoria francese, ampiamente diffuso e condiviso, potremmo chiamare il «cinema moderno»).

Restando ai dispositivi espressivi, la differenza dell’immagine cine-fotografica da quella pittorica non può essere misurata semplicemente a partire dalla maggiore capacità nella restituzione realistica del mondo da parte della prima. L’immagine cine-fotografica determina un modo radicalmente nuovo di attestare il rapporto tra uomo e mondo: «Per mantenere la convinzione della nostra connessione con la realtà, per mantenere il nostro essere presenti, la pittura accetta il ritiro dal mondo. La fotografia mantiene l’essere presente del mondo accettando che noi ne siamo assenti».

L’ascendente romantico di tale idea, che lo stesso Cavell tira in ballo, è chiaro. In pittura il soggetto tocca il mondo ritirandosi creativamente da esso. Nella fotografia e nel cinema, all’opposto, il mondo accede ad immagine automaticamente, espellendo la necessità della soggettività autoriale: «[…] Per mantenere il nostro essere presenti, la pittura accetta il ritiro dal mondo. La fotografia mantiene l’essere presente del mondo accettando che noi ne siamo assenti». L’automatismo diventa la differenza decisiva. È la genesi specifica dell’immagine cinematografica a garantire l’accesso del mondo ad immagine, con l’espulsione di ogni soggettività. Lo schermo diventa allora una sorta di «fazzoletto magico» (l’immagine è del Morin del Cinema o l’uomo immaginario, libro che Cavell non considera, anche quando si tratta di pensare la specifica origine magico-religiosa del cinema), in cui le cose sono presenti ed assenti allo stesso tempo, e sono anche capaci di metamorfizzarsi, di mutare rapidamente.

Il fatto che un automatismo esista è una cosa, il fatto che abbia senso un’altra. Se il cinema è un medium (cioè una possibilità) non significa che sia una condizione a priori delle opere particolari, di questo o quel film. Esattamente l’opposto. L’essere medium del cinema è un effetto dei film e delle forme determinate e reali che li definiscono (in termini bergsoniani diremmo che è il reale a generare il possibile): «I primi film di successo – le prime pellicole cinematografiche accettate come film – non erano applicazioni di un medium definito da possibilità date, ma erano la creazione di un medium per il fatto che questi film davano significato a delle possibilità specifiche. Solo l’arte stessa può scoprire le sue possibilità, e la scoperta di una nuova possibilità è la scoperta di un nuovo medium».

Queste parole di Cavell permettono oggi di portare alla luce uno dei grandi equivoci delle teorie dei media: pensarli come meri dispositivi (cioè possibilità), prescindendo dalla effettività delle forme date, significa condannarsi ad un discorso sterile. Un medium è sempre generato da forme specifiche ed effettive, e dal loro uso. Il cinematografico, per dirla con Pasolini, è generato dal filmico, al di fuori del quale semplicemente non esisterebbe o la cui esistenza – come quella di Dio – andrebbe dimostrata attraverso categorie della ragione o atti di fede. Non esiste contrapposizione tra arte e medium. Esiste il «medium di un’arte» (ivi, p. 119), cioè la trasformazione di una data e specifica forma espressiva in una possibilità di generare nuovi contenuti, attraverso per esempio tipizzazioni e codificazioni, come è stato per Hollywood. E una stessa arte può generare più media, più possibilità, per cui il compito dell’artista moderno non è «la creazione di un nuovo esempio della sua arte ma di un nuovo medium all’interno di essa» (ivi, p. 152). Questo porta ad un corollario importante: «Si può sostenere che gli unici strumenti suscettibili di fornire dati per una teoria del cinema siano le procedure della critica». È solo partendo dai film, dalla «critica umanistica che si occupa di film interi» (ibidem), che possiamo immaginare di creare concetti utili per una teoria del cinema, per pensare cosa sia un’arte, a che punto si trovi, e come possa generare nuovi media, e anche portare ad una migliore comprensione di se stessi e del mondo da parte degli spettatori.

E non è un caso che lo stesso Cavell, sia nel volume dedicato alla commedia hollywoodiana del rimatrimonio, Alla ricerca della felicità, sia nel libro sul melodramma, Contesting Tears, sia in uno dei suoi testi più belli, sullo scetticismo in Shakespeare, Il ripudio del sapere, ma anche in Cities of Words – dove mette in dialogo un film e un filosofo o scrittore – costruisca l’ossatura dei suoi libri su «conversazioni critiche» (come le chiama in Alla ricerca della felicità) con i film. Ed è solo da queste conversazioni critiche che possono emergere non solo elementi di teoria, ma anche la comprensione di quanto di buono i film hanno, anche quelli popolari, con la loro capacità di mettere lo spettatore in condizione di comprendere la sua propria esperienza e di modificarla. Perché la critica non opera su un piano di astrazione, ma a partire da quell’esperienza immediata e primaria – di cui parla Robert Warshow – che è quella dello spettatore: «The actual, immediate experience of seeing and responding to the movies as most of us see them and respond to them» (Warshow 2001, p. XL).

L’opera di Stanley Cavell rimane uno dei grandi esempi di quella che mi è capitata di chiamare la «teoria impura» (De Gaetano 2017, pp. 9 sgg), l’unica teoria che resta ancora viva, perché nata a ridosso della singolarità degli oggetti, del carattere determinato della forma, dell’esperienza concreta dello spettatore.

Riferimenti bibliografici
A. Bazin, Che cos’è il cinema?, Garzanti, Milano 1999.
S. Cavell, Contesting Tears, The University of Chicago Press, Chicago 1996.
Id., Il ripudio del sapere. Lo scetticismo nelle tragedie di Shakespeare, Einaudi, Torino 2004.
Id.,Cities of Words. Pedagogical Letters on a Register of the Moral Life, Harvard University Press, Cambridge 2005.
Id.,Alla ricerca della felicità. La commedia hollywoodiana del rimatrimonio, Cue Press, Imola 2022.
R. De Gaetano, Il cinema e i film. Le vie della teoria in Italia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2017.
R. Warshow, The Immediate Experience, Harvard University Press, Cambridge 2001.

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14 Settembre 2023

Bando Transizione Digitale Organismi Culturali e Creativi

Indetto dal Ministero della Cultura nell’ambito del Pnrr

Cue Press vince il Bando Tocc – Transizione Digitale per gli Organismi Culturali e Creativi.

Il Bando Tocc è un’iniziativa promossa dal Ministero della Cultura nell’ambito del Pnrr, finalizzata a sostenere e incentivare la trasformazione digitale di realtà attive nel settore culturale e creativo.

Attraverso contributi a fondo perduto, il bando finanzia progetti che puntino all’adozione di nuove tecnologie e alla digitalizzazione dei processi, favorendo l’innovazione, la diffusione culturale e la competitività di queste realtà sul territorio nazionale e all’estero.

Tra le iniziative premiate si distingue Cue Press, che ha conseguito un importante riconoscimento grazie a un progetto che unisce in modo virtuoso l’editoria tradizionale alle più recenti soluzioni digitali.

Mejerchol'd logbook
3 Settembre 2023

Mejerchol’d, allestire Lermontov ma senza gareggiare

Luca Archibugi, «Alias — Il Manifesto»

La memoria del teatro, in apparenza, è consegnata all’effimero. In realtà, non lo è più della persistenza di tutta l’opera d’arte. E, forse, ogni forma d’arte è consegnata al drenaggio dell’effimero. Il lavoro di Vsevolod Emil’evic Mejerchol’d non è esente da tale drenaggio. Uno dei grandi protagonisti della storia del teatro lotta strenuamente per la sopravvivenza. Ora, il volume pubblicato da Cue Press, Un ballo in maschera (a cura di Anna Tellini, pp. 183, € 26,99), racconta il secondo allestimento del capolavoro di Lermontov, del 1938. Le citazioni dal testo di Lermontov fanno riferimento alla traduzione di Tommaso Landolfi (M. Lermontov, Liriche e poemi, introduzione di Angelo Maria Ripellino, Einaudi, Torino, 1963).

La notevole efficacia di tale pubblicazione risiede nel suo ricollegarsi al lavoro pluriennale di Fausto Malcovati, il maggior specialista italiano di Mejerchol’d. L’effetto generale è quello di mettere alla berlina gran parte della querelle novecentesca fra il detrimento del copione a favore della messa in scena o, come è usuale dire, scrittura scenica. Mostra come ogni testo teatrale non possa non entrare a far parte della scrittura scenica. La prima cosa che balza agli occhi nell’allestimento di questo grande regista è che non esiste spettacolo senza devozione alla drammaturgia. Per drammaturgia non deve intendersi soltanto il testo, bensì, come mostra la funambolica interpretazione di Un ballo in maschera di Lermontov, lo spazio interstiziale fra la scrittura teatrale e quella scenica. La grande rivoluzione apportata da Mejerchol’d agisce soprattutto nel «fra» che si sviluppa in questi due elementi, e, infatti, essa non è necessariamente testuale. L’operazione compiuta è piuttosto di allargamento della testualità. La misura della genialità dell’allestimento si trova nell’ampliamento dei confini, non in una presunta competizione, peraltro ormai pseudo-avanguardistica, fra drammaturgo e regista.

Su Mejerchol’d circolano quattro o cinque luoghi comuni che ne deturpano la memoria, già così difficile da portare in salvo. Citeremo solo il primo, il più importante: la cosiddetta biomeccanica. La biomeccanica di Mejerchol’d, che oggi supera i cento anni, va intesa come metodo olistico. La scuola biomeccanica è detta anche «metodo dell’attore biomeccanico», che difficilmente può essere ridotto a pochi scarni precetti. Nel corso degli anni, dal 1922, Mejerchol’d strutturò centocinquanta partiture fisiche con un tema ciascuna, i cosiddetti Studi. Per questo è del tutto assurdo rinchiudere in pochi principi l’enorme vastità della sua lezione. Egli chiamò Teatro della convenzione tutte le forme precedenti di fondamenti teatrali assimilati nel suo insegnamento. La biomeccanica teatrale attinse a molte tradizioni dello spettacolo, dal teatro cinese al Kabuki, dalla Commedia dell’Arte al teatro barocco spagnolo, dal balletto classico fino al circo. Tale base neutra, assolutamente non normativa, era il modo in cui l’attore poteva recuperare la perdita di sé stesso. Quante analogie potremmo trovare tra questo perdersi e altri modi in cui lo smarrimento si manifesta nella vita di ognuno? Psicoanalisi, poesia, racconto, filosofia, antropologia rivolta a mondi perduti e, perfino, epistemologia in cerca di radici smarrite (non solo, tanto per fare qualche esempio, con Feyerabend e Prigogine, ma, anche, con Santillana).

Pertanto, la biomeccanica non è soltanto un sistema di regole, quanto, con attualità sorprendente, un sistema di rinvenimento dell’oggetto perduto. E questa è anche la missione decisiva che ci assegna l’eredità del teatro di Mejerchol’d. Le regole ci sono, ma sono un viatico per la liberazione. Quarantaquattro principi pedagogici, tanti sono quelli enunciati dal regista russo, non possono che portare, necessariamente, a una conseguenza: ogni attore deve sviluppare in sé la propria arte. E qui rinveniamo lo scontro più cruento della vita di questo grandissimo artista. Il rapporto con il potere, e la politica, fu sempre, in fondo, in stato di fibrillazione. Quella del regime stalinista fu, comunque, a modo suo, una politica, e tale da combattere violentemente ogni forma di liberazione artistica. Simbolicamente, Mejerchol’d rappresenta un’epitome di questo scontro. Fu accusato di formalismo e di trotskismo. La vicenda ne fa uno dei tanti martiri dello stalinismo. Ma, ancora più nello specifico, la parabola di Mejerchol’d rappresenta lo sbiadire del fulgore della rivoluzione nella dittatura assassina. A conclusione di questa intricatissima vicenda, scandita da un andirivieni del dissenso al regime, il regista russo venne arrestato e la moglie, l’attrice Zinaida Reich, accoltellata dopo essere stata accecata. Il testo del secondo allestimento di Un ballo in maschera è il testamento spirituale di Mejerchol’d, formato dagli stenogrammi originali delle prove. L’anno dopo, nel 1939, venne condotto davanti al plotone d’esecuzione.

Monicelli mario foto autore
11 Agosto 2023

Volevo essere Dostoevskij

Mario Monicelli, «Il Fatto Quotidiano»

Mi piaceva Flaubert, ma avrei voluto scrivere come Dostoevskij. Mi sono accorto però abbastanza rapidamente – perché non sono del tutto stupido – che era meglio abbandonare questa ambizione. E ho ripiegato sul cinema, che comunque mi piaceva. Mi interessava entrare nel mondo che vedevo da ragazzino. Sono del 1915, e perciò vedevo il cinema muto, sono stato educato con quel cinema lì. Io volevo essere un romanziere o un poeta: mi capitò intorno ai diciassette anni di leggere Gogol’, Le anime morte, e allora capii che era meglio abbandonassi quest’idea di fare lo scrittore e ripiegai su una cosa assai più modesta, che è il cinematografo. Con il cinematografo puoi dividere la responsabilità con gli attori, per esempio, e dare anzi tutta la colpa a loro se una cosa è venuta male, oppure al direttore della luce, allo scenografo e soprattutto agli sceneggiatori. E ho avuto una vita più serena. È dal 1934 che lavoro nel cinema. Da troppo tempo perché non sia viziato. Sono un regista accentratore, che sceglie i soggetti, li scrive, cura la sceneggiatura, sceglie gli attori eccetera. Come molti di quelli che credevano di avere qualcosa da dire ho cercato di farlo attraverso la letteratura, poi mi sono accorto rapidamente che non era cosa. Ho provato con la musica, e anche lì mi sono accorto rapidamente che non era il mio campo, e allora ho scelto come ripiego il cinema.

I miei maestri sono gli autori delle farse, i cortometraggi non più lunghi di dieci minuti che quando ero bambino si mettevano in coda ai filmoni con Rodolfo Valentino, Mary Pickford o Douglas Fairbanks. Ufficialmente le farse erano anonime, ma gli autori erano i giovani Charlie Chaplin, Buster Keaton, King Vidor o John Ford che facevano il loro apprendistato come oggi si fa girando spot pubblicitari. Per me sono stati una scuola impagabile: di tempi comici, di psicologie secche, non troppo elaborate ma credibili, e anche di fantasia e di capacità di astrazione… Non c’è niente di cui non si possa sorridere. In ogni tragedia, anche nella guerra che non li vede nessuno più atroce, c’è il grottesco, c’è l’umanità degli individui, con le loro debolezze, i momenti di tenerezza, anche con il dolore. Da ragazzi si andava in questi cinemetti dove lo schermo era una parete bianca dipinta malamente, e lì si svolgevano delle vicende… cose meravigliose: battaglie, amori, cavalli in corsa… Io non capivo bene, ero bambino, cinque o sei anni, noi tutti non sapevamo bene se fosse una roba vera o finzione. Era una cosa magica, meravigliosa… Io allora ero talmente affascinato che volevo entrare in quel mondo, ma non sapevo come, non sapevo nemmeno cosa volessi fare: l’attore, il regista o chissà che… volevo entrare lì nel mezzo; per fortuna tanto ho fatto che ci sono arrivato, molto presto. A fare cose molto umili: l’attrezzista, l’aiuto trucco e così via; insomma piano piano mi sono infilato lì e ci son rimasto tutta la vita.

Non ho mai provato a scrivere un film da solo: mi annoierei. Fra noi sceneggiatori c’era un senso di bottega artigianale molto importante. Scrivevamo i film su misura per gli attori, com’è nella tradizione del teatro: anche Goldoni scriveva le sue commedie per questo o quell’Arlecchino, per questa o quella Mirandolina; e così faceva Shakespeare. Con i cattivi registi si impara molto. Si impara a non fare. Con Fellini cosa vuoi imparare? Non impari niente, perché o sei lui, oppure lasci andare. Cosa vuoi imparare con Fellini o con Antonioni? Non si impara. Si impara con quelli che fanno le stupidaggini, sennò non impari. Impari, casomai, l’atteggiamento, un certo tipo di serietà oppure, al contrario, di non prendere troppo sul serio quello che stai facendo. Aveva ragione Longanesi che raccontava di Rossellini, il quale si lamentava: «Ora non si possono più fare bei film… Allora vi era la guerra, un mondo distrutto». E Longanesi: «Ma che, dobbiamo perdere un’altra guerra o farne un’altra per farti fare bei film?».

Il cinema ha il potere di rispecchiare, di raccontare, ma non quello di fare prediche… Il cinema dovrebbe essere muto, non parlato. Dovrebbe essere composto solo di belle immagini mute che, montate le une con le altre, raccontano tutto quello che c’è da raccontare, e infatti, per i primi vent’anni, il cinema è stato così. Sono stati girati bellissimi film drammatici, comici, farseschi, avventurosi, tutti muti, senza musiche, senza sonoro. Il cinema non produce arte, crea al massimo cultura. Il mio cinema non aspira a verità massime né a piacere a tutti. Il vantaggio dei film brutti è che non li vede nessuno. Il cinema è un’arte applicata, senza l’industria non esisterebbe. È un segno dello squallore dei tempi sacralizzare il cinema come fosse la bottega di Caravaggio… Il cinema è la settima arte; cioè l’ultima. Ma quale arte! Io non ho questa gran stima per il cinema. Avrei voluto essere Buñuel o Huston, ma mi è toccato essere Monicelli e l’ho fatto meglio che ho potuto.

Siegfried Kracauer Bild Deutsches Literaturarchiv Marbach
23 Luglio 2023

Siegfried Kracauer, «apertura esitante» sempre al di qua delle cose ultime

Rolando Vitali, «Alias — Il Manifesto»

In una delle possibili varianti della critica della cultura, l’oggetto da esaminare si rivela sulla base dei presupposti stessi della teoria, cui si richiede una soggettività solida, sicura dei propri strumenti interpretativi, capace di domare il materiale culturale, riconducendolo a sé, o dimostrandolo come falso. A questa variante – oggi preponderante in ogni ambito – se ne affianca un’altra, che presuppone invece un soggetto dotato a un tempo di infinita forza e di infinita fragilità: capace di farsi attraversare dai contenuti che prende in esame, di perdercisi, senza perciò perdere sé stessa. Solo questa può dirsi una critica immanente: solo in questo caso, infatti, il contenuto dell’oggetto viene assunto integralmente e esaminato sulla base della sua logica interna, senza che il soggetto gli imponga dall’esterno una griglia interpretativa, e rendendosi anzi disponibile a cambiare a sua volta, nel contatto.

Tra i diversi rappresentanti della corrente culturale ebraica che gravitava intorno all’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, Siegfried Kracauer è fra coloro che hanno assunto l’ideale della critica culturale immanente nella sua forma più compiuta. Architetto di formazione, scrittore di romanzi (che colpirono Thomas Mann e Joseph Roth), redattore della sezione culturale della «Frankfurter Zeitung» negli anni Venti, temuto recensore e teorico del cinema, storico della vita quotidiana, apolide per vocazione ed emigrante per necessità, finì insieme ad altri intellettuali ebrei negli Stati Uniti, ma a differenza di altri decise di non fare mai più ritorno in patria. «Ciò che in lui arrivava all’espressione filosofica – scrisse Adorno – era una capacità di soffrire illimitata», una disponibilità a farsi toccare dalle cose come fosse «senza pelle», come «se tutto ciò che era esterno toccasse il suo non protetto interno». Questa capacità di farsi aggredire dalla realtà senza mai perdersi è forse la cifra specifica di un pensiero e di un’attività critica che non si arrese mai all’esistente. Negli scritti di Kracauer analisi e critica non sono mai disgiunte. Scrisse di lui Leo Löwenthal: «Ha sempre mantenuto un atteggiamento di forte impegno e allo stesso tempo una costante volontà di non cedere ad alcun assoluto».

La capacità di mantenersi dentro alle cose, riuscendo a svolgerle materialisticamente iuxta propria principia e tenendole contemporaneamente in una tensione trasformativa rispetto all’esistente, distingue Kracauer dagli amici Adorno e Benjamin, entrambi diversamente assorbiti da una dimensione teoretica ulteriore, filosofica o religiosa. Tuttavia, anche negli scritti di Kracauer c’è trascendenza, tensione verso una redenzione, intesa materialisticamente come rivoluzione dell’esistente: che indirizza lo sguardo al particolare disperso, alla superficialità quotidiana, a quell’ambito del profano rimasto muto al di fuori dell’interesse della filosofia e della considerazione critica. Per Kracauer, proprio «tali ambiti profani sono attualmente il luogo fondamentale in cui irrompe la verità». Proprio questa compresenza di tensione teologico-politica – nutrita di marxismo, messianismo ebraico e critica culturale sulla scorta del primo Lukács – e immersione nella dimensione profana della materialità e dell’industria culturale, viene a galla compiutamente nella nuova edizione di La massa come ornamento (a cura di Emiliano Morreale, Cue Press, € 29,99) che propone, finalmente in maniera integrale, la raccolta curata dallo stesso autore nel 1963 per l’editore Suhrkamp. Vi sono raccolti ventiquattro articoli usciti nel corso degli anni Venti, che coprono i temi più diversi, secondo un modello compositivo che trattiene qualcosa del pastiche surrealista, già sperimentato nella Strada a senso unico di Benjamin: sono lavori che, coprendo un decennio decisivo tanto per Kracauer quanto per la Germania della Repubblica di Weimar, mostrano l’evoluzione di un pensiero che si muove in un campo irradiato da tensioni diverse e talvolta opposte.

Le due edizioni italiane precedenti ne avevano selezionato solo alcuni saggi, e pur offrendo un quadro soddisfacente dell’autore, sembravano non volersi far carico dell’intreccio tra tensione per il radicalmente altro e aderenza all’oggetto superficiale: ad esempio, entrambe avevano escluso il saggio critico dedicato alla traduzione di Martin Buber e Franz Rosenzweig. Proprio in questi luoghi apparentemente eccentrici si trova tuttavia espressa in modo quanto mai preciso quella tensione che proprio a partire da un’esigenza di verità tesa verso la totalità e l’assoluto – e quindi affine al contenuto dell’esperienza religiosa – deriva la necessità di rivolgersi alla realtà profana delle condizioni concrete d’esistenza: a quei fenomeni che, proprio in virtù della loro superficialità, espongono «i sogni ad occhi aperti della società». Così la ricerca di Buber e Rosenzweig per una parola pura e originaria diventa oblio del vero invece che sua manifestazione: infatti, sebbene il mondo profano, ossia «gli aspetti economici e sociali non possano rendere pienamente conto della sfera delle esperienze religiose e spirituali», sono proprio quegli aspetti profani ad essere diventati «i fattori determinanti» per la realtà del vero.

Proprio perché in «queste sfere» della parola sacra e assoluta «non è più possibile trovare la verità», Kracauer sceglie di assumere lo sguardo di «quelli che attendono», ossia di coloro che pur assaliti da un «dolore metafisico per la mancanza nel mondo di un più alto significato», per «l’isolamento» e per l’insensatezza della vita meccanica, non si chiudono né in nuove fedi, né in scetticismi assoluti, ma restano in un atteggiamento di «apertura esitante», tentando di spostare «il baricentro dall’Io teoretico», dal mondo «delle pure dimensioni di senso» al mondo prosaico e materiale «della realtà» e della «collettività umana». Di qui lo sviluppo di una sensibilità proteiforme, capace di indagare le condizioni spirituali delle classi medie esautorate (magistralmente descritte negli Impiegati e qui, in nuce, nel saggio dedicato alla rivista «Die Tat», assente dalle edizioni precedenti); le nuove forme di esperienza legate alla fotografia e al cinema; il mondo luccicante e ominoso delle riviste patinate; l’analisi sociologica dei luoghi dimenticati e rimossi; insomma di quelle «manifestazioni superficiali» che, proprio «in quanto non rischiarate dalla coscienza», come il lapsus freudiano «garantiscono un accesso immediato al contenuto dell’esistente». A quanto si trova «prima delle cose ultime» è dunque rivolta l’interpretazione, che proprio in questi «impulsi inavvertiti» trova la luce per illuminare il contenuto fondamentale di un’epoca e, di qui, le condizioni per la sua trasformazione possibile.

1 Aprile 2016

La necessità di domandare

Maddalena Giovannelli, «Hystrio», XXIX-2

Marco Martinelli si è concesso uno spazio di riflessione per porsi, in poche pagine, tutte le domande fondamentali. Cosa significa fare teatro oggi? E quale funzione può conservare l’arte scenica nella nostra società 2.0? Le risposte, quelle possibili, vengono dalla pratica quotidiana con le Albe, dall’esperienza ormai pluriennale con la propria tribù: il palco come […]
1 Aprile 2016

Stanislavskij, una geografia teatrale e umana

Giuseppe Liotta, «Hystrio», XXIX-2

Invertendo l’ordine di uscita dei tre storici volumi curati da Fausto Malcovati per Ubulibri delle regie di Stanislavskij, ma seguendone l’ordine cronologico delle rappresentazioni, viene ripubblicato ora per Cue Press Le mie regie – Il gabbiano, il primo e probabilmente anche il più tormentato spettacolo messo in scena dal grande regista russo di un testo di Čechov. […]
30 Gennaio 2016

L’editoria teatrale è un dramma

Laura Landolfi, «Pagina99»

In tempi di recessione, se le case editrici non ridono, quelle specializzate in testi teatrali piangono: per la crisi che colpisce il mondo del libro, e più ancora per la convinzione diffusa che il teatro scritto sia una nicchia per pochi. A lanciare l’allarme è una sigla, Minimum fax, che non fa parte del settore, […]
2 Gennaio 2016

Farsi luogo: lo sguardo di Martinelli

Massimo Marino, «Corriere di Bologna»

È un librettino da leggersi tutto d’un fiato, Farsi luogo di Marco Martinelli. Lo pubblica, come ebook ma anche a stampa Cue Press, una giovane casa editrice di Imola specializzata in editoria teatrale, che sta recuperando alcuni saggi ormai introvabili (tra gli altri Brecht regista di Claudio Meldolesi) e molti nuovi testi. Questo di Martinelli […]
1 Gennaio 2016

Pim, quando il successo è essere off

Diego Vincenti, «Hystrio», XXIX-1

La storia di un’anomalia. Di un esperimento in grado di divenire realtà solida, per certi aspetti seminale. Si sa, i compleanni sono il pretesto per fare i conti con sé stessi. Per tracciare bilanci. O forse semplicemente per festeggiarsi. La pubblicazione di Pim Off è un po’ tutto questo, all’interno di un volume ibrido dove, […]
31 Dicembre 2015

Per un teatro vivente

Massimo Marino, «Doppiozero»

Procede per tesi, Marco Martinelli, intrecciando una spirale di 101 argomenti rivolti come riflessioni al lettore con un piglio fortemente discorsivo, quasi dialogico. D’altra parte l’idea di teatro (e di società) che traspare da questo scritto è proprio quella di una relazione costante, che abbandoni ogni narcisismo, ogni esibizionismo cui spinge la società dello spettacolo, […]
16 Dicembre 2015

Cue Press, la ribalta digitale del teatro

Nicola Arrigoni, «Pac – Magazine di Arte e Cultura»

Sta portando avanti una piccola e grande rivoluzione, sta cambiando l’editoria teatrale divisa fra l’urgenza dell’attualità e la possibilità di dare corpo a instant book che leghino pagina scritta e spettacolo, ma anche con un’attenzione alla memoria, che in campo editoriale vuol dire rimettere in circolo libri ormai introvabili. Sembra essere questa in estrema sintesi […]
30 Novembre 2015

Premi Ubu

Segnalazione come Progetto Speciale

Nella cornice del Piccolo Teatro Grassi di Milano, Cue Press è finalista ai Premi Ubu 2015 nella categoria Progetto Speciale, un riconoscimento che celebra l’innovazione e l’eccellenza nel panorama teatrale italiano. I Premi Ubu, istituiti nel 1978, sono considerati tra i più prestigiosi del settore e vengono assegnati a progetti e personalità che si distinguono […]
25 Novembre 2015

La danza degli opposti nelle Strategie fatali

Adriana Malandrino, «Il Messaggero»

Una coppia di attori, autori, registi tra le più promettenti del teatro italiano, Lino Musella (vincitore del Premio Hystrio Anct 2015) e Paolo Mazzarelli, da stasera a domenica, sono al Teatro Sperimentale con il loro nuovo spettacolo, Strategie fatali, prodotto da Marche Teatro. Dopo La società (2012), la coppia torna a lavorare con il teatro […]
22 Novembre 2015

Una sera con Salomè, tra carta e palcoscenico

Alessia Stefanini, «Smart in the City»

La scenografia è già pronta: i tendaggi, la luna, sono in posizione, ma sul palcoscenico – ancor prima della rappresentazione – va in scena la presentazione del sostanzioso saggio di Cesare Molinari, storico del teatro e professore emerito che ha insegnato a Firenze, Toronto, Parigi, Santiago del Cile dedicato a I mille volti di Salomè. […]
11 Settembre 2015

Nasce la prima impresa sostenuta dal fondo: è Cue...

Cristina degli Esposti, «Il Resto del Carlino»

Da associazione a Srl, questa la parabola dell’impresa che ‘non c’è’. La casa editrice digitale Cue Press, nata da un’idea dell’imolese Mattia Visani, è il primo progetto che verrà sostenuto dal Fondo Strategico Territoriale voluto da Con.Ami e nato a giugno con l’intenzione di superare l’esperienza dell’incubatore d’impresa Innovami. Fst – la Spa costituita da […]
10 Settembre 2015

Premio Nico Garrone

Sostenuto dall’Associazione Nazionale Critici di Teatro e da Radicandoli Arte

Il Premio Nico Garrone è un riconoscimento dedicato alla memoria di Nico Garrone, critico teatrale e giornalista italiano, noto per il suo impegno nella promozione del teatro e della cultura. Il premio viene assegnato annualmente a figure o realtà che si distinguono per il contributo significativo al panorama teatrale italiano, con particolare attenzione ai valori […]
25 Giugno 2015

Recensione de La supplica

Giulio Fogliata, «Rivista!unaspecie»

Non è difficile, al giorno d’oggi, incappare nella lettura, o nella visione, di commedie del Seicento. Rimane tuttavia raro cogliere da vicino quali fossero lo spirito e il genio ma anche le cure e le preoccupazioni di quelli che furono i protagonisti della Commedia dell’Arte; ce ne fornisce un prezioso esempio Nicolò Barbieri, attore nato […]
26 Aprile 2015

Fuochi, scoppi, crolli in dodici quadri. Addio al...

Anna Bandettini, «La Repubblica»

Facciamo tutti il tifo per gli autori nuovi, ma certo devono essere molto volenterosi per farsi strada nei teatri italiani. È il caso di Davide Carnevali, trentaquattrenne scrittore, professore milanese, pieno di premi per i suoi testi teatrali: Variazioni sul modello di Kraepel, Calciobailla, Come fu che in Italia scoppiò la rivoluzione ma nessuno se […]
6 Marzo 2015

Ribalta digitale. Nuove esperienze di lettura

Rossella Consoli, «Rivista!unaspecie»

In Italia l’avvento del digitale, dalla sua nascita, ha scatenato dubbi e reazioni di perplessità nei lettori più ‘conservatori’ e negli ‘affezionati alla carta’: al suo odore, all’ingiallimento delle pagine col tempo, all’oggetto libro, insomma; quelli abituati alla compra-vendita dal vivo, nelle librerie, circondati da scaffali strabordanti, per intenderci. Ma quanto sappiamo dell’editoria digitale? Ecco […]
29 Gennaio 2015

Schimmelpfennig va in Visita al padre

Fabio Francione, «Il Cittadino»

Si recupera il primo titolo uscito nella collana di drammaturgia I testi della Cue Press di Mattia Visani: Visita al padre del drammaturgo tedesco Roland Schimmelpfennig. Tra gli ultimi numeri ci sono Totò e Vicé del compianto Franco Scaldati e La donna che legge di Renato Gabrielli, quest’ultimo attualmente fino all’8 febbraio in scena al […]
14 Gennaio 2015

La donna che legge. Renato Gabrielli alla ricerca...

Laura Timpanaro, «KLP Teatro»

È stata una prima molto applaudita e affollata quella de La donna che legge al Teatro Out Off di Milano. Una scrittura sofisticata, quella di Renato Gabrielli, che arriva da due suggestioni letterarie molto diverse fra loro: l’Ulisse di James Joyce, in particolare il capitolo Nausicaa, e il saggio di Francesca Serra Le brave ragazze […]
13 Gennaio 2015

Siamo asini o pedanti?

Maria Dolores Pesce, «Dramma»

Probabilmente programmato da tempo ma, per una di quelle casuali coincidenze o interferenze del destino che, anche loro malgrado, assumono il significato di una testimonianza feconda, esce per l’editore Cue Press di Imola, quasi contestualmente alla morte di uno dei protagonisti di quella stagione, questo testo di fine anni Ottanta del secolo scorso, una delle […]
4 Dicembre 2014

Cue Press, l’editoria digitale è un business da...

Federico Spadoni, «La Voce»

I migliori per sostenibilità del progetto, carattere innovativo e fattibilità. Così Cue Press si aggiudica il premio Impresa Creativa, il concorso orientato a sviluppare e favorire la nascita di startup. Tra le dieci idee imprenditoriali selezionate al termine di un percorso formativo di sviluppo, il progetto imolese pensato da Mattia Visani è stato selezionato fra […]
2 Dicembre 2014

Premio Impresa Creativa

Promosso dalle province di Rimini e Forlì-Cesena

Cue Press ha vinto il Premio Impresa Creativa 2014, un concorso promosso dalle province di Rimini e Forlì-Cesena per premiare le migliori iniziative imprenditoriali nel settore creativo. Il premio riconosce Cue Press come il miglior progetto d’impresa dell’anno, evidenziando il valore innovativo e culturale della sua proposta editoriale. Questo riconoscimento sottolinea l’impegno della casa editrice […]
10 Ottobre 2014

Totò e Vicé di Franco Scaldati

Paolo Randazzo, «Dramma»

Quando l’anno scorso, il 13 giugno 2013, Franco Scaldati è venuto a mancare, fatta la tara all’ipocrisia di chi, dopo averlo lasciato una vita senza un teatro, voleva magari dedicargli una strada o una piazzetta a Palermo, tutti coloro che gli sono stati vicino negli anni e hanno amato la sua arte si sono chiesti […]